Un tuffo nell’antichità: le Terme di Diocleziano

Il complesso termale più mastodontico di Roma, un mostro di pietra, un’enorme cava di materiali e infine anche la sede dei monaci Certosini realizzata su progetto di Michelangelo: le Terme di Diocleziano, con la molteplicità degli ambienti di cui si compongono, ci permettono un vero e proprio tuffo nel passato.

Partiamo dalla loro destinazione originaria che risulta ben evidente fin dall’ingresso con il suo piccolo giardino dei Cinquecento corredato da fontana centrale a forma di coppa. Una porzione infinitesimale della zona esterna, ma sufficiente a calarci in una dimensione di quiete ombrosa a due passi dalla stazione di Termini. Io vi suggerisco di fermarvi qui quando dovete aspettare l’arrivo di qualcuno in treno: il rumore delle acque della fontana in sottofondo rende l’attesa decisamente meno snervante e in primavera il pergolato all’ingresso si copre di rose minute.

Indice

Le aule VIII e IX e la piscina

L’Aula decima, le tombe e i mosaici dell’aula XI

Il museo epigrafico

Il piccolo chiostro e il chiostro di Michelangelo

Informazioni pratiche

Le aule VIII e IX e la piscina

Superata una saletta con il plastico che ricostruisce per intero la struttura delle Terme ci troviamo nella grande Aula VIII, riaperta nel 2014 dopo anni di restauri in occasione del Bimillenario della morte dell’imperatore Augusto. Prima di affacciarci in questo vasto spazio non possiamo non concederci un minuto per guardare l’arco attraverso cui siamo passati. Notiamo subito che sembra fuori contesto: è un portale in bugnato, un tipo di lavorazione che prevede la sovrapposizione di blocchi di pietra a file sfalsate, di origine antica ma largamente diffusa in epoca rinascimentale. Proprio da quel periodo deriva questo maestoso portale, appartenente a Villa Panzani, qui trasportato nel 1907 quando in  quel luogo cominciarono i lavori per la costruzione del Grand Hotel.

Procedendo verso il centro dell’aula siamo circondati da resti di grande fascino,tra i quali una grande vasca in marmo ornata da teste di leone e statue acefale di difficile identificazione. Procedendo verso destra una scaletta ci permette l’accesso alla natatio, una grande piscina segnalata dal dislivello verso il basso.

Camminiamo là dove un tempo i romani potevano comodamente fare il bagno e nuotare, su marmi che riproducono quelli originali e ammiriamo le imponenti pareti in cui sono scavati grandi nicchioni: la natatio era stata ideata per simulare una scena teatrale con quattro nicchioni semicircolari. I muri dovevano essere completamente rivestiti del marmo bianco ancora testimoniato dai resti delle colonnine che sorreggevano le edicole. Dietro l’angolo una piccola sorpresa: sospeso nella sua collocazione originaria un mosaico monocromo raffigurante al centro due pavoni, sacri alla dea Giunone e simboleggianti la resurrezione, ma anche la superbia, circondati da motivi vegetali e da piccoli uccelli.

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L’aula IX, invece, risulta maggiormente conservata dal punto di vista della struttura e oltre a racchiudere al suo interno diversi reperti tra cui sarcofagi, statue tutte rigorosamente senza testa contenute nei nicchioni che costellano le due esedre, resti di materiale architettonico… ma la sorpresa si trova alzano lo sguardo sull’arco che immette qui dall’Aula VIII: se si aguzza la vista, infatti, si può intravedere un alberello in trasparenza, residuo delle decorazioni policrome che rivestivano completamente questa struttura.

Resti di pittura parietale, Aula IX

L’aula decima, le tombe e i mosaici dell’aula XI

Entriamo nell’aula X, quella che ha mantenuto quasi completamente la forma originaria senza che vi fossero crolli. Qui ci troviamo a contatto con la realtà funeraria romana giacchè all’interno dell’aula sono conservate tre tombe, rivenute ovviamente altrove.

Alla nostra sinistra troviamo il Sepolcro dei Platorini, scoperto nel 1880 nella zona della Farnesina durante i lavori di sbancamento della riva destra del Tevereper la costruzione dei muraglioni. Per ben due anni la camera rimase visibile senza che nessuno se ne occupasse supponendo che fosse stata spogliata del suo contenuto; in realtà, inaspettatamente, essa ha conservato quasi intatto il suo contenuto.

 All’esterno ci accolgono due statue: una matrona romana, identificata come Sulplicia Platorina e l’altra rappresentante l’imperatore Tiberio in posa eroica, con la toga che ricade sul braccio sinistro e il destro alzato nel gesto di sorreggere un oggetto non meglio identificato. Se ci affacciamo verso l’interno incrociamo lo sguardo di un delicato busto femminile, Minatia Polla, estremamente raffinato nella sua esecuzione. Tutto intorno troviamo, invece, le urne cinerarie contenenti i resti della famiglia dei Platorini: le tombe a camera erano in uso già presso gli etruschi e si diffusero a Roma in età repubblicana, destinandote a sepolture per cremazione.

Al centro della sala notiamo una statua equestre estramemente particolare poichè non rappresenta un imperatore in trionfo, ma un fanciullo che usa una pelle di leone come sella e che sferza con la mano destra, priva di frusta, il cavallo impennato sulle zampe posteriori. Si tratta di un particolare monumento funebre: se giriamo intorno alla statua, infatti, notiamo sul retro un piccolo foro da cui probabilmente vennero introdotte le ceneri del bambino, nascoste nel ventre dell’animale su cui è rappresentato.

Statua equestre di fanciullo

Oltre la statua si ergono due grandi costruzioni di pietra: sono colombari, un particolare tipo di tomba destinato alla sepoltura collettiva che poteva contenere anche migliaia di individuo e che poteva essere costruito da speculatori per vendere le varie nicchie.

L’una è chiamata tomba degli stucchi e basta fare capolino dall’apertura per comprenderne il motivo: i muri sono estremamente semplici, quasi spartani ma il soffitto è interamente decorato a stucco con un particolare motivo a medaglioni entro cui sono inscritte figure rappresentate nell’atto di correre e danzare. Ci sorprende l’estrema varietà e il dettaglio con cui sono rappresentati questi personaggi che non sembrano avere nulla a che fare con la morte vista l’idea di movimento che trasmettono: i due Dioscuri, Castore e Polluce, al galoppo, un satiro, una ninfa nuda, un fanciullo in groppa ad un leone…

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L’altra è la tomba dei dipinti e come la precedente sembra un grosso quadrato di pietra cavo ma il suo interno ci lascia a bocca aperta: costellata di piccole nicchie, presenta proprio di fronte all’apertura tre edicole, quella centrale più grande mentre quelle laterali ci presentano il ritratto dei giovani che vi vennero sepolti, forse i figli del proprietario. Tutto intorno ai  vani sono dipinte varie specie di uccelli (ancora una volta troviamo il pavone), animali selvatici, oggetti domestici e anche scene che fanno riferimento alla vita ultraterrena come un gruppo di giovani intento a giocare, mentre le sezioni più piccole sono decorate con piccole rose.

L’aula XI ci offre la vista di mosaici che richiamano idee molto diverse: il primo proviene dall’area sepolcrale della via Appia, rappresenta uno scheletro disteso su un triclinio, il tipico letto da banchetto e la scritta in greco GNOTI SAUTON, “conosci te stesso”, motto inciso sul tempio di Apollo a Delfi, un invito a ricordare i limiti della condizione umana, a non eccedere, quasi un MEMENTO MORI a ribadire la caducità della vita.

Al centro della sala, sul pavimento, troviamo un mosaico ornamentale proprio delle terme visto il tema rappresentato, Ercole e Acheloo. Si tratta della lotta dell’eroe greco contro il suo rivale in amore, il dio fluviale Achello, per la conquista della futura sposa Deianira. Ercole, al centro tiene tra le mani il corno del dio, trasformatosi in uomo con la testa di bue dopo varie metamorfosi, prima in  toro e poi in drago.

Acheloo vinto gli cedette il diritto di sposare Deianira, ma gli richiese il suo corno, dandogli in cambio un corno della capra Amaltea, la nutrice di Zeus, ossia la cornucopia. Tutto intorno, tra motivi floreali, sono rappresentate belve feroci.

Il museo epigrafico

In questa sezione rischiamo di perderci tra epigrafi, corredi funebri e oggetti di varia provenienza e la stanchezza potrebbe indurci a dedicare uno sguardo distratto, ma se facciamo attenzione non ci pentiremo di essere entrati. All’ingresso alcune teche ci introducono alla scrittura indicando CHI SCRIVE, COSA SCRIVE e COME e così scopriamo che la scrittura non è appannaggio soltanto dei documenti ufficiali dell’imperatore, ma che gli artigiani firmano i propri lavori, gli innamorati scrivono piccole dediche su vasetti di unguento, un musicista si fa seppellire con epitaffio decorato da un flauto di pan. E la scrittura viene utilizzata per comunicare i messaggi più vari tanto che tra i reperti troviamo il marchio di fabbrica impresso sul fondo di una bottiglia e una maledizione!

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Ma forse il reperto più importante esposto lo troviamo poco più in là: la fibula prenestina. Un oggetino, nient’altro che una spilla di sicurezza in oro usata per ornare un abito maschile eppure è qualcosa di più. E’ concepita come un oggetto parlante che, in prima persona, indica la sua provenienza e destinazione. Lungo la parte orizzontale leggiamo da destra verso sinistra: MANIOS MED FE FAKHED NUMASIOI cioè ” Manio mi fece per Numerio”. Si tratta della più antica testimonianza scritta di latino,  risalente a metà del VII secolo; è il primo “testo” che un qualsiasi studente liceale si trova a dover studiare sul proprio libro di letteratura.

la fibula prenestina, Terme di Diocleziano

A proposito di maledizioni, invece, la parte più interessante della mostra si trova all’ultimo piano, dedicato alla religione romana e ai culti orientali: in una stanza scorgiamo un pentolone e potremmo pensare ad un piccolo excursus sulla cucina romana. Ci troviamo di fronte ad un paiolo utilizzato per mescolare gli ingredienti per filtri magici. Sono i reperti della fonte di Anna Perenna.

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Questa fonte votiva è stata scoperta negli anni ’90 durante gli scavi per la costruzione di un parcheggio al quartiere Parioli e al suo interno insieme ad un altare dedicato alla divinità erano conservati una miriade di oggetti usati nei riti magici: il caccabus, il pentolone usato per decotti e filtri, alcune lucerne che contenevano lamine di bronzo con incise maledizioni, recipienti di piombo con statuette antropomorfe impastate con cera e farina, usate nei rituali d’amore che prevedevano di infilzarle con degli spilloni (un po’ come nel vodoo).

Il piccolo chiostro e il chiostro di Michelangelo

Un coro di voci scandisce lento un messaggio apparentemente incomprensibile:  un rituale magico? qualche preghiera proveniente dal vicino convento? In realtà si tratta del coro di voci bianche dell’Accademia  Nazionale di Santa Cecilia che recita in lettura metrica il Carmen Saeculare di Orazio a cui fanno eco le voci profonde dei cantori di San Carlo che recitano il frammento superstite del Carmen degli Arvali, una casta di 12 sacerdoti il cui nome deriva dagli arva, i campi, giacchè essi erano preposti al culto della dea Dia, colei che rappresentava il ciclo della luce solare, protrettrice della terra e delle messi. Gli arvali sarebbero strettamente connessi al mito di fondazione di Roma: il primo gruppo fu costituito dai 12 figli di Acca Larenzia, colei che raccolse Romolo e Remo inseme al pastore Faustolo. Romolo sostituì il dodicesimo figlio quando questi morì e proprio per questo motivo gli Arvali sono anche noti come Fratres, fratelli:

« enos Lases iuvate
enos Lases iuvate
enos Lases iuvate
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
semunis alterni advocapit conctos
semunis alterni advocapit conctos
semunis alterni advocapit conctos
enos Marmor iuvato
enos Marmor iuvato
enos Marmor iuvato
triumpe triumpe triumpe triumpe triumpe. »

Un’accoglienza molto particolare per il nostro ingresso nel Chiostro Ludovisi, un piccolo gioiello da monastero in cui il nitore del bianco dominante fa risaltare i colori accesi degli alberi di limoni e arance. Lungo tutto il porticato sono disseminati resti di varia provenienza: marmi provenienti dal tempio di Dia, epigrafi e testimonianze legate ai vari imperatori, ritratti di bambini provenienti da Ostia e un gruppo scultoreo raffigurante una coppia di sposi nelle vesti di Venere e Marte.

Il Chiostro di Michelangelo, ritenuto opera dell’artista ma probabilmente realizzato soltanto su suo progetto, ospita oltre a numerosi altri reperti nel proprio porticato, delle enormi teste di animali poste quasi a guardia della fontana centrale, collocate in modo da emergere attraverso le siepi quasi che il corpo fosse nascosto. Sono un ariete, un cammello e un cavallo, un toro e un bue, un rinoceronte e un elefante disposti in coppie, tranne l’ariete che fa da settimo incomodo. Le prime cinque statue vennero rinvenute nel ‘500 durante i lavori per la ricostruzione di Palazzo Zambeccari nella zona del Foro di Traiano e vennero utilizzate dal cardinale Bonelli per ornare il suo palazzo, integrandole con quelle dell’elefante e del rinoceronte.

Al centro sorgono i cipressi piantati, secondo la tradizione, da Michelangelo: uno di essi è circondato da una struttura in ferro che lo sorregge dopo che un fulmine lo ha colpito. Al tramonto tutto l’insieme ha un aspetto affascinante, soprattutto se nel momento in cui riposiamo dopo il nostro giro sotto il portico, guardando le grandi teste rivolte verso il cielo, la campana di Santa Maria degli Angeli e dei Santi comincia a battere l’ora.

Informazioni pratiche

Costo:
intero 7 euro                          ridotto 3,50 euro (studenti fino ai 26 anni)

il biglietto è valido 4 giorni, compreso quello in cui viene comprato, e può essere utilizzato per Museo delle Terme di Diocleziano, Cripta Balbi, Palazzo Massimo e Palazzo Altemps

Come arrivare:

fermata metro di Repubblica o in alternativa Termini, l’ingresso è su viale Enrico de Nicola

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