Nella città che muore per non far morire le parole

Nella città che muore per non far morire le parole

 

la parola che non muore

Dal 2 al 4 ottobre 2015 poeti, artisti, registi, attori, scrittori si sono dati appuntamento in un luogo incantato quanto reale, incastonato tra le montagne laziali, sospeso tra le nuvole, Civita di Bagnoregio, per il Festival “La parola che non muore” diretto da Massimo Arcangeli e Giancarlo Liviano d’Arcangelo.

nella città che muore per non far morire le parole

La chiamano “la città che muore” perché una serie di fenomeni geologici di enormi proporzioni ed evoluzione difficilmente prevedibile rischia di far crollare la cittadina, tanto che a Civita oggi abitano soltanto due famiglie. E una quantità enorme di gatti che paiono fare la guardia a questo luogo, visitatissimo dai turisti grazie alle numerose apparizioni cinematografiche ( Il castello errante di Howl del maestro dell’animazione Miyazaki, Il racconto dei racconti di Garrone).

Non poteva esserci posto migliore per riflettere insieme sul valore della parola: strumento di narrazione e quindi di memoria collettiva, collante, tramite tra le generazioni e le epoche, la parola si è installata a Civita come un seme destinato a germogliare per portare nuova vita.

Il programma della manifestazione si è rivelato densissimo e di grande interesse, coinvolgendo ospiti di ogni età: dai poeti maturi, che hanno presentato i loro giovani pupilli in una serata di letture che ha rappresentato un ideale passaggio di testimone tra generazioni, fino ai ragazzi delle feste Archimedee, guidati da Edda Cancelliere, volati dalla Sicilia fino a Civita per inscenare il proprio spettacolo sulla Divina Commedia, il libro immortale simbolo di una cultura sempre viva.
Intorno a Dante, di cui si festeggia quest’anno il settecentocinquantenario dalla nascita, si sono raccolti numerosi interventi tra cui la proiezione di alcuni estratti del progetto “La montagna infinita” del regista Lamberto Lambertini impegnato da sette anni, in collaborazione con la Società Dante Alighieri, a realizzare una completa opera cinematografica sulle tre cantiche della Commedia, in cui sia protagonista non soltanto il verso del sommo poeta, ma anche il territorio italiano nelle sue molteplici declinazioni; la lettura, di effetto dirompente, di una traduzione ottocentesca della Commedia in dialetto calabro a cura di Pina Basile; la suggestiva performance lirico-musicale di Virginia Guidi e Sara Ferrandino.

Sebbene il festival sia durato soltanto tre giorni, l’idea è quella di farlo continuare online, non lasciare che il sipario si chiuda all’improvviso, lasciando le energie spese per la sua realizzazione estinguersi tanto rapidamente. Civita non deve morire, nessuno vuole che questo splendido e quasi disabitato borgo d’Italia rimanga abbandonato a sé stesso; per questo è stato lanciato un contest o per meglio dire una catena virtuale, simile a quelle che abbiamo visto impazzare in rete durante l’estate con l’ice bucket challenge. L’idea è quella di creare una grande anagrafe virtuale di Civita attraverso l’adesione spontanea di grandi e piccoli: è sufficiente realizzare un video di pochi secondi recitando la frase “Io vivo a Civita perché Civita viva” e donare, se lo si vuole, un libro con una motivazione per questa scelta, condividendo poi il video sulla pagina del Festival “La parola che non muore” o sui social con l‘hashtag #iovivoacivita. In alternativa basta anche soltanto una fotografia con in calce la propria “dichiarazione di cittadinanza”.

 

A Civita, infatti, si realizzerà in tempi brevi una grande Casa del Libro in cui confluiranno tutti i libri che cittadini, ospiti, organizzatori, case editrici vorranno mettere a disposizione. Un luogo di memoria libraria e di condivisione che, un mese all’anno, potrà essere occupato da un artista, uno scrittore, un regista, uno studioso per renderla il proprio luogo di ritiro e concentrazione, quell’angolino che spesso i poeti hanno cantato nelle proprie liriche, necessario spesso per poter dare forma alle proprie idee.
L’invito è esteso a tutti. Siamo tutti cittadini di Civita, basta volerlo.

 

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Dall’uovo alle mele: all’ara Pacis per scoprire come mangiavano i romani

Dall’uovo alle mele: all’ara Pacis per scoprire come mangiavano i romani

Come mangiavano i romani? Quali erano le loro abitudini alimentari e come cucinavano? E perché per dire dall’inizio, in latino, si usa l’espressione “ab ovo”?

Nell’anno dell’Expo e del motto “nutrire il pianeta”, uno straordinario allestimento nella nuova area espositiva dell’Ara Pacis ci permette di rispondere a questi curiosi interrogativi attraverso la mostra “Nutrire l’impero: storie di alimentazione da Roma e Pompei”, aperta al pubblico dal 2 luglio al 15 novembre 2015.
La mostra presenta un percorso che si articola in diverse macro-aree tematiche, permettendo di scoprire tutti i piccoli segreti dell’alimentazione romana, dai prodotti più utilizzati ed amati – come il garum, la salsa di pesce salata per la quale si spendevano migliaia di denari – agli arnesi utilizzati per cucinare, alle piccole manie che accompagnavano i banchetti dei ricchi epuloni.

Dall'uovo alle mele: all'Ara Pacis per scoprire come mangiavano i romaniIl periodo esplorato dalla mostra è quello che va dal I al IV secolo d.C, dalla costituzione dell’impero con Ottaviano Augusto fino al suo apice sotto Costantino, evidenziando quella che viene definita una prima “globalizzazione dei consumi”. La popolazione si amplia sempre di più ed è necessario sfamarla e garantirle un sostentamento adeguato, soprattutto per quegli individui – maschi, adulti e dotati di cittadinanza – che rappresentano il cuore della romanità. Le conquiste consentono, così, di dislocare la produzione dei beni di consumo primario nelle varie regioni. Il vino è cretese o della Gallia, il miele greco, il pane prodotto con il grano che proviene dall’Africa, passato alla storia come il grande “granaio” dei romani.

La prima sezione della mostra, perciò, illustra attraverso mappe interattive il percorso delle merci e il loro trasporto su vie di terra e soprattutto d’acqua. Ricostruzioni e plastici in legno rendono un’idea dei mezzi di trasporto, della loro capacità e delle difficoltà connesse al loro utilizzo. Una lunga infografica presenta anche i molteplici tipi di anfore e contenitori, delle forme e dimensioni più diverse a seconda del contenuto previsto. Il visitatore rimarrà forse meravigliato nello scoprire che, anche all’epoca, vi era l’uso di certificare la qualità del prodotto (quasi un DOP nostrano) inviando un campione di grano o vino in un’apposita anforetta sigillata di cui si può ammirare un esemplare in mostra.

Seguendo il flusso delle merci si arriva ai grandi porti marini e ai mercati e infine alla distribuzione con una particolare attenzione al grande tema che dà il nome alla mostra (Nutrire l’impero): quello della distribuzione gratuita dei prodotti alimentari, riservata ai cittadini, di cui si occupava il prefetto dell’annona.

Dall'uovo alle mele: all'Ara Pacis per scoprire come mangiavano i romani

In quest’area si potrà ammirare il cosiddetto sarcofago dell’annona datato tra 270 e 280 d.C, rinvenuto sull’antica via Latina, originariamente colorato e dorato, come si nota dalle tracce ancora visibili sul marmo bianco. Si tratta di un reperto di notevole qualità estetica oltre che di grande interesse per le rappresentazioni a rilievo sulla parte frontale. Al centro, raffigurati nell’atto di stringersi la mano nella dextrarum iunctio, il prefetto dell’annona e la sua sposa; ai lati estremi le allegorie del Porto, che reca in mano un faro, e quella dell’Africa, identificabile dalle spoglie di elefante che la decorano e dalle spighe di grano che porta con sé; accanto ad esse Ostia che sorregge una tessera annonaria e un timone e la Fortuna, con il corno dell’abbondanza.

pane ercolano

La terza sezione ci porta a conoscere i luoghi del consumo del Dall'uovo alle mele: all'Ara Pacis per scoprire come mangiavano i romanipopolo e della classe egemone. Da un lato, dunque, ci troveremo nelle botteghe fumose dei macellai, nelle osterie, nei luoghi del cibo di strada, sempre disponibile per poco denaro; dall’altro entreremo nel triclinium, la sala da pranzo della elitè, il simposio celebrato nella poesia in cui cibo e cultura si mescolavamo insieme al vino. Accompagnati dalle citazioni più note di Orazio, Giovenale e Petronio, che rappresentano le fonti fondamentali per comprendere il rapporto con il cibo nell’antica Roma, ammiriamo i resti carbonizzati di un pasto, provenienti da Ercolano: pane, ceci, fagioli, lenticchie, cipolle che la furia dell’eruzione del Vesuvio ha conservato fino a noi, sottraendoli alla consunzione del tempo.

Dall'uovo alle mele: all'Ara Pacis per scoprire come mangiavano i romaniA conclusione del percorso due approfondimenti quasi concettualmente paralleli: il primo dedicato ad un aspetto fortemente materiale come la questione dei prezzi e del valore delle merci e dei beni ; il secondo che indaga l’aspetto più intimo, privato e filosofico del rapporto con il cibo e la festa del banchetto cioè la riflessione sulla morte e la caducità del tempo. E non è un caso che una piccola larva, uno scheletro figuri come ultima immagine della mostra. A ricordare come l’ossessione per il tempo che fugge e la necessità di godere del bene presente, e quindi anche del buon cibo e della buona compagnia, sia qualcosa che l’uomo porta dentro di sé fin dall’origine della società occidentale.

 

Sito ufficiale

L’umanità “Dopo il Diluvio” di David LaChapelle

Il Diluvio universale come metafora della decadenza

Il Diluvio universale è un mito che attraversa trasversalmente le culture, da quella ebraico-cristiana fondata sulla Bibbia a quella greca del mito di Deucalione e Pirra passando attraverso l’epopea babilonese di Gilgamesh. Un simbolo di distruzione e ricreazione, di palingenesi, reinventato e sempre produttivo che LaChapelle eredita e fa proprio nella sua personalissima interpretazione, colma di riferimenti biblici e di una prospettiva quasi visionaria.
Il fotografo americano David LaChapelle si era ritirato dalla scena nel 2006 sostenendo di aver “detto quel che volevo dire”, abbandonando la mondanità per vivere su un’isola selvaggia: dunque i lavori presenti al Palazzo delle Esposizioni rappresentano il percorso artistico successivo a questa data: un ritorno in grande stile, offerto al pubblico a margine di una rassegna di opere precedenti che permettono di seguire più da vicino l’evoluzione della ricerca artistica del fotografo. LaChapelle, infatti, si era sempre dedicato a fotografie per riviste di moda e cataloghi senza testi, rimanendo lontano dagli spazi museali.

Si tratta di un percorso che parte proprio da The Deluge (Il Diluvio) trasportato nella contemporaneità della società occidentale americana, perfettamente riconoscibile nei suoi simboli più iconici – un’insegna di Burger king, Sturbucks, Gucci – ingoiati dalle acque, relitti inerti di un sistema in dissoluzione che lascia emergere in primo piano la realtà dei corpi umani. Nudi, michelangioleschi nella perfetta rappresentazione dei volumi, gli esseri umani si impongono allo sguardo con la fragilità e la conturbante sensualità della dimensione corporea, sfacciatamente e impietosamente esposta. Il Diluvio parla il linguaggio delle contraddizioni odierne, dello sprofondare di un mondo che ha determinato la sua stessa fine lanciato nell’ottimistica ricerca dell’eterna giovinezza e del successo; ma come ogni Diluvio, l’acqua assurge a simbolo di lavacro e purificazione, fonte di nuova vita che ingloba, nella serie Awakeness, uomini e donne battezzati con i nomi di personaggi dell’Antico Testamento. David LaChapelle è stato letteralmente folgorato da una visita privata nella Cappella Sistina, da un incontro quasi intimo con il genio e la visione di Michelangelo che ha rappresentato un cambio di direzione.

The Deluge, il Diluvio David La Chapelle

Dopo il Diluvio: l’umanità disincarnata

Da questo momento in poi, dopo il Diluvio, la presenza umana svanisce. Torna soltanto sporadicamente ad affacciarsi in opere dal forte impatto critico come Rape of Africa (Stupro dell’Africa), ispirata ad un quadro di Botticelli Venere e Marte fortemente reinterpretato e attualizzato: l’ammaliante dea è l’ Africa, con le vesti stracciate e lo sguardo fiero – rappresentata da Naomi Campbell – che guarda in faccia il suo aguzzino occidentale, mollemente adagiato dopo l’amplesso su un cumulo d’oro; sullo sfondo una miniera assalita dalle escavatrici. Intorno bambini soldato che sembrano giocare con le armi che maneggiano, innocenti.

David LaChapelle The Rape of Africa

La visita continua attraverso serie fotografiche quali Earth laughes in the flowers (La terra ride nei fiori) che ripropone il tema delle vanitas, nature morte colme di riferimenti alla caducità dell’esistenza e al trascorrere inesorabile del tempo, attraverso composizioni in cui ai soliti elementi simbolici – candele, teschi, collane spezzate – si sostituiscono gli inerti prodotti della società consumistica, dal denaro agli antidepressivi, in un lussureggiante fermo immagine, seducente e disturbante nei suoi significati riposti;

 Deathless Winter, David La Chapelle

Gas Stations, serie in cui si rappresentano stazioni di servizio, sinonimo della rivoluzione dei trasporti, dell’inquinamento atmosferico, del progresso moderno e di tutte le dinamiche ad esso connesse, come grandi mostri preistorici arenati nelle foreste amazzoniche; Landscape, che propone una serie di orizzonti futuristici, grandi centrali come parchi giochi luminosi.

Una menzione particolare merita anche la serie My Personal Jesus in cui il fotografo si avvicina alle scene del racconto biblico riportandole all’esperienza di vita concreta attuale, presentando un Cristo che non è entità astratta e lontana, ma presenza reale.

I colori saturi, le composizioni ardite e studiate sin nei minimi dettagli, la volontà critica e provocatoria di David LaChapelle non possono che destare sentimenti contraddittori di fascinazione e repulsione, riportando alla mente gli esperimenti arditi di chi lanciò questo fotografo appena sedicenne: Andy Warhol. LaChapelle si impone all’attenzione senza lasciare un momento di pausa, sollecitando costantemente lo spettatore alla ricerca del senso sotto l’apparente combinazione casuale, i riferimenti disparati e una personalissima declinazione di un’arte raffinata e pop al contempo.

Informazioni pratiche

La mostra è visitabile dal 30 aprile al 15 settembre 2015.

Biglietto intero: 10 euro
Ridotto: 8 euro

Gli studenti, ricercatori e dottorandi delle università di Roma il venerdì e sabato dopo le 19 pagano l’ingresso 4 euro
Il primo mercoledì del mese sotto i 30 anni l’ingresso è gratuito dalle 14.00 fino alla chiusura.

Sito ufficiale della Mostra

Sito ufficiale di David Lachapelle

Lo sguardo antropologico di Steve McCurry a Cinecittà

Lo sguardo antropologico di Steve McCurry a Cinecittà

“What is important to my work is the individual picture. I photograph stories on assignment, and of course they have to be put together coherently. But what matters most is that each picture stands on its own, with its own place and feeling.”

Condotti per mano attraverso il mondo: è questa la sensazione che dà a primo impatto entrare nel Teatro1 di Cinecittà all’interno del quale, dal 18 aprile al 20 settembre, è allestita Oltre lo sguardo, la mostra di Steve McCurry. Un vero e proprio sguardo antropologico sulle diverse realtà del mondo.

Il nome del grande fotografo americano forse a qualcuno non suona familiare, eppure tutti conoscono e riconoscono il suo scatto più famoso, il ritratto di Sharbat Gula, la profuga afghana il cui sguardo trasparente e intenso si imprime inevitabilmente nella coscienza, raccontando la storia che passa sul corpo e su di esso lascia tracce indelebili.

Sono 150 le fotografie, una cronaca fedele e disincantata della storia degli ultimi trent’anni, dalla guerra del Golfo allo Tsunami che ha sconvolto il Giappone nel 2011 passando alle fotografie che ritraggono il crollo delle torri gemelle: sono gli occhi di un newyorkese quelli che guardano, sbalorditi e incapaci di comprendere quello che accade, pietrificato come un incubo sulla pellicola fotografica.

Distruzione ma anche vita quella che traspare dai ritratti, spesso a grandezza naturale, tanto che sembra quasi di scambiare uno sguardo ravvicinato con l’altra parte del mondo, si ha l’impressione quasi sconvolgente di essere spiati mentre ci si affaccia alle finestre di un’altra realtà, sempre presente e parallela: un’esplorazione che incuriosisce e disorienta per la straordinaria varietà che va sotto il generico nome di genere umano. Dal Mali all’Afghanistan, dai monaci Shaolin appesi a testa in giù nell’esercizio estremo delle proprie capacità di resistenza fisica ai pescatori dello Shri Lanka che nelle prime luci dell’alba pescano aggrappati ai pali, dalle donne Tuareg a quelle dell’Etiopia, ci addentriamo in una girandola continua e labirintica grazie al particolarissimo allestimento realizzato da Peter Bonazzi che ha voluto proporre a chi entra nel Teatro1 un percorso libero e sempre cangiante.

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E nella curiosità che guida lo sguardo di Steve McCurry, uno sguardo quasi antropologico che scava alla ricerca di storie da raccontare e di universi da scoperchiare, si insinua anche la consapevolezza dell’occidentale che entra a contatto diretto con il Sud del mondo, lo vive e cerca di testimoniarlo con grande onestà intellettuale evidenziando le contraddizioni della società in cui vive, sollecitando un’osservazione che va al di là della semplice contemplazione estetica e sfocia nella riflessione.

La mostra Oltre lo sguardo, però, non ci offre soltanto la possibilità di seguire Steve McCurry nei suoi spostamenti in giro per il mondo lungo tutto l’arco della sua carriera, ma propone anche le parole stesse del fotografo a corredo e commento di questo viaggio attraverso l’audioguida – disponibile anche in lingua originale – e sei video nei quali è Steve McCurry stesso a parlare della sua idea di fotografia, del modo in cui lavora, delle passioni che hanno sempre accompagnato la sua osservazione che va “oltre lo sguardo”, appunto.

Ma anche Cinecittà, il luogo in cui la mostra si tiene, diventa protagonista. La scelta degli studios come location per l’allestimento non ha nulla di casuale e anzi permette di indagare un altro aspetto del lavoro di Steve McCurry, l’incredibile vocazione cinematografica delle sue fotografie che ha radici profonde, rintracciabili nella sua formazione universitaria. Laureatosi proprio in cinema e proteso, fin dall’infanzia americana, verso il grande mito di Cinecittà, la scelse come meta per il suo primo portfolio d’autore dedicato all’Italia. La mostra, dunque, diventa anche un grande omaggio alla grande industria del cinema e un’occasione per aprire al pubblico il nuovissimo spazio espositivo del Teatro1, destinato d’ora in poi ad accogliere esibizioni temporanee dedicate alla cultura dell’immagine e dello spettacolo.

Vi è anche la possibilità, per chi lo desidera, di approfittare di un biglietto cumulativo per poter accedere sia al percorso espositivo permanente di Cinecittà si mostra sia ad una visita guidata ai set cinematografici allestiti all’esterno degli edifici.

Sito ufficiale della mostra Oltre lo sguardo

Sito di Cinecittà

Sito ufficiale di Steve Mccurry

Riscoprire l’architettura – le Forme di Martina Biccheri

Forme di Martina Biccheri,

in mostra dal 19 aprile al 31 maggio 2015

Allo Stadio di Domiziano, dove un tempo risuonavano le grida della folla che assisteva agli spettacoli sportivi, è in mostra una selezione di opere che sintetizzano il percorso di una giovane promessa della fotografia: Martina Biccheri, segnalata tra i cinque fotografi emergenti del panorama internazionale, alla sua prima personale nella città che le ha dato i natali e la accoglie in uno dei più suggestivi spazi del suo ventre sotterraneo.

La retrospettiva si intitola Forme e il titolo, minimale e senza fronzoli, rispecchia esattamente quella che è la ricerca sottesa ad ogni scatto: l’occhio che osserva i paesaggi urbani, i luoghi del quotidiano, le geometrie create dalla mente umana e scopre dettagli inediti, accostamenti imprevisti tra architettura e natura. Uno sguardo che coglie l’armonia nascosta, le simmetrie che regolano il vivere tanto sorprendenti nella loro essenzialità.
Alla suggestione delle foto contribuisce, per contrasto, anche la particolare location in cui sono ospitate: come in un gioco di spinte e controspinte architetture antiche fisicamente presenti e immagini di modernità intessono un curioso scambio.

 Il percorso della mostra

Il percorso comincia con lo scatto 2 p.m, vincitore del Sony World Photography Award di Londra del 2013, scelto per realizzare la copertina di una Moleskine in edizione limitata, un vero pezzo da collezione. Il soggetto è una piattaforma aggettante su una terrazza del Palazzo dei Congressi dell’Eur, un elemento architettonico apparentemente banale e trascurabile ma che, all’interno di una precisa simmetria, rivela un lato artistico inaspettato. Si tratta di quello che potremmo definire un “momento perfetto”, quello in cui la luce del sole cadendo in modo radente determina un fascio d’ombra che taglia a metà la facciata del palazzo, diventata una grande meridiana.

2 pm Martina Biccheri

In un’intervista è la fotografa stessa a rivelare come questo piccolo miracolo sia nato da un lavoro di osservazione durato giorni, frutto di un vero e proprio appostamento per riuscire a cogliere quell’attimo e imprimerlo sulla pellicola fotografica. Il punto di vista di Martina ci restituisce il senso di un contatto diverso con lo spazio circostante, più consapevole e profondo.

Dopo esser stati accolti dalle fotografie del progetto SIGNS che immortalano e rendono degni di ricordo quei segni, funzionali alla vita di tutti i giorni, che resterebbero di fatto invisibili perché costantemente presenti alla nostra percezione ma non alla coscienza, raggiungiamo il cuore dell’esposizione. Non possiamo fare a meno di seguire l’impercettibile ritmo che lega ogni scatto all’altro: sono foto da guardare da sole e nel loro insieme, da osservare da vicino con gli occhi di chi scopre una prospettiva nuova, ribaltando il senso comune. Particolarmente degno di nota lo scatto intitolato Holy Cross, di grande carica evocativa, che si distacca per ideazione e risultato espressivo dalle altre serie fotografiche, rimanendo ben fissa in mente insieme alle parole che la accompagnano come un’epigrafe:

“quanti pregiudizi inchiodano una donna alla sua croce?”

Holy Cross, Forme Martina Biccheri

 

Tra onirismo e intimità: le Dame di Solitudine di Daria Petrilli

Una serie di quattordici illustrazioni: questo ci offre l’Associazione culturale Trenta Formiche, nata dall’impegno e dalla passione di alcuni ragazzi per l’arte nelle sue varie forme e come strumento di aggregazione e socialità. La mano (e la tavoletta grafica) dietro a questo percorso espositivo sono quelle di Daria Petrilli, diplomata allo IED (Istituto Europeo di Design) e passata attraverso una nutrita serie di esperienze nel mondo della letteratura per l’infanzia, occupandosi della realizzazione di illustrazioni per volumi di numerose case editrici italiane e straniere di prestigio come De Agostini, Giunti, Helbling languages, Oxford Publishing.

Si tratta della sua prima esposizione di opere che, dunque, si svincolano dai dettami di un lavoro su commissione e prendono forma da un’esigenza di espressione e sperimentazione personale. L’allestimento è a cura di Giulia Perreca, direttrice della sezione artistica del Trenta Formiche e curatrice della galleria Mondo Bizzarro a San Lorenzo.

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Dal 18 marzo fino al 9 aprile, in un orario inconsueto per i frequentatori di mostre – dalle 21 a tarda notte- mentre la serata si anima di musica dal vivo possiamo fare la conoscenza delle Dame di solitudine di Daria Petrilli: figure eteree e silenti, colte in atteggiamenti semplici e intimi, ma caricati di un senso più profondo dalla presenza di creature animali esotiche, fuori contesto eppure intimamente intrecciate alle loro interlocutrici umane in un dialogo muto: amici immaginari, simboli di uno stato d’animo, unici compagni delle solitudini domestiche.
Osservando queste donne esposte sulle pareti, senza alcuna cornice né altro filtro tra l’occhio e l’immagine, l’impressione è quella di penetrare in un universo familiare e insieme distante e ambiguo, una galleria in cui realtà e onirismo si pongono a contatto tanto da rendere impossibile distinguere l’una dall’altro perché i contorni sfumano in una dimensione liminare, di confine.

Collocate in un orizzonte senza tempo, in uno spazio che si espande in modo indefinito le donne vengono in primo piano, spesso con lo sguardo abbassato, sfuggenti ed enigmatiche.
I titoli delle opere ci guidano attraverso la decodifica di un linguaggio elegante e allusivo: pensiamo a Solitudini in una stanza che raffigura in un interno una ragazza seduta a leggere sul pavimento e un fenicottero rosa, due entità apparentemente inconciliabili che suggeriscono l’idea dell’isolamento e dell’estraneità, legata forse anche al tema della lettura e dell’immersione in un universo altro in cui le pareti del reale possono incrinarsi; The Sea Under My Clothes (Il mare sotto i miei vestiti) ci propone l’immagine di una donna dalle cui vesti emerge il mare, un mare metaforico concretamente raffigurato, proiezione dell’infinità della mente e della profondità dell’animo che si nasconde sotto l’apparenza esteriore; Dual Nature (Doppia Natura) propone il tema antico e sempre perturbante del doppio, con uno sguardo che si rivolge verso lo spettatore che non può non sentirsi coinvolto e chiamato a confrontarsi con la duplicità dell’esperienza di sè, di una natura luminosa e vitale che ne nasconde sempre una oscura, rovesciata di segno; Opium con i suoi papaveri in primo piano sembra dare il suggello al mondo di sogno che percorre queste pareti, giustificando una lettura che scende nell’inconscio, sondando le pieghe dell’intimità tutta umana di queste donne.

Informazioni pratiche:

L’associazione culturale Trenta Formiche si trova in via del Mandrione 3, al Pigneto.

Il locale è aperto dalle 21 alle 02; la visita è visitabile, previo tesseramento, marted’, mercoledì, giovedì e domenica.

Link utili:
Blog del Trenta Formiche

Pinterest di Daria Petrilli

Outdoor Urban Art Festival: spazi artistici alternativi alla Dogana di San Lorenzo

Torniamo a San Lorenzo, dove avevamo già visitato una piccola galleria d’arte Mondo bizzarro, per parlare dell’Outdoor Urban Art Festival.

Si è conclusa sabato 22 novembre, dopo un mese di apertura, la quinta edizione del festival di street art che ha colorato soprattutto le vie di Testaccio e che, quest’anno, ha scelto una location inconsueta: l’ex Dogana di San Lorenzo.

Inconsueta perché luogo chiuso, un spazio di 5000 mq ormai in disuso da quattro anni.

Abbandonata, lasciata a sè stessa, inutilizzata: l’ex Dogana di Roma era un casermone inagibile, un parallelepipedo grigio nel cuore di Roma, un relitto storico incagliato nella memoria della città.
Lo spazio perfetto, dunque, per creare un percorso artistico dalle sfaccettature diverse, contrastanti e allo stesso tempo armoniche, attraverso le installazioni di 15 artisti provenienti da 6 nazioni differenti, tutti uniti in un progetto di ricostruzione degli spazi collettivi.

Siete pronti? Entriamo:

 

Indice

Stanza 1 – JB Rock

Corridoio e stanza 2 – Laurina Paperina

Stanza 3 – Blaqk

Stanza 4 – Lady Aiko

Stanza 5 – Dot Dot Dot

Stanza 6 – Thomas Canto

Corridoio – Faith 47

Stanza 7 –Ike, Brus, Hoek

Stanza 8-TNEC/Jack Fox

Corridoio – Galo

Stanza 9 – Buff Monster

Informazioni pratiche

Stanza 1 – JB Rock

Passata la prima sala che funge da anticamera, al di là di una tenda nera che sembra separarci da un universo parallelo, ci ritroviamo al centro di un parco giochi immaginario. Ogni superficie disponibile è stata dipinta secondo un motivo ripetuto ma mai monotono: le pareti, il soffitto, il pavimento, persino il piccolo lucernario, di quello che doveva essere un magazzino per lo stoccaggio di merci, sono diventati un’immensa tela unitaria e cangiante.

Lo spazio sembra dilatarsi in un gioco di colori che non può lasciarci indifferenti. Viene voglia di ritornare bambini per un momento e lasciarsi andare a correre per poi riposarsi, dondolando dolcemente sull’altalena.

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Corridoio e Stanza 2 – Laurina Paperina

Basta voltare l’angolo per confrontarsi con una realtà che ben si amalgama con quella da cui si è appena passati.

Un gigantesco gatto occhieggia dalla parete di fronte a noi, con una matitona nella zampa sinistra sembra aver appena finito di scrivere: PROUD TO BE A LOSER – cioè “orgoglioso di essere un perdente”. Una dichiarazione giocosa o una sfida rivolta orgogliosamente a quello che possiamo ritenere il suo più acerrimo e naturale nemico, il topo?

 

Basta dare le spalle al nostro malconcio gattone per trovarci di fronte alla BIG RAT’S HOUSE – la casa del topo grosso, di cui possiamo intravedere l’enorme coda rosa snodarsi sul pavimento. Attraverso la porta vediamo il topo, un moderno mickey mouse dalle fattezze grottesche, una falce della morte tra le zampe e un teschio con le tibie incrociate sul petto, quasi in attesa di un visitatore inopportuno.

L’ironia di Laurina Paperina (sito web), autrice di questa situazione paradossale, in cui è il topo demoniaco ad avere la meglio, non si ferma qui: entrando nella casa del topo grosso, l’occhio non può non caderci sulla casa del topo piccolo e infine, sulla parete alla nostra destra, sulla casa del topo medio, entrambi nascosti nel buio, gli occhietti spalancati a controllare la situazione.

Stanza 3 – Blaqk

La terza stanza è un’ode al nome della manifestazione di quest’anno: moving forward, andare avanti.

Ed è appunto la fotografia di un movimento incessante quella che i greci Blaqk (tumblr) hanno dipinto su queste pareti, lo snodarsi di un pensiero che si avvolge su sè stesso, disorientante e invadente tanto da permeare completamente lo spazio circostante. L’occhio segue questa giravolta, insegue la corsa del colore lungo i muri, rimbalzando incerto tra un estremo e l’altro.

 

Il bianco e il nero, il foglio e l’inchiostro risultano entrambi necessari, nella loro essenzialità comunicativa, per lanciare un messaggio che rimane sospeso, impreciso e di difficile decifrazione: moving forward one hope one quest flow moving with the...

Stanza 4 – Lady Aiko

La stanza affidata all’artista giapponese Lady Aiko (sito web) ha qualcosa di surreale: luci al neon e pittura fosforescente sono le caratteristiche di questo piccolo regno femminile, le cui guardiane sono due bambine, gemelle dipinte con colori speculari, che tengono tra le proprie mani delle bombolette di vernice. Un piccolo cuore rosso sulla latta, guardata come fosse un tesoro, come se quel cuore rappresentasse l’essenza stessa dell’arte.

 

Sembra di trovarsi dentro una favola o il sogno di una bambina…

Fiori e farfalle danno vita ad una delicata decorazione che spicca con ancora più evidenza sui muri lasciati al loro aspetto originario, coperti di scritte e disegni di qualche anonimo inquilino di queste pareti.

Lady Aiko gioca con un tratto semplice e stilizzato in modo da conferire forza comunicativa alle sue opere, coniugando la tradizione orientale alla pop art.

Stanza 5 – Dot Dot Dot

Norvegia e Giappone confinano all’interno di questa fabbrica artistica: accanto al regno dalle tinte luminescenti troviamo l’opera di Dot Dot Dot.

Nove tasti disposti in modo simmetrico a formare un ideale quadrato, ognuno con un simbolo di grande immediatezza comunicativa:

Dot Dot Dot, Dogana, San lorenzoTwitter, il dollaro, la Apple, la T del New York Times…

L’artista norvegese allude ai mezzi di comunicazione, alle nuove tecniche, ai social network, alla diffusione sempre più rapida delle notizie, alle nuove concezioni estetiche che coinvolgono l’atto artistico dello street artist, inevitabilmente chiamato a confrontarsi con una realtà in perenne mutamento, a interagire con la rete…

Come in un museo, l’opera di Dot Dot Dot è illuminata, in una sala sgombra, interamente dedicata ad essa; un cordone rosso separa lo spettatore da ciò che sta osservando e al contempo entra a far parte dell’opera stessa, ponendola in parallelo con le opere d’arte tradizionali.

 

Stanza 6 – Thomas Canto

Dopo l’arte concettuale di Dot Dot Dot , l’ingresso nella successiva sala di questo museo improvvisato risulta straniante:  Thomas Canto(sito web) non usa le pareti come grande tela, ma gioca con lo spazio che gli è concesso, per ricrearlo secondo la sua particolare visione moltiplicata, come riflessa in uno specchio andato in frantumi.

Thomas Canto, Dogana, San LorenzoPlasmati dalla mente dell’artista, fili di nylon e segmenti di plexigas dipinti di bianco, nero e grigio si compongono in una struttura tridimensionale dalla sagoma sfuggente, dinamica, che tende a cambiare ad ogni mutamento di prospettiva:

il tuo occhio si perde ad inseguire questo movimento immobile, questa scultura sospesa e inafferrabile.

 

 

Corridoio – Faith 47

Ancora confuso nel groviglio di fili e pensieri, uscendo dalla stanza ti fermi a sedere un momento per ammirare l’opera della sud Africana Faith 47 (sito web).

Una donna di colore dai tratti gentili guarda una nave in balia delle onde, in una posa che non può che evocarci quella di Adamo nella creazione della Cappella Sistina. Forse è una donna o forse, complice la luce delle lampade che converge sul suo volto, possiamo pensarla come una moderna dea, protettrice di coloro che partono.

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E’ quasi commovente lo sguardo benevolo che questa donna rivolge alla nave, forse partita con a bordo il suo grande amore, forse i suoi figli, forse soltanto tanti emigranti che cercano nel mare una via di salvezza.

L’attenzione è viva di fronte a questa rappresentazione, lirica e allo stesso tempo profondamente reale, di una questione tanto attuale.

A conferire maggior forza al messaggio contribuiscono altri elementi, che ad un primo sguardo potrebbero passare inosservati o confusi con semplici scritte: Faith 47 ha deciso, infatti, di realizzare una sorta di grande didascalia, un commento all’immagine che ha realizzato, riportando sul muro frasi scritte sotto i ponti delle navi che trasportavano i migranti.

Un grande coro di voci anonime che si muove verso l’H(I)C SUNT DRACON(E)S, “qui ci sono i draghi”, espressione latina utilizzata per indicare terre ancora inesplorate.

Stanza 7 – Ike, Brus, Hoek

Le sorprese non si fermano mai in questo nostro viaggio virtuale ed è così che arriviamo allo spazio più “alternativo” della Dogana, la sala decorata da tre street artist che, stranamente, sono di origine italiana. Perchè stranamente?

Basta dare un’occhiata alla tecnica utilizzata per “affrescare” le pareti a loro consegnate:

 

Voglia di tornare alle origini di un movimento artistico nato negli anni ottanta, riproducendo quella che era, ed è ancora oggi, una pratica molto diffusa tra i writers soprattutto statunitensi: entrare nelle fabbriche, negli edifici abbandonati per trasformare quegli ambienti in una grande galleria, un laboratorio per le proprie creazioni.

Un Gesto in cui prevale la spontaneità del momento, la combinazione, la continua ricerca espressiva che non segue una logica precisa.

Sulla parete di sinistra, entrando, si possono seguire le sperimentazioni calligrafiche di Brus: sceglie di giocare con l’architettura delle stanze e di alternare varie fasce cromatiche in una vera e propria esplosione di colore che ci conferma l’idea di movimento alla base di questa edizione dell’Outdoor Urban Art Festival.

Sul lato opposto, senza che vi sia una vera e propria contrapposizione, si fondono gli stili di Ike, con dei graffiti che sembrano plasmarsi sotto i tuoi occhi e andare nella direzione dell’astratto, e quello di Hoek, che dà vita ad un’immaginazione più concreta attraverso i suoi puppets.

Stanza 8 – TNEC/Jack Fox

Nella stanza che si affaccia su quella che abbiamo appena visitato si confrontano due artisti: Jack Fox, giovanissimo sudafricano di Cape Town, street artist e produttore di musica elettronica e TNEC, romano di soli 24 anni: due universi estremi, nord e sud del mondo che si guardano dai due lati di una stanza.

Jack Fox, Outdoor Urban Art Festival, Dogana di San Lorenzo

Jack Fox realizza un’opera di grande semplicità:

due individui, un uomo muscoloso e uno scheletro, entrambi con capelli lunghi e cappello, si abbracciano come in posa di fronte all’osservatore che, nonostante l’aspetto strano e inconsueto di queste due figure, è rassicurato da quel fiore che spunta nella mano sinistra dell’uomo.

Le braccia sproporzionate danno l’idea di un grande abbraccio che coinvolge tutti, viventi e non.

 

 

TNEC lavora sulla geometria, sulle sfumature e i punti di vista in Reality Twisted, un’opera in cui la realtà si scompone in forme precise e nette nello spazio, forme intercambiabili, in comunicazione tra di loro.

Corridoio – Galo

Voltato l’angolo raggiungiamo la Spagna che, nella geografia di questo spazio concettuale, si tramuta in un lungo corridoio illuminato da una lung fila di lampade al neon.

Le pareti sono letteralmente invase, ricoperte di omini dagli occhi espressivi in pose e atteggiamenti diversi, ma tutti concentrati su di te.

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Il corridoio si trasforma in un lungo tunnel in cui i ruoli si invertono e non sei più tu a guardare l’opera ma è essa stessa ad osservare te con curiosità. Senti gli sguardi di migliaia di creature puntati addosso e tu, a tua volta, non puoi fare a meno di seguirli, confrontarli, notare le differenze.

Galo ci regala così l’esperienza straniante di diventare l’oggetto mobile dello sguardo altrui.

 

Stanza 9 – Buff Monster

Usciamo dal tunnel e arriviamo in una sala vuota, l’ultima tappa del nostro viaggio intorno al mondo attraverso la street art: approdiamo su un altro pianeta grazie all’opera di Buff Monster.

Buff Monster, Outdoor Urban Art Festival

Un piccolo e dolcissimo mostriciattolo rosa occhieggia da un angolo del muro, nient’altro che un cucciolo goloso che mangia ciliegie e assomiglia, per consistenza a della morbida crema.

Sembra salutarci mentre usciamo dalla mostra dell’Outdoor Urban Art Festival 2014. Fuori è buio ma porti via con te ancora un po’ di quel colore in cui sei stato immerso.

Informazioni pratiche

La visita virtuale è disponibile anche sul sito del Google Cultural Institute dedicato alla Street art Di Roma.

La Dogana di San Lorenzo si trova in via dello Scalo di San Lorenzo.