Il Bosco dei Mostri di Bomarzo

CHI CON CIGLIA INARCATE/ ET LABBRA STRETTE/ NON VA PER QUESTO LOCO/MANCO AMMIRA/LE FAMOSE DEL MONDO/ MOLI SETTE

Queste le parole vergate sul piedistallo di una delle due sfingi che accolgono il visitatore, appena varcato l’ingresso del Bosco Sacro di Bomarzo, noto ai più come Bosco dei Mostri. Parole che spiegano l’intento del suo ideatore, il principe Pierfrancesco II Orsini, detto Vicino: suscitare meraviglia e un senso di timore quasi reverenziale in colui che si imbatte nelle colossali statue che ornano il giardino, paragonabili alle sette meraviglie del mondo.

Vicino Orsini, signore di Bomarzo

Vicino Orsini, signore di Bomarzo

Datato presumibilmente tra il 1560 e il 1565, attribuito per ragioni stilistiche all’architetto Pirro Ligorio – celebre soprattutto per il giardino di Villa d’Este (Tivoli) – il Bosco Sacro fu fatto costruire dal principe Orsini in memoria della defunta moglie Giulia Farnese, cui è dedicato in particolare l’ultimo dei monumenti osservabili: un tempietto. Secondo la leggenda, di sapore decisamente romantico, il fantasma del principe si aggirerebbe ancora per il Parco.

Indice

1.Il Bosco nell’arte
2.L’Ingresso
3.Le Sfingi
4.Proteo-Glauco
5.Il Mausoleo
6.I Giganti
7.La Tartaruga
8.L’Orca
9.Pegaso
10.Le Grazie
11.Il Ninfeo
12.Fontana dei Delfini
13.Teatro
14.Casa pendente
15.Panca etrusca
16.Vaso
17.L’Orco
18.Il Drago
19.L’elefante
20.Cerere
21.Piazzale dei vasi
22.Nettuno-Plutone
23.Delfino-Mostro marino
24.Donna dormiente
25.Tempio del Vignola
Informazioni pratiche
Sitografia di riferimento

Il Bosco nell’arte

Il Bosco è stato oggetto di una lunga dimenticanza, protrattasi sino al secondo dopoguerra, anche a causa della fitta vegetazione che avvolgeva i suoi “eccentrici inquilini”, per essere poi riscoperto e apprezzato dai maggiori artisti del Novecento: Salvador Dalì rimase affascinato dalla suggestiva commistione tra natura e artificio, resa ancor più rilevante dal fatto che le statue erano state ricavate da rocce di peperino, un materiale tufaceo naturalmente presente sul territorio. La sua immaginazione rimase tanto colpita dall’esperienza della visita nel parco che da lì trasse ispirazione per uno dei suoi dipinti più celebri: le tentazioni di Sant’Antonio.

Le tentazioni di Sant'Antonio, Salvador Dalì

Le tentazioni di Sant’Antonio

Numerosi elementi sembrano richiamare alcune delle opere del parco, primo fra tutti l’elefante da guerra, moltiplicato nel quadro e rappresentato su lunghissime e fragili zampe, immagine presente in un altro quadro di Dalì, Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio; altro elemento è costituito dalla dea Fama che suona la tromba, portata sulle spalle dal quarto elefante, richiamante la medesima figura collocata sul carapace de La tartaruga.

Furono le foto che ritraevano l’eccentrico pittore nel Parco, pubblicate su una rivista nel 1956, a consentire a Manuel Mujika Lainez di venire a conoscenza del luogo che fu alla base del romanzo Bomarzo del 1961, destinato ad essere adattato in forma di libretto per l’opera omonima, musicata dal compositore Alberto Ginastera. Allo stesso modo anche il regista Michelangelo Antonioni volle realizzare un mini-documentario dedicato al parco. Ulteriore esempio della molteplicità delle suggestioni suscitate dal Bosco e dell’atmosfera evocativa che lo circonda sono i lavori dell’artista olandese Carel Willink che ritraggono alcune delle statue del parco, estrapolate dal proprio contesto e ricollocate in un ambiente immaginario.

Carel Willink,  Onnodige getuigen, Bomarzo 1965

Carel Willink, Onnodige getuigen, Bomarzo 1965

L’Ingresso

L’ingresso sembra essere l’unico elemento del Parco consueto per l’uomo cinquecentesco che vi si inoltrava: è costituito da una semplice porta merlata, su arco a tutto sesto, che si apre in un muro di pietre non smussate. L’intento del suo ideatore è evidente: egli intendeva giocare su una sorta di “effetto sorpresa” sull’ignaro visitatore che da un accesso tanto “normale” non poteva intuire le stranezze che lo avrebbero accolto.

Possiamo considerarlo un varco che fa da diaframma tra la banalità del quotidiano e un’ambiente surreale. È il luogo di un itinerario iniziatico che si snoda attraverso una serie di tappe scandite dalle varie figurazioni presenti e che sembra ricalcare le immagini proposte nell’ Hypnerotomachia Poliphili, romanzo allegorico di Giovanni Colonna, ruotante intorno al tema della ricerca della donna amata, metafora di una ricerca interiore che trova sbocco nel raggiungimento dell’ideale platonico di Amore.

Le Sfingi

Sfinge greca, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Sfinge greca

Non appena varcata la soglia le Sfingi ci accolgono come due silenziose guardiane. La sfinge è una creatura dal corpo leonino e dalla testa di donna, desunta dalla mitologia greca. Essa si lega al destino della città di Tebe e di Edipo, unico in grado di sciogliere il famoso enigma qual è quell’animale che al mattino cammina con quattro zampe, il pomeriggio con due e la sera con tre?: un indovinello apparentemente di grande semplicità ma che nasconde un profondo senso filosofico giacché è un invito alla riflessione sulla condizione e sulla realtà dell’essere umano. Partendo da questo presupposto possiamo immaginare che la loro presenza all’inizio del nostro percorso stia proprio ad indicare la necessità di una diversa disposizione dell’animo di fronte al cammino che si sta intraprendendo.

Proteo-Glauco

Accanto alle Sfingi è presente una testa, quella di Giano: è la divinità degli opposti, data la sua natura bifronte. Le porte del tempio di Giano a Roma venivano aperte in tempo di guerra e richiuse quando vi era un periodo di pace. Proseguendo verso sinistra, al di là di un recinto si erge l’imponente mole di Proteo-Glauco.

Proteo-Glauco, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Proteo-Glauco

Proteo è un genio marino, figlio di Oceano e di Teti: la sua caratteristica fondamentale è la capacità di mutare forma a proprio piacimento. Egli conosce tutto del presente, del passato e del futuro e perciò la sua consultazione è molto ambita. L’unico modo per ottenere da lui le informazioni di cui si ha bisogno è quello di coglierlo di sorpresa, mentre riposa nelle calde ore del meriggio, avvinghiandolo con pesanti corde che siano in grado di inibire le sue continue trasformazioni. Poco distante dalla statua, sulla sinistra è possibile scorgere una piccola cascata, le cui acque fluiscono in un canale che attraversa metà Bosco e il cui vivace scorrere accompagna la passeggiata del visitatore, rendendola ancor più piacevole.

Il Mausoleo

Tornati indietro verso le sfingi, è necessario proseguire a destra. Su un piano rialzato rispetto alla strada di arrivo si scorge un quello che a prima vista sembra un masso divelto, incastrato nel terreno. In realtà questo è il Mausoleo, nome derivato dal mitico re Mausolo, cui venne dedicata una grandiosa tomba. Sul fianco si possono riconoscere, un po’ a fatica, delle figure scolpite nella pietra: una sirena che stringe tra due code due giovinetti e una ninfa che tiene in mano una melagrana, simbolo di fertilità e fortuna.

I Giganti

Scendendo le scale a destra, si incontra una delle “attrazioni” che è stata oggetto di interpretazioni varie: il gruppo dei cosiddetti giganti. Per lungo tempo si è creduto che la statua, alta più di due metri, rappresentasse la lotta tra Ercole e Caco, reo di aver trafugato alcune vacche dalla mandria custodita dall’eroe greco. Secondo la tradizione il ladro per occultare le tracce del proprio furto, trascinò le vacche per la coda costringendole a camminare all’indietro in modo che le impronte risultassero confuse.

Ercole  e Caco, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Ercole e Caco

L’iscrizione accanto alla statua, ormai poco leggibile ci offre, però, un indizio per la corretta interpretazione del gruppo scultoreo. Una parola in particolare risulta fondamentale: Aglante. Egli era infatti il padre di Orlando, paladino di Carlo Magno. Possiamo quindi affermare che quelli che troviamo di fronte a noi sono Orlando folle per l’amore tradito di Angelica e un pastorello, vittima innocente secondo i versi che si leggono in Orlando Furioso,canto 29, ottava 65:

Ma quel nei piedi(che non vuol che viva)
lo piglia, mentre di salir s’adopra:
e quanto più sbarrar puote le braccia,
le sbarra sì, ch’in duo pezzi lo straccia“.

[L. Ariosto, Orlando Furioso, a cura di L. Caretti,Torino, Einaudi,1992, vol. 2, p. 888]

Un invito forse a non perdere il lume della ragione lungo l’itinerario dell’Amore?

La Tartaruga

Il corso del fiume, il Fosso della Concia, ci guida verso la prossima tappa: la Tartaruga: un gigantesco animale di pietra, che reca sul dorso un’esile figura, quella della dea Fama. L’iconografia non è quella tradizionale: essa infatti suona non una, ma due trombe quelle del buono e del cattivo augurio e, inoltre, la posizione estremamente precaria, con un piede in bilico su una sfera la rende associabile all’immagine della Fortuna.

N.B. Alla data del 29 marzo 2014 la statua si trovava in ristrutturazione, ma era comunque visibile attraverso l’impalcatura.

La tartaruga, sinonimo di longevità e saggezza, associata alla figura della Fama, può forse stare a rappresentare la vita del saggio, variamente in contatto con la buona e la cattiva sorte. Essa punta lo sguardo, quasi come ad indicarlo verso un piccolo dirupo in cui si raccoglie l’acqua del fiume; qui troviamo l’Orca.

L’Orca

L'Orca, Bosco dei Mostri di Bomarzo

L’Orca.

Forse una delle creature più suggestive dell’intero Bosco Sacro, l’Orca fa capolino tra le rocce e il muschio che riproducono l’ambiente acquatico a lei più idoneo. La bocca spalancata e l’occhio aperto la rendono particolarmente espressiva, un mostro pronto ad inghiottire lo sventurato che si sporca troppo sull’abisso. Permettetemi una suggestione letteraria decisamente anacronistica: “ E se tu guarderai troppo a lungo in un abisso, l’abisso finirà per voler vedere dentro a te.(Nietzsche, Al di là del bene e del male).

Pegaso

Nella zona opposta rispetto a quella in cui si trova l’Orca, sorge la fontana di Pegaso. Il riferimento al mito è evidente: da un colpo di zoccolo del cavallo alato sgorgò il cosiddetto fons caballinus, l’Ippocrene, la fonte delle Muse.

Le Grazie, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Le Grazie

Le Grazie

Lungo la strada, oltre a mostri e figure bestiali incappiamo nella soavità della bellezza femminile, rappresentata nelle forme sbozzate delle tre grazie: Eufrosune, Talia e Aglae. Sono tre fanciulle, completamente nude, che si cingono in un abbraccio affettuoso e sensuale al contempo.

Il Ninfeo

Poco oltre troviamo il Ninfeo, piuttosto usurato dal tempo e le cui epigrafi risultano soltanto parzialmente leggibili.

Fontana dei Delfini

Parte del Bosco in ristrutturazione alla data del 29 marzo 2014.

Teatro

Proseguendo si giunge su un ampio spiazzo libero, occupato da un semplice teatro greco, con una bassa gradinata e alcune frasi poco intellegibili:

Per simili vanità mi son ac…to”
“On…parmi…cor…

Il Teatro, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Il Teatro.

che lasciano intuire un riferimento alla vanità del mondo, forse legato all’immagine della vita come teatro di apparenze, un’idea profondamente radicata all’interno della cultura occidentale.

Casa pendente

Casa pendente, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Casa pendente

Questo è l’unico monumento del Bosco Sacro ad essere precedente alla sua costruzione, frutto del capriccio della moglie di Vicino, Giulia Farnese. La casetta è stata costruita appositamente su una pietra in modo da conferirle un’inclinazione inaudita, divenendo la realizzazione concreta di un’architettura impossibile. La casa non è, ovviamente, abitabile ma presenta un ingresso che consente di visitarla. L’effetto immediato è un capogiro e una sensazione di forte squilibrio dovuta all’inconsueta disposizione delle pareti.

Panca etrusca

Elemento quasi estraneo al contesto in cui è inserito, la panca presenta una delle iscrizioni che meglio rappresentano l’essenza del luogo:

Voi che pel mondo gite, vaghi
di vedere meraviglie alte e stupende
venite qua, dove sono faccie horrende
elefanti, leoni, orsi, orchi e draghi

Vaso

L’enorme vaso, sorretto da alcuni sostegni di metallo per evitarne il cedimento, sembra essere la riproduzione di due vasi che si trovavano a Roma, in piazza di Santa Maria Maggiore e in piazza dei Santi Apostoli. Alla base si scorge l’effigie di Medusa, la gorgone il cui sguardo era in grado di pietrificare chiunque lo incrociasse. La sua testa venne recisa dal giovane Perseo, che ne fece dono ad Atena in cambio dello specchio che egli aveva utilizzato per deviare l’influsso nefasto di Medusa. La dea pose quella testa al centro della propria Egida e da quel momento essa divenne un’immagine decorativa comune su corazze e scudi.

L’Orco

Orco, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Orco

Tanto suggestivo da essere diventato il vero simbolo del Bosco, l’Orco è un enorme mascherone con la bocca aperta al cui interno è ricavata una stanza con un tavolo centrale e una panca che corre lungo le pareti. All’esterno è presente una scritta “ogni pensier vo(la)“, incisione che si rivela una ricostruzione successiva, differente dalla frase originale che conteneva un chiaro riferimento all’Inferno di Dante “lasciate ogni pensier voi ch’entrate“.

Il Drago

Questa figura, circondata dalla vegetazione, è attorniata da tre avversari: un cane, un leone e un lupo, simboli, secondo l’architetto Ligorio, delle stagioni:  primavera, estate e inverno. Va però notato che due di questi animali corrispondono alle fiere incontrate da Dante nel I Canto dell’Inferno (oltre alla lonza). Il leone e il lupo potrebbero quindi indicare anche la superbia e l’avarizia.

Drago, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Drago.

L’elefante

Elefante, Bosco dei Mostri di Bomarzo

L’elefante.

Spostato dalla sua collocazione originaria, l’elefante sembra essere ispirato dall’impresa di Annibale contro i romani. Il pachiderma di pietra, infatti, stringe nella proboscide un malcapitato individuo che sembra avere le fattezze di un legionario romano, sproporzionato rispetto all’animale.

Cerere

Cerere, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Cerere

La dea Cerere si erge tra innumerevoli vasi. Ella è, tradizionalmente, colei che insegnò l’arte dell’agricoltura al genere umano, benefattrice e benevola protettrice delle messi e della fertilità. Ella è la madre di Proserpina, la divina sposa di Plutone, da questi rapita mentre si trovava sull’Etna e ricercata disperatamente dalla madre.

All’estremità del vasto Piazzale dei vasi, tutti recanti diverse iscrizioni che esaltano la meraviglia del Bosco troviamo: Nettuno-Plutone

Poseidone e il Mostro marino, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Nettuno e il Mostro marino

L’interpretazione di questa figura è incerta, la più probabile è quella che la associa al dio del mare Nettuno/Poseidone, di cui possiede gli attributi come la lunga barba e un piccolo delfino posto sotto la mano. Siamo orientati in questa direzione anche dalla presenza, sul fianco sinistro di un Delfino-Mostro marino con le fauci spalancate.

Donna dormiente

Questa mastodontica statua ha dato luogo a più di una interpretazione. Quella più semplicistica la identificherebbe come una ninfa addormentata. Gli studiosi, consci dei riferimenti relativi ai poemi cavallereschi presenti nel Bosco, hanno associato questa figura alla bellissima maga e ammaliatrice Armida della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso.

Donna Addormentata

Donna Addormentata

Ella, dopo aver sedotto il campione del campo cristiano Rinaldo, se ne innamora perdutamente e, vergognosa di questa sua passione, lo porta con sé addormentato nel suo castello sulle Isole Fortunate. Quando questi, fatto rinsavire dai propri compagni Carlo e Ubaldo, è costretto ad abbandonarla ella giura vendetta. Durante l’ultimo incontro tra i due, in un momento di forte commozione, la fanciulla sviene.

Tempio del Vignola

Dopo aver superato numerose altre statue, legate insieme dalla comune attinenza col mondo infero: Persefone, moglie di Plutone, Cerbero, il cane a tre teste guardiano dell’Ade, la Furia… giungiamo di fronte all’ultimo grande “regalo” di Vicino alla moglie Giulia, il tempietto. L’interno non è visibile, mentre all’esterno sono presenti i simboli dei segni zodiacali, disposti non secondo l’ordine consueto dello zodiaco, ma secondo quello del sistema solare.

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Informazioni pratiche

Ingresso: 10 euro

Come arrivare:

1. MACCHINA
Da Viterbo:

Si trova a circa 20 Km dal capoluogo della Tuscia e vi si giunge percorrendo la superstrada Viterbo-Orte uscita Bomarzo.
Autostrada A1: Uscita Attigliano, poi direzione Bomarzo

2. TRENO

Esiste la stazione di Stigliano-Bomarzo, ma è sita a 7 km dal paese e non ci sono collegamenti diretti quindi si sconsiglia questo percorso.
Si può invece scendere a:
– Orte Scalo poi prendere Autobus direzione Bomarzo
– Viterbo poi prendere Autobus direzione Bomarzo

Verificare in anticipo le coincidenze: ORARI AUTOBUS 

La fermata più adatta per accedere al parco è quella in p.zza Cavour, di fronte alla farmacia. Per il ritorno è sufficiente prendere l’autobus in direzione Orte/Viterbo dalla medesima fermata. I biglietti dell’autobus sono acquistabili alla stazione: si consiglia di prendere anche quelli per il ritorno. Dalla fermata, percorrere la via principale, via Roma, fino a piazza della Repubblica. A sinistra rispetto alla fontana della piazza c’è una scalinata sormontata da un arco: è una comoda scorciatoia per arrivare sulla strada che porta al Parco, evitando di dover percorrere la Provinciale. Proseguire a sinistra lungo la discesa.

Per una più piena comprensione consultare lo stradario inserendo come punto di partenza piazza Cavour e di arrivo Via Madonna della Valle.

Sitografia di riferimento

1. Luigi Pellini blog

2. Sguardi notturni

3. Sito Ufficiale del Parco

 

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4 thoughts on “Il Bosco dei Mostri di Bomarzo

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