Assisi in un giorno: l’armonia di anima e corpo

Assisi in un giorno: l’armonia di anima e corpo

Assisi, terra di San Francesco, cuore spirituale dell’Umbria: arrivando in treno alla stazione di Santa Maria degli Angeli ti accoglie guardandoti dall’alto, come volesse ispirarti ad un’ascesa lenta e contemplativa. È abbastanza piccola da poter esser visitata in un giorno, ma non così tanto da concederci troppi tempi morti.

La prima tappa, scendendo dal bus che collega la stazione a piazzale dell’Unità (con partenza a tutte le ore a 15 e 45), non può che essere la Basilica di san Francesco, la cui costruzione venne avviata appena due anni dopo la morte del santo sulla collina che, secondo la tradizione, egli stesso aveva indicato per la sua sepoltura: il collis inferni, la collina dell’inferno, ove venivano seppellite le spoglie di chi aveva trasgredito la legge.  Una scelta che collima certamente con l’umiltà del poverello di Assisi.

Non si può certo dire, però, che la basilica sia povera e dimessa come l’uomo in nome del quale venne innalzata: la chiesa inferiore, ma soprattutto quella superiore, con gli affreschi di Giotto a illustrazione della vita di San Francesco, sono uno spettacolo per il quale occorre concedersi ben più di una visita frettolosa. Sulle pareti, una scena alla volta, l’arte medievale – dedicata a raccontare agli incolti e analfabeti vicende edificanti con un linguaggio accessibile – si offre agli occhi di noi moderni in tutta la sua chiarezza, con una storia che attraversa il tempo.

Appena fuori dalla Basilica di san Francesco, sul piazzale che si inerpica verso la parte alta della città, c’è una porticina laterale che non dovrebbe sfuggire a chi voglia concedersi un’esperienza difficilmente replicabile in un altro luogo di Assisi, sempre piena di turisti e pellegrini. Nella terra del santo che ammansiva i lupi e predicava agli uccelli ci inoltriamo nel Bosco di san Francesco, bene protetto dal FAI, in una passeggiata silenziosa tra opere d’arte umane, a partire dalla campana tibetana circondata dai simboli delle maggiori religioni mondiali in una prospettiva di pace e conciliazione, e meraviglie naturali: il sottobosco di felci, le pareti rocciose del monte Subasio dell’inconfondibile colore rossiccio a strapiombo sul sentiero, il letto del fiume le cui acque hanno scavato e levigato la pietra.

A circa metà percorso incontriamo il punto informazioni del FAI, attraverso il quale accediamo ad un’antica cappella del XIII secolo, la Chiesa di Santa Croce, destinata nelle sue ridotte dimensioni a piccole comunità della campagna circostante. Di qui, attraverso una porticina, possiamo proseguire lungo il corso del torrente Tescio per arrivare alla radura del Terzo Paradiso: un enorme simbolo dell’infinito con un terzo cerchio al suo centro, costruito con innumerevoli piante di ulivo. Un’opera d’arte all’interno della quale si può camminare, realizzata nel 2010 da Michelangelo Pistoletto che, attraverso questo segno, spiega la propria visione di una “terza via”, un modo per superare lo scollamento tra uomo e natura, restaurando l’armonia originaria in un nuovo equilibrio: non più il Primo Paradiso, quello naturale, concepito come l’Eden, né il Secondo Paradiso, quello artificiale, della tecnologia che invade il nostro habitat e lo annichilisce, ma il Terzo appunto in cui le due componenti si integrano. Saliamo allora sulla torre Annamaria, quel che resta di una torretta medievale che serviva a sorvegliare un opificio, per dare uno sguardo sulla radura e concederci una pausa. Il percorso per tornare indietro, infatti, sarà un po’ più impervio, dovendoci inerpicare lungo quel dolce colle che abbiamo appena disceso.

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Usciamo alla luce del sole, più brillante dopo aver affrontato la penombra del sottobosco, e possiamo inoltrarci verso il centro della nostra cittadina, di cui abbiamo finora lambito soltanto la punta più estrema. Raggiungiamo con calma Piazza del Comune, il cuore della vita della città, verso cui confluiscono con grande sapienza urbanistica le principali arterie che si diramano dalle porte ubicate lungo le antiche mura. Qui, con una certa sorpresa, ci troveremo di fronte a realtà storicamente molto diverse: chi potrebbe immaginare, infatti, che proprio sulla piazza principale di uno dei borghi più medievali d’Italia si lasci ammirare la monumentale facciata di un tempio romano, il tempio di Minerva, con le colonne del prostilo in perfetta continuità con un campanile cinquecentesco?

Si tratta di uno dei templi romani meglio conservati, nonostante le vicissitudini di cui è stato protagonista: prima trasformato in chiesa, poi degradato a luogo di botteghe e case, passato poi ad essere sede del Comune che lo destinò in parte a carcere, infine dedicato alla Vergine. Sul lato opposto della piazza vediamo, invece, l’attuale sede del Comune, l’antico Palazzetto dei Priori che offre alla vista un piccolo tesoro: un vicoletto sormontato da una splendida volta a botte affrescata, la cosiddetta volta pinta, realizzata intorno al ‘500 dal pennello di uno sconosciuto autore.

All’ora di pranzo avremo solo l’imbarazzo della scelta: l’Umbria è una terra ricca di sapori e Assisi pullula di ristoranti rinomati per chi voglia sedersi al caldo, magari in una giornata invernale particolarmente ridiga, o di norcinerie e punti ristoro dedicati spesso ad una specialità tipica: la torta al testo, un’alternativa al panino, il cui nome deriva dal particolare piatto di ghisa su cui viene cotta (testo, appunto), che può essere farcita in mille modi diversi. Se, invece, si vuole optare per un sostanzioso piatto di pasta, potremo assaggiare gli umbricelli o gli strangozzi alla norcina, pasta fresca condita con crema di latte e salsicce locali; gli amanti della carne troveranno la loro terra promessa, tra arrosti misti, tagliate e dosi abbondanti di tartufo e funghi.

Sazi e lievemente appesantiti facciamo quindi tappa in uno dei luoghi più suggestivi dell’intera città, il punto più panoramico da cui si può godere di un colpo d’occhio d’eccezione: direzione Rocca Maggiore, il fortilizio che da circa 800 anni domina Assisi come un gigante silenzioso.  Raggiungiamo il vicolo di San Lorenzo e saliamo la scalinata, con alle spalle la facciata della Chiesa di S. Rufino, fino ad arrivare alla strada che conduce direttamente ad affacciarci sulla vallata: abbracciamo con lo sguardo l’intera città, da un estremo all’altro, riconoscendo e salutando dall’alto i tetti e le facciate che ci facevano sentire tanto piccoli a guardarli di sotto in su.

 

La discesa ci porta verso la conclusione del nostro itinerario, che dovrà prevedere però un’ulteriore sosta: non si può visitare Assisi in un giorno senza avere il tempo di assaggiarne i dolci in una delle pasticcerie del corso principale, le cui vetrine sono un chiaro invito ai peccati di gola. Rocciata di assisi, cannolini croccanti, tozzetti…c’è da fare scorta!vetrina-di-pasticceria-assisi-in-un-giorno

Il periodo migliore per visitare Assisi è sicuramente l’inverno: la città si riempie di luminarie, la piazza sotto la basilica ospita un immenso albero di Natale ed è possibile visitare il tradizionale mercatino “La magia del Natale ad Assisi”, attivo dal 2011 con tanto di villaggio natalizio, trenino di Babbo Natale e animazione per i bambini. Non è neanche troppo difficile capitare in una giornata abbastanza fredda da vedere spuntare qualche timido fiocco di neve a ingentilire il paesaggio. Infine d’inverno, considerando l’orario piuttosto precoce del tramonto, potrete godere dello spettacolo della Basilica illuminata.

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L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

 

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

Un olivo e un ciliegio, piantati vicini, intrecciano i propri rami senza soffocarsi a vicenda, senza competere per la luce del sole.
Potrebbe essere l’inizio di una favola per adulti e bambini; una favola che parla di convivenza pacifica, di rispetto e diversità. In realtà si tratta di un’immagine reale, delicatamente poetica nella sua capacità di evocare un intero mondo di suggestioni.
Ci troviamo all’interno del Giardino dell’Istituto giapponese di cultura a Roma, progettato in ogni dettaglio da Ken Nakajima, un piccolo angolo di tranquillità proprio alle spalle di Villa Borghese e della Galleria Nazionale di Arte Moderna.

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

 

Un giardino giapponese “italiano”

Siamo in un luogo unico nel suo genere: il laghetto, la presenza della lanterna, la precisa disposizione di ogni elemento ci richiamano alla mente i giardini visti in tante pellicole cinematografiche o nei manga giapponesi, luoghi di serenità entrati nel nostro immaginario quasi di soppiatto, associandosi alla nostra idea tradizionale di locus amoenus, una sorta di idillico quadretto naturale. Abbiamo detto unico, però. Unico perché in realtà questo piccolo paradiso artificiale, costruito sapientemente dalla mano dell’architetto secondo i canoni della sua tradizione culturale, è realizzato con l’impiego di elementi italiani. Le piante sono prevalentemente di origine mediterranea e le pietre che decorano piacevolmente il laghetto vengono dalla Toscana.
Tutto ciò sembra richiamare quell’immagine iniziale dell’olivo e del ciliegio, due piante estremamente simboliche perché richiamano da un lato l’Italia e dall’altro il Giappone, unite qui in un dialogo e scambio perenne.

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

I ciliegi hanno, nella concezione giapponese, un significato allo stesso tempo pratico ed estremamente romantico. In antichità ovviamente segnalavano l’arrivo della buona stagione e la loro fioritura era un segno inequivocabile di come sarebbe stato il raccolto; la festa dell’Hanami, letteralmente “osservare i fiori”, consisteva nel consumare insieme il pasto sotto gli alberi in fiore. Oggi è una pratica ancora largamente diffusa, pur avendo perduto il suo significato originario ed essendosi trasformata in un momento di festa collettiva che prescinde dalla tradizione contadina. Sotto i ciliegi poi, tutto comincia e finisce. Sotto quei fiori si saluta il compagno di banco quando si conclude l’anno scolastico. Sotto quei fiori si incontrano persone nuove. L’idea della caducità e del rinnovamento contenuta nella bellezza e fragilità della fioritura, che dura soltanto un paio di settimane, è universale e per questo affascinante.

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

C’è da sottolineare che il giardino non è quello zen, di cui spesso osserviamo nei negozi etnici delle versioni in miniatura. Il giardino zen è privo di acqua, estremamente semplice nella sua composizione perché la sua finalità è la meditazione e qualsiasi ridondanza potrebbe distrarre. Lo stile è piuttosto quello dei giardini destinati alle autorità e agli aristocratici, volto a sollecitare la percezione sensoriale ed estetica con la sua bellezza e ricchezza rispecchiante, nell’idea originaria, un’ideale di ambiente perfetto in cui nulla manca e ogni cosa si colloca in un suo preciso posto.

Camminando sul sentiero, facendo attenzione a non calpestare l’erba nel pieno rispetto di un equilibrio delicato è possibile effettuare una breve visita guidata gratuita di circa mezz’ora, a conclusione della quale bisognerà cedere il posto alle frotte di curiosi che hanno prenotato la “sessione” successiva. Riuscire ad ottenere un posto sembra essere quasi impossibile, data la grandissima attrazione suscitata da questo luogo; ma quest’anno, da novembre, è stata introdotto una novità che dovrebbe agevolare i romantici, con l’apertura prevista in alcuni giorni specifici per tutto l’anno.

Per chi, tuttavia, non riuscisse a varcare l’agognata soglia del giardino può approfittare di una vista altrettanto appagante dall’alto della terrazza dell’Istituto e, magari, prestare attenzione all’Istituto stesso che offre una grande varietà di attività per la promozione della cultura giapponese. Tutte gratuite.
Mostre, conferenze, una nutrita rassegna cinematografica serale continuamente aggiornata e varia nella proposta annuale contribuisce a rendere l’istituto un fulcro importantissimo della vita culturale della città.

 

Informazioni pratiche

Le informazioni relative alle modalità di prenotazione sono disponibili sul sito ufficiale dell’istituto giapponese di cultura alla voce giardino

Per raggiungere l’isituto: scendere alla fermata metro di Flaminio e proseguire a piedi fino a via Gramsci;
in alternativa è possibile usare il tram, fermando davanti alla GNAM.

 

Nella città che muore per non far morire le parole

Nella città che muore per non far morire le parole

 

la parola che non muore

Dal 2 al 4 ottobre 2015 poeti, artisti, registi, attori, scrittori si sono dati appuntamento in un luogo incantato quanto reale, incastonato tra le montagne laziali, sospeso tra le nuvole, Civita di Bagnoregio, per il Festival “La parola che non muore” diretto da Massimo Arcangeli e Giancarlo Liviano d’Arcangelo.

nella città che muore per non far morire le parole

La chiamano “la città che muore” perché una serie di fenomeni geologici di enormi proporzioni ed evoluzione difficilmente prevedibile rischia di far crollare la cittadina, tanto che a Civita oggi abitano soltanto due famiglie. E una quantità enorme di gatti che paiono fare la guardia a questo luogo, visitatissimo dai turisti grazie alle numerose apparizioni cinematografiche ( Il castello errante di Howl del maestro dell’animazione Miyazaki, Il racconto dei racconti di Garrone).

Non poteva esserci posto migliore per riflettere insieme sul valore della parola: strumento di narrazione e quindi di memoria collettiva, collante, tramite tra le generazioni e le epoche, la parola si è installata a Civita come un seme destinato a germogliare per portare nuova vita.

Il programma della manifestazione si è rivelato densissimo e di grande interesse, coinvolgendo ospiti di ogni età: dai poeti maturi, che hanno presentato i loro giovani pupilli in una serata di letture che ha rappresentato un ideale passaggio di testimone tra generazioni, fino ai ragazzi delle feste Archimedee, guidati da Edda Cancelliere, volati dalla Sicilia fino a Civita per inscenare il proprio spettacolo sulla Divina Commedia, il libro immortale simbolo di una cultura sempre viva.
Intorno a Dante, di cui si festeggia quest’anno il settecentocinquantenario dalla nascita, si sono raccolti numerosi interventi tra cui la proiezione di alcuni estratti del progetto “La montagna infinita” del regista Lamberto Lambertini impegnato da sette anni, in collaborazione con la Società Dante Alighieri, a realizzare una completa opera cinematografica sulle tre cantiche della Commedia, in cui sia protagonista non soltanto il verso del sommo poeta, ma anche il territorio italiano nelle sue molteplici declinazioni; la lettura, di effetto dirompente, di una traduzione ottocentesca della Commedia in dialetto calabro a cura di Pina Basile; la suggestiva performance lirico-musicale di Virginia Guidi e Sara Ferrandino.

Sebbene il festival sia durato soltanto tre giorni, l’idea è quella di farlo continuare online, non lasciare che il sipario si chiuda all’improvviso, lasciando le energie spese per la sua realizzazione estinguersi tanto rapidamente. Civita non deve morire, nessuno vuole che questo splendido e quasi disabitato borgo d’Italia rimanga abbandonato a sé stesso; per questo è stato lanciato un contest o per meglio dire una catena virtuale, simile a quelle che abbiamo visto impazzare in rete durante l’estate con l’ice bucket challenge. L’idea è quella di creare una grande anagrafe virtuale di Civita attraverso l’adesione spontanea di grandi e piccoli: è sufficiente realizzare un video di pochi secondi recitando la frase “Io vivo a Civita perché Civita viva” e donare, se lo si vuole, un libro con una motivazione per questa scelta, condividendo poi il video sulla pagina del Festival “La parola che non muore” o sui social con l‘hashtag #iovivoacivita. In alternativa basta anche soltanto una fotografia con in calce la propria “dichiarazione di cittadinanza”.

 

A Civita, infatti, si realizzerà in tempi brevi una grande Casa del Libro in cui confluiranno tutti i libri che cittadini, ospiti, organizzatori, case editrici vorranno mettere a disposizione. Un luogo di memoria libraria e di condivisione che, un mese all’anno, potrà essere occupato da un artista, uno scrittore, un regista, uno studioso per renderla il proprio luogo di ritiro e concentrazione, quell’angolino che spesso i poeti hanno cantato nelle proprie liriche, necessario spesso per poter dare forma alle proprie idee.
L’invito è esteso a tutti. Siamo tutti cittadini di Civita, basta volerlo.

 

Subiaco, sotto un lago che non c’è più

Subiaco, sotto un lago che non c’è più

La chiamano “la città della Stampa e di San Benedetto”, un borgo medievale arroccato tra i monti Simbrunini, a neanche un’ora di autostrada da Roma. Ma Subiaco offre a chi la incontra, anche per lo spazio di un breve soggiorno, un’esperienza che va ben al di là delle aspettative di chi l’avvicina per la prima volta. Il percorso di scoperta comincia appena fuori dall’abitato, quando ci si incammina lungo la strada dei monasteri benedettini. La maggior parte di coloro che vanno a Subiaco usano l’automobile per raggiungere i punti di attrazione più inerpicati; ma così si privano di una parte fondamentale del viaggio, di scenari che da un finestrino non si vedono.

A piedi lo stato d’animo si trasforma. C’è la fatica, sotto il sole o la pioggia lieve d’agosto; il piede che talvolta sdrucciola sui sassi; quel bordo di roccia un po’ troppo sottile, a strapiombo su una vertigine verde; il fruscio di un lucertola tra le foglie; l’attenzione costante ai segnali lungo il percorso; quella sosta necessaria per bere. E ci si guadagna l’arrivo, come una nuova boccata d’ossigeno. Camminare è un ingrediente a cui non bisognerebbe rinunciare.

Lungo la strada si incontrano per prima cosa i ruderi della villa di Nerone, una residenza estiva che in origine doveva essere lussuosissima ed è ridotta ora a qualche struttura emergente dal terreno. I marmi che ne decoravano le stanze li ritroveremo centinaia di metri più su, utilizzati per adornare i monasteri di Santa Scolastica e San Benedetto. Quei quattro ruderi sono necessari a capire il nome della città, Subiaco. Nerone, infatti, imperatore megalomane e anche piuttosto esigente, non poteva certo accontentarsi di una normale villa in mezzo ai monti. Attraverso un sistema di dighe fece deviare il corso dell’Aniene creando intorno al suo piccolo dominio tre laghi artificiali: quindi Subiaco da Sub Lacum, sotto il lago.

Non molto distante dall’area archeologica si trova Santa Scolastica. Si tratta del più antico monastero benedettino al mondo, fondato proprio da Benedetto col nome di San Silvestro e destinato ad accogliere una comunità maschile. Soltanto alla morte del Santo venne ribattezzato col nome della sorella, Scolastica appunto, che però non sembra essere mai stata in questo luogo (o perlomeno non esistono fonti che lo attestino). La visita guidata è piuttosto breve, ma consente di avere accesso a tutti i punti nevralgici della struttura, cresciuta su sé stessa nel corso del tempo tanto da fondere al proprio interno stili molto diversi, dal tardo gotico fino al neoclassico, per un arco di tempo che va dal 500 d.C fino a oltre il 1700.

 

Santa Scolastica, da brava sorella, ci apre le porte verso San Benedetto. Se gli ambienti non troppo ricchi del monastero precedente hanno comunque destato l’attenzione del “pellegrino”, quello di Benedetto può far rizzare i capelli in testa anche a chi non è credente, ma ha la sensibilità per sentirne la forte componente spirituale. Il monastero di San Benedetto, infatti, è una sorta di scrigno delle meraviglie: al suo interno nasconde e protegge il Sacro Speco, la grotta all’interno della quale San Benedetto visse in penitenza e preghiera per tre anni. Prima di arrivare al Sacro Speco, però, si devono attraversare la chiesa Superiore e quella Inferiore completamente affrescate con la storia della vita del santo, oltre che con episodi biblici ed evangelici; affreschi i cui colori risplendono nella luce che filtra dalle finestre, mirabilmente conservati. Le regole del monastero vietano di scattare fotografie all’interno (con o senza flash): un invito a rispettare il luogo sacro, ma anche a lasciarsi trasportare dall’occhio di parete in parete, in un vero e proprio rapimento estatico.

San Benedetto, Subiaco

Come se non bastasse tutto ciò, si arriva poi alla Grotta, inglobata nelle mura del monastero: roccia scabra e frastagliata contro marmi levigati; pareti che seguono la curvatura vertiginosa della montagna; natura e mano dell’uomo che si confrontano e si esaltano in un’armonia difficile da realizzare. Nella grotta c’è una statua di san Benedetto in preghiera, un delicatissimo marmo che riproduce le fattezze del santo da giovane e sembra quasi voler sottolineare la difficoltà della scelta di vivere isolato in un luogo impervio, lontano dallo sguardo degli uomini; nel cortile interno, chiamato Cortile dei Corvi – poiché vi si allevavano corvi in ricordo dell’animale che salvò il santo, strappandogli un pane avvelenato- rivolto verso la montagna, il santo con la lunghissima barba bianca, una mano alzata contro le rupi che incombono e sembrano dover franare da un momento all’altro: FERMA O RUPE, NON MINACCIARE I FIGLI MIEI, la protezione di Benedetto per la sua comunità. Due immagini di San Benedetto poste come in dialettica tra di loro, gioventù e vecchiaia che si parlano lungo il filo di una vita completamente dedicata al rigore e all’ascesi.

Laghetto di San Benedetto, Subiaco

Altrettanto attenti dovremo essere noi per raggiungere la tappa successiva, un luogo per cui vale davvero la pena immergersi in un percorso pedestre: il tempo lungo della camminata, con l’occhio attento a dove mettere i piedi, è una vera e propria preparazione. Riscendiamo verso Santa Scolastica e da lì, seguendo i cartelli, prendiamo la strada per raggiungere il laghetto di San Benedetto. Si tratta di un piccolissimo specchio d’acqua, alimentato dalle impetuose acque dell’Aniene ed è l’unico dei laghi di Nerone rimasto ad allietare il viaggiatore. Una piccola cascata dietro la quale si scorge una grotta sembra trasformare la parete di roccia in una quinta teatrale e la presenza di un enorme masso bianco proprio alla sua sinistra rende questo paesaggio inconfondibile. Il laghetto si trova all’interno di una radura, circondato dagli alberi e chiuso dalla montagna: la sensazione è quella di trovarsi in un luogo magico, il cui silenzio non dovrebbe essere in alcun modo violato.

Seguendo la via d’acqua del fiume possiamo tornare verso la città, all’ingresso della quale si trova il Ponte di San Francesco. Il ponte non ha nulla a che vedere in modo diretto con la figura del santo di Assisi, ma prende il nome dal vicino convento. Venne realizzato nel XIV secolo per celebrare la vittoria del 1356 sui tiburtini, per volontà dell’abate Ademaro. Si tratta di una struttura ad una sola arcata, dalla singolare curvatura, costruita con cardellino, una pietra locale che caratterizza gran parte degli edifici antichi di quest’area.

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Arrivati alla soglia del paese, probabilmente un po’ affaticati, ci si sente sormontati dalla maestosa Rocca Abazziale. Doveva essere la stessa sensazione che provavano gli antichi sublacensi, non molto inclini a farsi dominare da un potere ecclesiastico come quello esercitato dagli abati succedutisi nel corso del tempo. La Rocca, incombente sulla città a ribadire con forza la presenza di un potere centrale, è nota soprattutto per un dettaglio: fu la dimora di Vanozza Cattanei, l’amante di Rodrigo Borgia, futuro papa Alessandro VI. Fu, dunque, la culla di Cesare Borgia e di sua sorella, la dama più temuta di Roma, Lucrezia Borgia.

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Vista da questa prospettiva la rocca acquisisce un altro fascino e aggirarsi tra quelle stanze dà l’impressione di muoversi nei meandri leggendari e nascosti della storia. Purtroppo per noi la rocca è passata di mano in mano nel corso dei secoli:ben poco resta dell’antica dimora dell’amante papale, giacché mentre i soffitti sono stati ridipinti secondo il volere dei successivi depositari della rocca, la famiglia Colonna, i muri risultano completamente rovinati. Vi erano dipinte delle danzatrici in pose lascive, spesso con il corpo nudo, e questo tipo di decorazione non fu gradito ai Colonna che pensarono bene di coprirle con della carta da parati.

Non parlare di carta a Subiaco è praticamente impossibile: nel 1465, ormai 550 anni fa proprio veniva stampato il primo libro in Italia, da due tedeschi, e ciò avvenne proprio qui a Subiaco. A ricordare l’evento ci aiutano i due musei della carta e della stampa oltre alla grande cartaria, chiusa nel 2003. La perdita di un luogo tanto importante per l’economia e la storia della città ha stimolato l’ingegno di un gruppo di giovani imprenditori che hanno così dato avvio al Borgo dei Cartai.

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Lo si incontra nella zona del Mulino Carlani dove oggi si fa rafting, zona che anticamente ospitava gli Opifici, le attività produttive del borgo medievale. Non avrebbero potuto scegliere luogo migliore per realizzare questo Museo Didattico: un luogo in cui si conservano e si illustrano le pratiche per la produzione della carta, in cui sono riprodotti tutti gli strumenti necessari e in cui, soprattutto, la tradizione si rinnova attraverso laboratori didattici aperti a tutti durante i quali si possono apprendere le tecniche di produzione manuale della carta e di legatura. E’ un luogo del fare, in cui si può capitare del tutto per caso e trovare una delle ragazze che con i gesti attenti di chi ama ciò che sta facendo trasforma una pasta di cellulosa a mollo in una vasca in quello che sarà un foglio. Vale la pena fermarsi anche soltanto mezz’ora per lasciarsi affascinare.

Subiaco, lavorazione della carta, Borgo dei Cartai

 

Sito ufficiale dei monasteri benedettini

Sito del Museo Borgo dei Cartai

Dall’uovo alle mele: all’ara Pacis per scoprire come mangiavano i romani

Dall’uovo alle mele: all’ara Pacis per scoprire come mangiavano i romani

Come mangiavano i romani? Quali erano le loro abitudini alimentari e come cucinavano? E perché per dire dall’inizio, in latino, si usa l’espressione “ab ovo”?

Nell’anno dell’Expo e del motto “nutrire il pianeta”, uno straordinario allestimento nella nuova area espositiva dell’Ara Pacis ci permette di rispondere a questi curiosi interrogativi attraverso la mostra “Nutrire l’impero: storie di alimentazione da Roma e Pompei”, aperta al pubblico dal 2 luglio al 15 novembre 2015.
La mostra presenta un percorso che si articola in diverse macro-aree tematiche, permettendo di scoprire tutti i piccoli segreti dell’alimentazione romana, dai prodotti più utilizzati ed amati – come il garum, la salsa di pesce salata per la quale si spendevano migliaia di denari – agli arnesi utilizzati per cucinare, alle piccole manie che accompagnavano i banchetti dei ricchi epuloni.

Dall'uovo alle mele: all'Ara Pacis per scoprire come mangiavano i romaniIl periodo esplorato dalla mostra è quello che va dal I al IV secolo d.C, dalla costituzione dell’impero con Ottaviano Augusto fino al suo apice sotto Costantino, evidenziando quella che viene definita una prima “globalizzazione dei consumi”. La popolazione si amplia sempre di più ed è necessario sfamarla e garantirle un sostentamento adeguato, soprattutto per quegli individui – maschi, adulti e dotati di cittadinanza – che rappresentano il cuore della romanità. Le conquiste consentono, così, di dislocare la produzione dei beni di consumo primario nelle varie regioni. Il vino è cretese o della Gallia, il miele greco, il pane prodotto con il grano che proviene dall’Africa, passato alla storia come il grande “granaio” dei romani.

La prima sezione della mostra, perciò, illustra attraverso mappe interattive il percorso delle merci e il loro trasporto su vie di terra e soprattutto d’acqua. Ricostruzioni e plastici in legno rendono un’idea dei mezzi di trasporto, della loro capacità e delle difficoltà connesse al loro utilizzo. Una lunga infografica presenta anche i molteplici tipi di anfore e contenitori, delle forme e dimensioni più diverse a seconda del contenuto previsto. Il visitatore rimarrà forse meravigliato nello scoprire che, anche all’epoca, vi era l’uso di certificare la qualità del prodotto (quasi un DOP nostrano) inviando un campione di grano o vino in un’apposita anforetta sigillata di cui si può ammirare un esemplare in mostra.

Seguendo il flusso delle merci si arriva ai grandi porti marini e ai mercati e infine alla distribuzione con una particolare attenzione al grande tema che dà il nome alla mostra (Nutrire l’impero): quello della distribuzione gratuita dei prodotti alimentari, riservata ai cittadini, di cui si occupava il prefetto dell’annona.

Dall'uovo alle mele: all'Ara Pacis per scoprire come mangiavano i romani

In quest’area si potrà ammirare il cosiddetto sarcofago dell’annona datato tra 270 e 280 d.C, rinvenuto sull’antica via Latina, originariamente colorato e dorato, come si nota dalle tracce ancora visibili sul marmo bianco. Si tratta di un reperto di notevole qualità estetica oltre che di grande interesse per le rappresentazioni a rilievo sulla parte frontale. Al centro, raffigurati nell’atto di stringersi la mano nella dextrarum iunctio, il prefetto dell’annona e la sua sposa; ai lati estremi le allegorie del Porto, che reca in mano un faro, e quella dell’Africa, identificabile dalle spoglie di elefante che la decorano e dalle spighe di grano che porta con sé; accanto ad esse Ostia che sorregge una tessera annonaria e un timone e la Fortuna, con il corno dell’abbondanza.

pane ercolano

La terza sezione ci porta a conoscere i luoghi del consumo del Dall'uovo alle mele: all'Ara Pacis per scoprire come mangiavano i romanipopolo e della classe egemone. Da un lato, dunque, ci troveremo nelle botteghe fumose dei macellai, nelle osterie, nei luoghi del cibo di strada, sempre disponibile per poco denaro; dall’altro entreremo nel triclinium, la sala da pranzo della elitè, il simposio celebrato nella poesia in cui cibo e cultura si mescolavamo insieme al vino. Accompagnati dalle citazioni più note di Orazio, Giovenale e Petronio, che rappresentano le fonti fondamentali per comprendere il rapporto con il cibo nell’antica Roma, ammiriamo i resti carbonizzati di un pasto, provenienti da Ercolano: pane, ceci, fagioli, lenticchie, cipolle che la furia dell’eruzione del Vesuvio ha conservato fino a noi, sottraendoli alla consunzione del tempo.

Dall'uovo alle mele: all'Ara Pacis per scoprire come mangiavano i romaniA conclusione del percorso due approfondimenti quasi concettualmente paralleli: il primo dedicato ad un aspetto fortemente materiale come la questione dei prezzi e del valore delle merci e dei beni ; il secondo che indaga l’aspetto più intimo, privato e filosofico del rapporto con il cibo e la festa del banchetto cioè la riflessione sulla morte e la caducità del tempo. E non è un caso che una piccola larva, uno scheletro figuri come ultima immagine della mostra. A ricordare come l’ossessione per il tempo che fugge e la necessità di godere del bene presente, e quindi anche del buon cibo e della buona compagnia, sia qualcosa che l’uomo porta dentro di sé fin dall’origine della società occidentale.

 

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