Le ville di Tivoli: villa d’Este e le sue fontane

Progetto di Villa d'Este, sala tiburtinaLungo la direttrice della via Tiburtina usciamo da Roma per arrivare all’antichissima città di Tibur, l’attuale Tivoli, borgo del Lazio caratterizzato dalla presenza di ben tre affascinanti ville, tra loro estremamente diverse: Villa d’Este, Villa Adriana e Villa Gregoriana.

Oggi visiteremo Villa d’Este, voluta dal cadinale Ippolito II, governatore della città di Tivoli, nipote di quell’ Ippolito cui Ariosto si rivolgeva nella dedica dell’Orlando Furioso:

” e vostri alti pensier cedino un poco, sì che tra lor miei versi abbian loco”

invitandolo cioè a lasciar stare per un po’ la politica e gli affari per dedicarsi alle gioie gratuite della poesia. Lo stesso Ippolito che è, forse, un po’ meno noto della madre, Lucrezia Borgia.

La villa venne costruita su progetto dell’architetto Pirro Ligorio, che si era già occupato della realizzazione del Bosco di Bomarzo.

Indice

1. L’appartamento nobile:
Il cortile
Sala di Noè
Sala di Mosè
Sala di Venere
Sala di Ercole

2. Il giardino:
Fontana del Bicchierone
Le Peschiere
Fontana di Nettuno
Fontana dell’Organo
Fontana dell’Ovato
Viale delle Cento fontane
La Rometta
Fontana della Natura o dell’Abbondanza
Fontana delle Mete
Fontana dei Draghi

Informazioni pratiche

L’appartamento nobile

Il cortile

Superata la biglietteria, che si trova all’interno della Sala di Salomone, affrescata con scene tratte dalla vita del saggio re, ci ritroviamo in un ampio cortile interno, decorato da una fontana: è il primo segno dell’elemento dominante della villa cioé l’acqua.

La fontana di Venere, detta anche ninfeo, è collocata dentro ad una nicchia e venne realizzata da Raffaele Sangallo nel 1569. Il nome si spiega facendo attenzione alla figura posta in primo piano su uno sfondo naturale: è proprio la dea Venere, ritratta dormiente in una posa di dolce abbandono. La Venere, però, non è opera degli artisti al soldo di Ippolito d’Este, ma probabilmente statua romana del II o III secolo.

L’ambientazione nella quale la statua è collocata, invece, non è opera della semplice fantasia degli artefici ma rappresenta una paesaggio realmente esistente: gli stucchi, attribuibili a Curzio Maccarone, raffigurano la sorgente e la discesa da S. Angelo dell’acqua Rivellese, proprio quella il cui corso venne deviato dal cardinale Ippolito per alimentare le innumerevoli fontane della villa.

Un tributo, dunque, alla grande opera messa in atto dal signore di Tivoli per realizzare Villa d’Este.

Sala di Noè

Imboccate le scale ci ritroviamo al piano inferiore, dove passiamo attraverso una serie di sale a tema biblico: la prima è la sala di Noè.

Appena entrati non si può fare a meno di alzare lo sguardo per ammirare l’affresco che copre interamente la volta: un uomo dalla folta barba bianca è inginocchiato di fronte ad un altare, gli occhi rivolti verso Dio padre che si affaccia dalle nuvole a ricevere la sua preghiera e il sacrificio che si sta compiendo. Potrebbe sembrare una scena qualsiasi, ma notiamo immediatamente due dettagli rivelatori: gli animali, posti sul lato destro, tra i quali si trovano due coppie; e soprattutto l’arca sullo sfondo, posata sul monte Ararat.

Non è altro che la rappresentazione del sacrificio di Noè a Dio, conclusosi il Diluvio Universale, per ringraziarlo della salvezza.

Intorno a noi, l’arte illusionistica dei pittori ha affrescato le pareti simulando scorci paesaggistici che si aprono di fronte agli occhi attraverso tende e colonnati, anch’essi usciti da un abile pennello. L’intento era, evidentemente, quello di dilatare lo spazio attraverso una serie di espedienti prospettici. Il risultato sono una serie di vedute che ritraggono i dintorni di Tivoli, le sue campagne nelle varie stagioni dell’anno, come a voler celebrare, attraverso la pittura, la natura stessa che viene imitata.

Sala di Mosè

Filo conduttore che lega le stanze della villa e il giardino sembra essere il tema dell’acqua: se nella prima stanza abbiamo potuto ammirare il mondo che si riapre alla vita dopo il Diluvio grazie all’intervento di Noè, ora ci ritroviamo nel luogo dedicato a colui che fu salvato dalle acque, Mosè.

Mosè salvato dalle acque, sala di Mosè

Sala di Venere

Filtra poca luce qui dentro e la situazione cambia notevolmente. Pochi colori e nessuna parete completamente affrescata: sembra quasi di essere usciti da Villa d’Este e precipitati dentro una grotta. Ma la sensazione che provoca questa stanza non ha nulla a che fare con il disagio, piuttosto con l’ammirazione per la capacità di variare e la bizzarria messa in atto.  La parete principale è completamente occupata da una vera e propria caverna, costruita con rocce vere e all’interno della quale originariamente scorreva dell’acqua.

Come per la fontana del cortile, l’inquilina della grotta era Venere, dea della bellezza e dell’Amore, nata secondo il mito dalla spuma del mare, circondata dagli amorini. La statua ora non è più visibile: la fece rimuovere il cardinale von Hohenlohe, padrone della villa nel XIX secolo. Von Hohenlohe, ben lungi dall’accogliere in casa propria una divinità pagana, simbolo della Lussuria e dell’Amor carnale, pensò di riconsacrare la grotta dedicandola alla Madonna di Lourde.

Un’altra donna, questa volta santa, veniva a soppiantare la bellezza nuda che un altro cardinale, di più larghe vedute, aveva voluto far dimorare nella propria villa.

Sala di Ercole

L’ultima sala che visitiamo, al piano inferiore, è la grande Sala d’Ercole, il mitico eroe fondatore della casata d’Este di cui vennero affrescate, sotto la direzione di Girolamo Muziano, le dodici fatiche impostegli dal cugino Euristeo per espiare la terribile colpa di aver streminato la propria famiglia.

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Davanti ai nostri occhi si snoda la vicenda del semidio, dalla lotta contro il Leone di Nemea, passando per l’uccisione dell’Idra dalle molteplici e terribili teste, arrivando ad Ercole che sorregge sulle spalle la volta celeste, sostituendo per un momento il titano Atlante che rubava per lui i pomi d’oro dal giardino delle Esperidi e ad un Ercole che trasporta due grosse colonne. Quelle che, secondo la tradizione, collocò presso lo Stretto di Gibilterra, le colonne d’Ercole appunto, il limite oltre il quale l’uomo non avrebbe mai dovuto spingersi, il non plus ultra.

 

Il giardino

Fontana del BicchieroneFontana del Bicchierone, villa d'Este

Passando sotto la Loggia di Pandora, colei che scoperchiò il vaso per la sua tremenda curiosità, non possiamo non essere curiosi anche noi di fronte a questa insolita fontana: un calice dentellato inserito dentro una enorme conchiglia.

Pur essendo stata costruita ben un secolo dopo rispetto alle altre, per desiderio di Rinaldo d’Este, la fontana ben si armonizza con il contesto dimostrando la grande abilità del suo ideatore: Gianlorenzo Bernini.

Le PeschierePeschiere, vista dalla fontana dell'organo

Lunghe vasche rettangolari poste in successione di fronte alla grande fontana di Nettuno, di cui raccolgono le acque. Il luogo perfetto per una breve sosta che ci permette di osservare le mille diverse increspature create dai getti d’acqua, provenienti dai vasi.

Il nome si riferisce al fatto che qui venivano allevati pesci di acqua dolce allo scopo di intrattenere ospiti e abitanti della villa con la pesca e per garantire una riserva sempre fresca di buoni prodotti ittici (di provenienza sicura).

Fontana di Nettuno

Quando si parla di acqua e di fontane, lui non può di certo mancare: Nettuno, dio dei mari e signore di tutte le acque. La statua del dio in realtà, in questo caso, è ben nascosta. Una cascata scende, al centro della composizione, grazie ad un dislivello a terrazze successive, fino alla vasca centrale. Dietro il velo d’acqua, in una nicchia che sembra simulare una grotta, giace il busto di Nettuno.

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Alte colonne d’acqua si innalzano, colpite dai raggi del sole che ne traggono splendidi riflessi. Se si fa attenzione e si ha la pazienza di cercare una posizione abbastanza centrale si riesce a vedere uno splendido arcobaleno che si protende da una colonna all’altra, senza interruzione.

Fontana dell’Organo

All’improvviso, tra lo scrosciare e il gorgogliare dell’acqua, mentre abbiamo lo sguardo perso nell’inseguimento dei mille giochi di uno zampillo, si leva un suono. Poi ne segue un altro e un altro ancora finchè non si distingue chiaramente un’armonia inaspettata.

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Tra tutte le meraviglie che il giardino della Villa ha offerto ai nostri occhi abbiamo dimenticato che anche l’udito, in questo caso, ha la sua parte: la fontana dell’Organo, grazie ad una serie di compessi meccanismi ad azione idraulica realizzati dal francese Claudio Venard, leva il suo delicato canto che si amalgama con la musica naturale delle cascate.

Seduti sul bordo di una delle Peschiere, tra i vasi fioriti, possiamo godere liberamente di questo piccolo concerto che si ripete ogni due ore, stupiti come lo furono gli antichi ospiti della villa, tra i quali papa Gregorio XIII che volle addirittura controllare che non ci fosse nessuno a suonare.

Fontana dell’Ovato

Basta spostarsi di poco verso destra per entrare in tutt’altra atmosfera: sembra di trovarsi in un giardino segreto, un luogo un po’ più intimo rispetto agli ampi spazi in cui ci siamo mossi fin’ora, dominati dai marmi e dalle costruzioni architettoniche.

L’ovato, questo grande bacino a forma ovale, è idealmente il regno della natura, il punto in cui si celebra la straordinaria ricchezza della campagna laziale. La fontana, infatti, rappresenta i Monti Tiburtini dai quali ha origine l’Aniene, il principale affluente del Tevere nonchè la principale fonte dell’acqua di tutto il giardino.

Al centro, proprio sopra la cascata, vediamo una sproporzionata figura di donna: la Sibilla Tiburtina. Meno nota rispetto alla sua omonima di Cuma, essa veniva venerata come una divinità in un tempio, posto proprio nei pressi dell’Aniene. Il suo nome si lega indissolubilmente a quello di uno dei sette re di Roma, Tarquinio Prisco, al quale ella offrì i 9 libri sibillini in cambio di denaro. Il re non volle accettare l’offerta cosicchè la donna, travestita da vecchina, ne distrusse 3 e ripropose gli altri allo stesso prezzo. Dopo un nuovo rifiuto e una nuova distruzione, il re fu costretto ad accettare quelli che sarebbero diventati i libri profetici più importanti di Roma.

Seguiamo ora il corso del nostro personale Aniene, avviandoci verso il Viale delle Cento fontane…

Viale delle Cento fontane

Quello che costeggiamo è un “fiume” particolare, originato dagli zampilli di cento bocche.

La Rometta

Poco discosta dalle Peschiere, dalla parte opposta rispetto alla grande fontana del Nettuno, sta la Rometta. Un vezzeggiativo che rivela il grande amore di Ippolito d’Este per Roma, quella Roma in cui gli avevano impedito di costruire il proprio castello.

E fu così che non potendo avere un castello dentro la città, decise di portare la città dentro la sua villa.

La Rometta, dunque, è una grande allegoria che si pone in relazione diretta con altre due fontane del giardino, il viale delle Cento fontane e la fontana dell’Ovato, in un complesso gioco che ci permette di ricostruire una vera e propria geografia ideale.

Roma domina al centro, rappresentata come una donna in armatura e affiancata dall’immortale simbolo della Lupa che allatta Romolo e Remo. A fare da sfondo, in origine, le grandi bellezze architettoniche più rappresentative della città: Colosseo, Colonna traiana, arco di Costantino…oggi purtroppo ci accontentiamo di una Roma dimezzata che svetta, con sguardo fiero, al di sopra di una barca (l’isola Tiberina): Ippolito non si faceva mancare proprio nulla.

Fontana della Natura o dell’Abbondanza

Una donna dai seni molteplici e prosperosi ci apre le braccia, in fondo ad un vialetto ombroso: Madre Natura lascia sgorgare dal proprio petto la linfa vitale dell’esistenza.

Impudica nell’offrisi, originariamente faceva bella mostra di sè nella Fontana dell’Organo, ma vanne rimossa nel ‘600 ad opera di Alessandro d’Este, forse sollecitato dal clima controriformistico, ostile alla rappresentazione delle nudità (basti pensare che subito dopo il concilio di Trento fu assegnato a Daniele da Volterra il compito di coprire le nudità dei personaggi del Giudizio Universale di Michelangelo nella Cappella Sistina: un lavoro che gli costò il soprannome di “Braghettone”).

Fontana delle Mete

Poco lontano arriviamo alla rotonda dei cipressi, adornata da alberi secolari, forse i più antichi  esistenti che, nonostante le condizioni non ottime, svettano maestosi contro il cielo.

Qui troviamo anche due enormi fontane rocciose, le Mete, richiamanti la fontana della Meta Sudans a Roma, luogo in cui i gladiatori si rinfrescavano e lavavano via il sudore e la polvere dopo aver combattuto nell’arena del Colosseo

Fontana dei Draghi

Alla fine del nostro giro siamo come Ercole di fronte alla sua undicesima fatica: prendere i pomi d’oro nel giardino delle Esperidi, affrontando il drago dalle molte teste. L’ultima tappa la facciamo qui, davanti alla fontana dei draghi che, ironia del destino, non sputano fiamme roventi ma limpidi getti d’acqua.

In ultimo, per salutare le meraviglie di questa villa, saliamo le scale per raggiungere il piano più alto: da lassù, come i grandi del Rinascimento, possiamo ammirare Tivoli ai nostri piedi.

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Informazioni pratiche

Come arrivare:

Tivoli si trova nella provincia di Roma:

– in macchina è sufficiente percorrere l’A24 o una delle vie consolari cioè la Tiburtina o la Prenestina

– in autobus è possibile raggiungere Tivoli salendo alla stazione di Ponte Mammolo: ci sono diverse linee disponibili, per maggiori informazioni consultare il sito della cotral; i biglietti sono disponibili presso il tabaccaio della stazione (non alla biglietteria Atac), è sufficiente indicare la tratta prevista

Costi: Intero: €. 8,00 –   Ridotto € 6,00

La prima domenica del mese l’ingresso è gratuito.

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