Itinerari spettrali: la Roma dei fantasmi

Chiunque visiti Roma non può evitare una passeggiata notturna in centro, soprattutto durante il periodo invernale quando le luminarie natalizie sembrano tracciare un itinerario quasi obbligato. Ma ci sono luoghi che, calate le ombre, rievocano storie oscure di una Roma passata, che si riaffaccia al presente attraverso i suoi fantasmi.

Ogni epoca ha il suo tanto che possiamo addentrarci nella geografia notturna della città usandoli come guida.

Piazzale Flaminio
Piazza di Spagna
Pantheon
Piazza Navona e ponte Sisto
Portico d’Ottavia
Colle Oppio
Ponte S. Angelo
San Pietro

Piazzale Flaminio

Muro TortoPrima tappa del nostro percorso è viale del Muro Torto, una strada nota per la sua pericolosità in auto. In quest’area, fuori da Porta del Popolo, sorgeva anticamente un cimitero destinato ad accogliere le spoglie di coloro che non potevano essere sepolti in terra consacrata: prostitute, non battezzati, ladri assassini ed è per questo che venne chiamato il “cimitero dei disperati”.

Spesso i corpi non venivano neanche seppelliti o li si gettava in fosse comuni, prive di lapide, destinandoli quindi all’anonimato anche in morte.

 Naturalmente la fantasia popolare non poteva lasciarsi scappare un luogo così inquietante: si prestava troppo bene alle sue invenzioni, alle superstizioni e alle paure e vedendo la strada, con il muro che pende in verticale quasi come se stesse per crollare sopra chi passa, non possiamo che lasciarci suggestionare anche noi.

Bertarnd de Born, canto XXVIII Gustave DorèSi dice, infatti, che di notte qui compaiano diversi fantasmi. I più “recenti” sono quelli di due carbonai, Targhini e Montanari, decapitati in piazza del Popolo nel 1825. Si aggirano lungo le mura con la propria testa in mano, un po’ come Bertand de Born nel XXVIII canto dell’Inferno o, più prosaicamente, il cavaliere senza testa. Ovviamente come tutti i morti che si rispettino danno i numeri (per il Lotto), ma soltanto se chi li incontra riesce a sostenere il loro sguardo.

Se si alza lo sguardo, arrivati all’altezza del Pincio, si nota una rete metallica che ricorda quella del ponte di Ariccia, tristemente noto per i suicidi. Pare che gli spiriti irrequieti che qui dimorano abbiano la cattiva abitudine di cercare nuovi compagni, spingendo coloro che si avventurano qui a gettarsi di sotto.

Il principale responsabile sarebbe addirittura Nerone, la cui tomba si trovava dove oggi sorge la Chiesa di Santa Maria del Popolo. La chiesa venne costruita nel 1099, dopo un esorcismo, proprio per allontanare l’anima del terribile imperatore: un enorme talismano consacrato contro quello che veniva considerato quasi l’Anticristo.

 

Piazza di Spagna

Percorrendo via del Corso arriviamo a Piazza di Spagna, dove incontriamo un fantasma londinese, forse l’unico non italiano che si aggiri di notte per Roma, Jhon Keats. Non ci troviamo nei paraggi di un cimitero maledetto in questo caso, ma presso l’appartamento in cui il poeta passò gli ultimi mesi di vita nel 1821.

Keats and Shelley Memorial House, Piazza di SpagnaKeats, giunto a Roma dopo un viaggio estenuante durante il quale la sua nave fu bloccata nel porto di Napoli per una quarantena, non vide mai la città. Morì giovanissimo di tubercolosi, malattia che aveva decimato la sua famiglia e che egli stesso si era diagnosticato, avendo compiuto studi di medicina. L’aria di Roma, consigliatagli per lenire le sue sofferenze, purtroppo non servì. E il suo spirito aleggia ancora nelle stanze che lo hanno accolto negli ultimi istanti, stanze che ospitano oggi il Keats and Shelley Memorial House, il museo dedicato ai poeti romantici a Roma.

Pantheon

Passando per via di Pietra dal Corso arriviamo al Pantheon, la casa di tutti gli dei. Non è una divinità quella che ci si fa incontro attraverso le pieghe della storia, ma il fantasma di un morto illustre: il re Umberto I, assassinato a Monza all’alba del XX secolo, nel luglio del 1900 dall’anarchico Gaetano Bresci con tre colpi di rivoltella.

Il corpo del re riposa insieme a quello di altri reali d’Italia nel Pantheon ma il suo fantasma pare avere l’abitudine di aggirarsi sotto il colonnato. Addirittura una volta si sarebbe avvicinato ad una guardia per consegnargli un messaggio, di cui nessuno seppe mai il contenuto. La prova che fosse un fantasma? Una bruciatura sulla manica del malcapitato testimone di questa singolare visione.

Piazza Navona e ponte Sisto

Piazza Navona è il regno di due donne, due destini estremamente diversi. La prima si manifesta in un’apparizione apparentemente inspiegabile: quando la luna colpisce i vetri di palazzo de Cupis si vede riflessa una forma con cinque dita, una mano spettrale. Il palazzo  si riconosce facilmente per un piccolo dettaglio, che non ha nulla a che vedere con questa storia, ma conferisce un tocco ancor più inquietante: dal muro sporge una piccola testa di marmo.

mano di marmoLa mano che alcuni dicono di aver visto, invece, apparterrebbe a Costanza de’ Cupis, nobildonna romana del XVII secolo, le cui mani erano tanto ammirate che un famoso artista, Bastiano, volle realizzare un calco in gesso di una delle mani per poter esporre una simile opera nel proprio studio. Tra i tanti che videro questa opera inconsueta vi fu un frate domenicano, predicatore in San Pietro in Vincoli. Costui pronunciò parole che risuonarono alle orecchie della donna quasi come una maledizione: disse infatti che quella mano era così bella che se fosse appartenuta ad una persona reale, questa avrebbe rischiato di vedersela tagliare per invidia. Costanza, temendo di aver peccato di vanità o forse per timore del veder realizzato un simile pronostico, si chiuse in casa.

Le precauzioni furono del tutto inutili e, come in ogni storia in cui troviamo una predizione, fu Costanza stessa a causare la propria sciagura: intenta a ricamare, si punse un dito e la ferita si infettò tanto che i medici dovettero procedere ad amputare la mano, ormai gonfia. La donna morì poco dopo, probabilmente per setticemia o, come vuole la tradizione popolare, in seguito al dolore della perdita. Perdita alla quale lei sembra non rassegnarsi se, come dicono le fonti, il suo fantasma si aggira intorno alle mura del palazzo cercando di ricongiungersi con il pezzo mancante.

Proprio di fronte al palazzo di Costanza, sorge quello dei Pamphili dal quale parte, in direzione di ponte Sisto, una carrozza a gran velocità. Porta via Olimpia Pamphili, colei che fu soprannominata per un gioco di parole dovuto ad una pasquinata – “Olim-pia, nunc impia” (una volta pura e ora corrotta) – la Pimpaccia. Olimpia era di umili origini, ma molto bella e di grande intelligenza tanto che riuscì, morto il primo marito, a farsi sposare dal ricco e nobile Panphilo Pamphili, divenendo cognata dell’allora papa Innocenzo X.

Tali erano le sue capacità che divenne estremamente influente presso la corte papale, la più preziosa confidente di Innocenzo X tanto da far circolare voci riguardo una presunta relazione tra i due che andasse ben oltre la parentela. Potente e ricchissima fu odiata dal popolo romano che non sopportava di essere dominato da una donna di estrazione popolare ella stessa che venne definita “un maschio vestito da donna per la città di Roma e una donna vestita da maschio per la Chiesa Romana”.Ponte Sisto

Di notte si ripete l’ultimo atto che la vide protagonista a Roma: poche ore prima della morte del papa, sapendo che priva della sua protezione non avrebbe più potuto spadroneggiare, caricò la carrozza con scrigni pieni di ricchezze e fuggì via dalla città, passando proprio per ponte Sisto.


Portico d’Ottavia

Lasciamo la carrozza della Pimpaccia proseguire per la sua strada, forse verso una voragine aperta dal diavolo, come vuole la tradizione popolare a lei decisamente avversa. Procedendo sul Lungotevere dei Vallati arriviamo al Ghetto Ebraico; dietro il Tempio Maggiore di Roma troviamo le rovine del Portico d’Ottavia, massicce nella loro nudità di pietra.

Questa zona racconta molte storie, anche recenti, legate ad un odio antico. Ma il fantasma che si aggira per il Portico, benchè ebreo, non haPortico d'Ottavia, Ghetto Ebraico da rimproverare ai vivi la persecuzione, quanto la fine di un amore. E’ Berenice, la sorella incestuosa di Erode Agrippa e amante appassionata di Tito, l’imperatore che conquistò e distrusse Gerusalemme nell’81 d.C. La storia racconta che ella venne inviata in Oriente per soddisfare le richieste del senato di Roma che riteneva scandalosa la relazione dell’imperatore con una donna ebrea.

Al Ghetto, però, su Berenice circola una versione diversa, che la trasforma da donna lussuriosa e crudele in eroina del proprio popolo. Si racconta infatti che un giorno, mentre ella si trovava ai bagni, venne a sapere che un bambino era morto, avvelenato da una maga ebrea e che Tito aveva dato ordine di compiere un atto di giustizia sommaria, recandosi al Portico e scegliendo una donna ebrea qualsiasi da giustiziare. Berenice rimase sconvolta dall’arbitrarietà di una simile decisione e chiese allora a Tito di concederle la grazia di poter scegliere lei la vittima da designare.

Quando Tito tolse il velo alla donna che gli era stata indicata trovò Berenice, decisa a sacrificarsi per dimostrargli l’insensatezza del suo gesto. Bisognerebbe incontrare Berenice per chiederle quale sia la versione dei fatti: noi ci accontentiamo di ammirare la cupa maestà della piazza vuota per avviarci poi verso la prossima meta.

Colle Oppio

Ninfeo di Colle Oppio

Se siete uomini in cerca di un’avventura galante all’ombra del Colosseo vi si offre la possibilità di incontrare una donna antica più che all’antica, continuamente a caccia di amanti pur essendo ormai soltanto un fantasma, Messalina.

Era moglie dell’imperatore Claudio, una donna bellissima, ma dagli appetiti insaziabili tanto da tradirlo ripetutamente con più uomini e sposare in segreto l’ultimo dei suoi amanti, Gaio Silio mentre il marito si trovava fuori Roma.

Claudio naturalmente scoprì le relazioni illecite della moglie e ne decretò la morte che avvenne per mano di un tribuno militare negli Horti Luculliani, sul Pincio. L’ultima frase che ella udì, per bocca del suo assassino, lascia poco alla fantasia per comprendere la sua condotta: “Se la tua morte sarà pianta da tutti i tuoi amanti, piangerà mezza Roma!”. Come ogni fantasma che si rispetti continua a cercare quel che cercava in vita: attenti a non lasciarvi sedurre…

Ponte S. Angelo

 Tornando indietro verso Castel Sant’Angelo, passeremo per Lungotevere de’ Cenci, uno dei tanti tratti del Tevere che prende il nome da una famiglia romana, una delle tante se non fosse stata protagonista di un sanguinoso fatto di cronaca.

Il capo famiglia Francesco Cenci era un uomo violento e dispotico: oberato dai debiti, condannato più volte per colpe gravissime pur di non dover pagare la dote della figlia Beatrice la costrinse a non sposarsi e la inviò, insieme alla matrigna, in un suo castello a Petrella Salto nel 1595. Probabilmente dietro la negazione della possibilità delle nozze per la figlia c’era un motivo più scabroso, un amore morboso del padre che abusò più volte della povera ragazza tanto da innescare una spirale di odio e violenza che si concluse nel 1598: dopo due tentativi andati a vuoto, Francesco venne brutalmente ucciso con la complicità del castellano Olimpio e quella del maniscalco Marzio, amante di Beatrice. Francesco venne prima drogato con una dose d’oppio, poi gli spezzarono le gambe e lo finirono con un chiodo che gli trapassò cranio e gola. Vi fu anche un tentativo di dissimulare il delitto fingendo un incidente, ma i segni sul cadavere rendevano evidente lo svolgimento dei fatti.

Beatrice venne giustiziata con il taglio della testa l’11 settembre 1599 nel luogo deputato per le esecuzioni capitali: Castel Sant’Angelo. Quel giorno sulla piazza affollata vi erano tra gli altri Caravaggio e Orazio Gentileschi con la figlioletta, la futura pittrice anch’essa destinata a subire violenza sessuale, Artemisia. Tale era la calca che quel giorno non morirono soltanto i condannati ma anche alcuni spettatori, schiacciati dalla folla o caduti nel Tevere. Però la presenza che infesta il ponte degli Angeli nella notte tra il 10 e l’11 settembre è quella di Beatrice, che come i due carbonari di Muro Torto porta in mano la propria testa recisa.

Durante le altre notti dell’anno è più probabile incontrare un uomo avvolto da un mantello scarlatto, Giovanni Battista Bugatti meglio noto come Mastro Titta, il boia di Roma, che passeggia su quel ponte divenuto parte di un detto popolare romano “quando Mastro Titta passa ponte”: egli abitava dall’altra parte del Tevere e quando attraversava era segno che qualcuno stava per morire. La versione “boia non passa ponte” sta a significare, invece, “ciascuno stia al suo posto” infatti il boia non aveva buona fama e si asteneva dal circolare in città se non per fare il suo dovere.

San Pietro

L’ultima tappa del nostro itinerario non poteva che essere uno dei cuori di Roma, Piazza San Pietro, per incontrare il fantasma più antico e nobile di Roma: Giulio Cesare. Perchè proprio nel luogo simbolo della cristianità? Il motivo va cercato in alto, sull’obelisco che domina la piazza, sulla cui punta c’è una piccola sfera di bronzo che si diceva contenesse le ceneri di Cesare. Quando l’obelisco, che si trovava nel circo privato voluto da Caligola e precedentemente ad Eliopoli (oggi il Cairo), venne fatto spostare nel 1585 per volontà di papa Sisto V la sfera venne forata per verificare le dicerie: non era cava e non poteva contenere i resti, ma si diffuse l’idea che all’interno di essa fosse imprigionato lo spirito di Cesare.

Adesso circola liberamente e chissà se ogni tanto visita la sua tomba, ai Fori imperiali, dove alcuni romani ancora oggi lasciano fiori…

 

 

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4 thoughts on “Itinerari spettrali: la Roma dei fantasmi

    • Ciao Clar Issima, al momento questo è solo un blog di informazione: ma sono in collegamento con un’associazione culturale che organizza visite e potremmo progettare anche questa. Resta sintonizzata per avere maggiori informazioni 🙂

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  1. Pingback: 4 haunted places in Rome, by Sara Lilliu – KeepMePOSTEd

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