L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

 

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

Un olivo e un ciliegio, piantati vicini, intrecciano i propri rami senza soffocarsi a vicenda, senza competere per la luce del sole.
Potrebbe essere l’inizio di una favola per adulti e bambini; una favola che parla di convivenza pacifica, di rispetto e diversità. In realtà si tratta di un’immagine reale, delicatamente poetica nella sua capacità di evocare un intero mondo di suggestioni.
Ci troviamo all’interno del Giardino dell’Istituto giapponese di cultura a Roma, progettato in ogni dettaglio da Ken Nakajima, un piccolo angolo di tranquillità proprio alle spalle di Villa Borghese e della Galleria Nazionale di Arte Moderna.

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

 

Un giardino giapponese “italiano”

Siamo in un luogo unico nel suo genere: il laghetto, la presenza della lanterna, la precisa disposizione di ogni elemento ci richiamano alla mente i giardini visti in tante pellicole cinematografiche o nei manga giapponesi, luoghi di serenità entrati nel nostro immaginario quasi di soppiatto, associandosi alla nostra idea tradizionale di locus amoenus, una sorta di idillico quadretto naturale. Abbiamo detto unico, però. Unico perché in realtà questo piccolo paradiso artificiale, costruito sapientemente dalla mano dell’architetto secondo i canoni della sua tradizione culturale, è realizzato con l’impiego di elementi italiani. Le piante sono prevalentemente di origine mediterranea e le pietre che decorano piacevolmente il laghetto vengono dalla Toscana.
Tutto ciò sembra richiamare quell’immagine iniziale dell’olivo e del ciliegio, due piante estremamente simboliche perché richiamano da un lato l’Italia e dall’altro il Giappone, unite qui in un dialogo e scambio perenne.

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

I ciliegi hanno, nella concezione giapponese, un significato allo stesso tempo pratico ed estremamente romantico. In antichità ovviamente segnalavano l’arrivo della buona stagione e la loro fioritura era un segno inequivocabile di come sarebbe stato il raccolto; la festa dell’Hanami, letteralmente “osservare i fiori”, consisteva nel consumare insieme il pasto sotto gli alberi in fiore. Oggi è una pratica ancora largamente diffusa, pur avendo perduto il suo significato originario ed essendosi trasformata in un momento di festa collettiva che prescinde dalla tradizione contadina. Sotto i ciliegi poi, tutto comincia e finisce. Sotto quei fiori si saluta il compagno di banco quando si conclude l’anno scolastico. Sotto quei fiori si incontrano persone nuove. L’idea della caducità e del rinnovamento contenuta nella bellezza e fragilità della fioritura, che dura soltanto un paio di settimane, è universale e per questo affascinante.

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

C’è da sottolineare che il giardino non è quello zen, di cui spesso osserviamo nei negozi etnici delle versioni in miniatura. Il giardino zen è privo di acqua, estremamente semplice nella sua composizione perché la sua finalità è la meditazione e qualsiasi ridondanza potrebbe distrarre. Lo stile è piuttosto quello dei giardini destinati alle autorità e agli aristocratici, volto a sollecitare la percezione sensoriale ed estetica con la sua bellezza e ricchezza rispecchiante, nell’idea originaria, un’ideale di ambiente perfetto in cui nulla manca e ogni cosa si colloca in un suo preciso posto.

Camminando sul sentiero, facendo attenzione a non calpestare l’erba nel pieno rispetto di un equilibrio delicato è possibile effettuare una breve visita guidata gratuita di circa mezz’ora, a conclusione della quale bisognerà cedere il posto alle frotte di curiosi che hanno prenotato la “sessione” successiva. Riuscire ad ottenere un posto sembra essere quasi impossibile, data la grandissima attrazione suscitata da questo luogo; ma quest’anno, da novembre, è stata introdotto una novità che dovrebbe agevolare i romantici, con l’apertura prevista in alcuni giorni specifici per tutto l’anno.

Per chi, tuttavia, non riuscisse a varcare l’agognata soglia del giardino può approfittare di una vista altrettanto appagante dall’alto della terrazza dell’Istituto e, magari, prestare attenzione all’Istituto stesso che offre una grande varietà di attività per la promozione della cultura giapponese. Tutte gratuite.
Mostre, conferenze, una nutrita rassegna cinematografica serale continuamente aggiornata e varia nella proposta annuale contribuisce a rendere l’istituto un fulcro importantissimo della vita culturale della città.

 

Informazioni pratiche

Le informazioni relative alle modalità di prenotazione sono disponibili sul sito ufficiale dell’istituto giapponese di cultura alla voce giardino

Per raggiungere l’isituto: scendere alla fermata metro di Flaminio e proseguire a piedi fino a via Gramsci;
in alternativa è possibile usare il tram, fermando davanti alla GNAM.

 

Le ville di Tivoli: villa d’Este e le sue fontane

Progetto di Villa d'Este, sala tiburtinaLungo la direttrice della via Tiburtina usciamo da Roma per arrivare all’antichissima città di Tibur, l’attuale Tivoli, borgo del Lazio caratterizzato dalla presenza di ben tre affascinanti ville, tra loro estremamente diverse: Villa d’Este, Villa Adriana e Villa Gregoriana.

Oggi visiteremo Villa d’Este, voluta dal cadinale Ippolito II, governatore della città di Tivoli, nipote di quell’ Ippolito cui Ariosto si rivolgeva nella dedica dell’Orlando Furioso:

” e vostri alti pensier cedino un poco, sì che tra lor miei versi abbian loco”

invitandolo cioè a lasciar stare per un po’ la politica e gli affari per dedicarsi alle gioie gratuite della poesia. Lo stesso Ippolito che è, forse, un po’ meno noto della madre, Lucrezia Borgia.

La villa venne costruita su progetto dell’architetto Pirro Ligorio, che si era già occupato della realizzazione del Bosco di Bomarzo.

Indice

1. L’appartamento nobile:
Il cortile
Sala di Noè
Sala di Mosè
Sala di Venere
Sala di Ercole

2. Il giardino:
Fontana del Bicchierone
Le Peschiere
Fontana di Nettuno
Fontana dell’Organo
Fontana dell’Ovato
Viale delle Cento fontane
La Rometta
Fontana della Natura o dell’Abbondanza
Fontana delle Mete
Fontana dei Draghi

Informazioni pratiche

L’appartamento nobile

Il cortile

Superata la biglietteria, che si trova all’interno della Sala di Salomone, affrescata con scene tratte dalla vita del saggio re, ci ritroviamo in un ampio cortile interno, decorato da una fontana: è il primo segno dell’elemento dominante della villa cioé l’acqua.

La fontana di Venere, detta anche ninfeo, è collocata dentro ad una nicchia e venne realizzata da Raffaele Sangallo nel 1569. Il nome si spiega facendo attenzione alla figura posta in primo piano su uno sfondo naturale: è proprio la dea Venere, ritratta dormiente in una posa di dolce abbandono. La Venere, però, non è opera degli artisti al soldo di Ippolito d’Este, ma probabilmente statua romana del II o III secolo.

L’ambientazione nella quale la statua è collocata, invece, non è opera della semplice fantasia degli artefici ma rappresenta una paesaggio realmente esistente: gli stucchi, attribuibili a Curzio Maccarone, raffigurano la sorgente e la discesa da S. Angelo dell’acqua Rivellese, proprio quella il cui corso venne deviato dal cardinale Ippolito per alimentare le innumerevoli fontane della villa.

Un tributo, dunque, alla grande opera messa in atto dal signore di Tivoli per realizzare Villa d’Este.

Sala di Noè

Imboccate le scale ci ritroviamo al piano inferiore, dove passiamo attraverso una serie di sale a tema biblico: la prima è la sala di Noè.

Appena entrati non si può fare a meno di alzare lo sguardo per ammirare l’affresco che copre interamente la volta: un uomo dalla folta barba bianca è inginocchiato di fronte ad un altare, gli occhi rivolti verso Dio padre che si affaccia dalle nuvole a ricevere la sua preghiera e il sacrificio che si sta compiendo. Potrebbe sembrare una scena qualsiasi, ma notiamo immediatamente due dettagli rivelatori: gli animali, posti sul lato destro, tra i quali si trovano due coppie; e soprattutto l’arca sullo sfondo, posata sul monte Ararat.

Non è altro che la rappresentazione del sacrificio di Noè a Dio, conclusosi il Diluvio Universale, per ringraziarlo della salvezza.

Intorno a noi, l’arte illusionistica dei pittori ha affrescato le pareti simulando scorci paesaggistici che si aprono di fronte agli occhi attraverso tende e colonnati, anch’essi usciti da un abile pennello. L’intento era, evidentemente, quello di dilatare lo spazio attraverso una serie di espedienti prospettici. Il risultato sono una serie di vedute che ritraggono i dintorni di Tivoli, le sue campagne nelle varie stagioni dell’anno, come a voler celebrare, attraverso la pittura, la natura stessa che viene imitata.

Sala di Mosè

Filo conduttore che lega le stanze della villa e il giardino sembra essere il tema dell’acqua: se nella prima stanza abbiamo potuto ammirare il mondo che si riapre alla vita dopo il Diluvio grazie all’intervento di Noè, ora ci ritroviamo nel luogo dedicato a colui che fu salvato dalle acque, Mosè.

Mosè salvato dalle acque, sala di Mosè

Sala di Venere

Filtra poca luce qui dentro e la situazione cambia notevolmente. Pochi colori e nessuna parete completamente affrescata: sembra quasi di essere usciti da Villa d’Este e precipitati dentro una grotta. Ma la sensazione che provoca questa stanza non ha nulla a che fare con il disagio, piuttosto con l’ammirazione per la capacità di variare e la bizzarria messa in atto.  La parete principale è completamente occupata da una vera e propria caverna, costruita con rocce vere e all’interno della quale originariamente scorreva dell’acqua.

Come per la fontana del cortile, l’inquilina della grotta era Venere, dea della bellezza e dell’Amore, nata secondo il mito dalla spuma del mare, circondata dagli amorini. La statua ora non è più visibile: la fece rimuovere il cardinale von Hohenlohe, padrone della villa nel XIX secolo. Von Hohenlohe, ben lungi dall’accogliere in casa propria una divinità pagana, simbolo della Lussuria e dell’Amor carnale, pensò di riconsacrare la grotta dedicandola alla Madonna di Lourde.

Un’altra donna, questa volta santa, veniva a soppiantare la bellezza nuda che un altro cardinale, di più larghe vedute, aveva voluto far dimorare nella propria villa.

Sala di Ercole

L’ultima sala che visitiamo, al piano inferiore, è la grande Sala d’Ercole, il mitico eroe fondatore della casata d’Este di cui vennero affrescate, sotto la direzione di Girolamo Muziano, le dodici fatiche impostegli dal cugino Euristeo per espiare la terribile colpa di aver streminato la propria famiglia.

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Davanti ai nostri occhi si snoda la vicenda del semidio, dalla lotta contro il Leone di Nemea, passando per l’uccisione dell’Idra dalle molteplici e terribili teste, arrivando ad Ercole che sorregge sulle spalle la volta celeste, sostituendo per un momento il titano Atlante che rubava per lui i pomi d’oro dal giardino delle Esperidi e ad un Ercole che trasporta due grosse colonne. Quelle che, secondo la tradizione, collocò presso lo Stretto di Gibilterra, le colonne d’Ercole appunto, il limite oltre il quale l’uomo non avrebbe mai dovuto spingersi, il non plus ultra.

 

Il giardino

Fontana del BicchieroneFontana del Bicchierone, villa d'Este

Passando sotto la Loggia di Pandora, colei che scoperchiò il vaso per la sua tremenda curiosità, non possiamo non essere curiosi anche noi di fronte a questa insolita fontana: un calice dentellato inserito dentro una enorme conchiglia.

Pur essendo stata costruita ben un secolo dopo rispetto alle altre, per desiderio di Rinaldo d’Este, la fontana ben si armonizza con il contesto dimostrando la grande abilità del suo ideatore: Gianlorenzo Bernini.

Le PeschierePeschiere, vista dalla fontana dell'organo

Lunghe vasche rettangolari poste in successione di fronte alla grande fontana di Nettuno, di cui raccolgono le acque. Il luogo perfetto per una breve sosta che ci permette di osservare le mille diverse increspature create dai getti d’acqua, provenienti dai vasi.

Il nome si riferisce al fatto che qui venivano allevati pesci di acqua dolce allo scopo di intrattenere ospiti e abitanti della villa con la pesca e per garantire una riserva sempre fresca di buoni prodotti ittici (di provenienza sicura).

Fontana di Nettuno

Quando si parla di acqua e di fontane, lui non può di certo mancare: Nettuno, dio dei mari e signore di tutte le acque. La statua del dio in realtà, in questo caso, è ben nascosta. Una cascata scende, al centro della composizione, grazie ad un dislivello a terrazze successive, fino alla vasca centrale. Dietro il velo d’acqua, in una nicchia che sembra simulare una grotta, giace il busto di Nettuno.

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Alte colonne d’acqua si innalzano, colpite dai raggi del sole che ne traggono splendidi riflessi. Se si fa attenzione e si ha la pazienza di cercare una posizione abbastanza centrale si riesce a vedere uno splendido arcobaleno che si protende da una colonna all’altra, senza interruzione.

Fontana dell’Organo

All’improvviso, tra lo scrosciare e il gorgogliare dell’acqua, mentre abbiamo lo sguardo perso nell’inseguimento dei mille giochi di uno zampillo, si leva un suono. Poi ne segue un altro e un altro ancora finchè non si distingue chiaramente un’armonia inaspettata.

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Tra tutte le meraviglie che il giardino della Villa ha offerto ai nostri occhi abbiamo dimenticato che anche l’udito, in questo caso, ha la sua parte: la fontana dell’Organo, grazie ad una serie di compessi meccanismi ad azione idraulica realizzati dal francese Claudio Venard, leva il suo delicato canto che si amalgama con la musica naturale delle cascate.

Seduti sul bordo di una delle Peschiere, tra i vasi fioriti, possiamo godere liberamente di questo piccolo concerto che si ripete ogni due ore, stupiti come lo furono gli antichi ospiti della villa, tra i quali papa Gregorio XIII che volle addirittura controllare che non ci fosse nessuno a suonare.

Fontana dell’Ovato

Basta spostarsi di poco verso destra per entrare in tutt’altra atmosfera: sembra di trovarsi in un giardino segreto, un luogo un po’ più intimo rispetto agli ampi spazi in cui ci siamo mossi fin’ora, dominati dai marmi e dalle costruzioni architettoniche.

L’ovato, questo grande bacino a forma ovale, è idealmente il regno della natura, il punto in cui si celebra la straordinaria ricchezza della campagna laziale. La fontana, infatti, rappresenta i Monti Tiburtini dai quali ha origine l’Aniene, il principale affluente del Tevere nonchè la principale fonte dell’acqua di tutto il giardino.

Al centro, proprio sopra la cascata, vediamo una sproporzionata figura di donna: la Sibilla Tiburtina. Meno nota rispetto alla sua omonima di Cuma, essa veniva venerata come una divinità in un tempio, posto proprio nei pressi dell’Aniene. Il suo nome si lega indissolubilmente a quello di uno dei sette re di Roma, Tarquinio Prisco, al quale ella offrì i 9 libri sibillini in cambio di denaro. Il re non volle accettare l’offerta cosicchè la donna, travestita da vecchina, ne distrusse 3 e ripropose gli altri allo stesso prezzo. Dopo un nuovo rifiuto e una nuova distruzione, il re fu costretto ad accettare quelli che sarebbero diventati i libri profetici più importanti di Roma.

Seguiamo ora il corso del nostro personale Aniene, avviandoci verso il Viale delle Cento fontane…

Viale delle Cento fontane

Quello che costeggiamo è un “fiume” particolare, originato dagli zampilli di cento bocche.

La Rometta

Poco discosta dalle Peschiere, dalla parte opposta rispetto alla grande fontana del Nettuno, sta la Rometta. Un vezzeggiativo che rivela il grande amore di Ippolito d’Este per Roma, quella Roma in cui gli avevano impedito di costruire il proprio castello.

E fu così che non potendo avere un castello dentro la città, decise di portare la città dentro la sua villa.

La Rometta, dunque, è una grande allegoria che si pone in relazione diretta con altre due fontane del giardino, il viale delle Cento fontane e la fontana dell’Ovato, in un complesso gioco che ci permette di ricostruire una vera e propria geografia ideale.

Roma domina al centro, rappresentata come una donna in armatura e affiancata dall’immortale simbolo della Lupa che allatta Romolo e Remo. A fare da sfondo, in origine, le grandi bellezze architettoniche più rappresentative della città: Colosseo, Colonna traiana, arco di Costantino…oggi purtroppo ci accontentiamo di una Roma dimezzata che svetta, con sguardo fiero, al di sopra di una barca (l’isola Tiberina): Ippolito non si faceva mancare proprio nulla.

Fontana della Natura o dell’Abbondanza

Una donna dai seni molteplici e prosperosi ci apre le braccia, in fondo ad un vialetto ombroso: Madre Natura lascia sgorgare dal proprio petto la linfa vitale dell’esistenza.

Impudica nell’offrisi, originariamente faceva bella mostra di sè nella Fontana dell’Organo, ma vanne rimossa nel ‘600 ad opera di Alessandro d’Este, forse sollecitato dal clima controriformistico, ostile alla rappresentazione delle nudità (basti pensare che subito dopo il concilio di Trento fu assegnato a Daniele da Volterra il compito di coprire le nudità dei personaggi del Giudizio Universale di Michelangelo nella Cappella Sistina: un lavoro che gli costò il soprannome di “Braghettone”).

Fontana delle Mete

Poco lontano arriviamo alla rotonda dei cipressi, adornata da alberi secolari, forse i più antichi  esistenti che, nonostante le condizioni non ottime, svettano maestosi contro il cielo.

Qui troviamo anche due enormi fontane rocciose, le Mete, richiamanti la fontana della Meta Sudans a Roma, luogo in cui i gladiatori si rinfrescavano e lavavano via il sudore e la polvere dopo aver combattuto nell’arena del Colosseo

Fontana dei Draghi

Alla fine del nostro giro siamo come Ercole di fronte alla sua undicesima fatica: prendere i pomi d’oro nel giardino delle Esperidi, affrontando il drago dalle molte teste. L’ultima tappa la facciamo qui, davanti alla fontana dei draghi che, ironia del destino, non sputano fiamme roventi ma limpidi getti d’acqua.

In ultimo, per salutare le meraviglie di questa villa, saliamo le scale per raggiungere il piano più alto: da lassù, come i grandi del Rinascimento, possiamo ammirare Tivoli ai nostri piedi.

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Informazioni pratiche

Come arrivare:

Tivoli si trova nella provincia di Roma:

– in macchina è sufficiente percorrere l’A24 o una delle vie consolari cioè la Tiburtina o la Prenestina

– in autobus è possibile raggiungere Tivoli salendo alla stazione di Ponte Mammolo: ci sono diverse linee disponibili, per maggiori informazioni consultare il sito della cotral; i biglietti sono disponibili presso il tabaccaio della stazione (non alla biglietteria Atac), è sufficiente indicare la tratta prevista

Costi: Intero: €. 8,00 –   Ridotto € 6,00

La prima domenica del mese l’ingresso è gratuito.

Vacanze tra i lupi: alla scoperta del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise

Stanchi del solito tran tran metropolitano e del mantra paletta, secchiello e occhiali? Oggi vi propongo un’alternativa, valida in realtà per tutto l’anno, persino per una scappata occasionale di una giornata: il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Un mix di natura incontaminata, scenari mozzafiato ed esperienze gastronomiche da non perdere.

Il modo migliore per vivere davvero il parco e le sue atmosfere, diverse in ogni stagione, è quello di pernottare in uno dei piccoli borghi caratteristici che circondano il principale centro, Pescasseroli, in particolare Opi, Civitella Alfedena, Villetta Barrea e Barrea.

Indice

1.Opi

2.Val Fondillo

3.Valle Fredda

4.Civitella Alfedena

5.La Camosciara

6.Le cascate

7.Il Lago di Barrea

8.Informazioni pratiche

Opi

Altitudine: 1250 m

Abitanti: 441

Zaino in spalla e qualche ora di viaggio sul groppone, arrivi alla piazzola di sosta del pullman che, partendo da Avezzano, un tornante dopo l’altro ti porta in “uno dei borghi più belli d’Italia“. E arrivato davanti al cartello con questa scritta ti domandi “perchè mai dovrebbero definirlo così?” 

Ancora frastornato ti dirigi lungo la salita del paese che, da quello che hai potuto vedere su Google Maps, dovrebbe essere niente più di quattro case in croce lungo una strada. In cima trovi il Muraglione, il bar del paese. L’unico bar del paese, come ridacchia uno degli avventori che ti vedono avvicinarti speranzoso; e questo non fa che confermare la tua prima impressione:”Ma dove diavolo sono finito?

Dopo un buon caffè che ti rimette in sesto prosegui e finalmente arrivi ad un piazza: Piazza dei caduti, col tipico monumento dedicato alla memoria delle vittime delle due guerre mondiali.

Istintivamente sei tentato a proseguire, ma poi ti accorgi che quella in cui ti trovi non è una qualsiasi piazza in un qualsiasi paesello di montagna: in realtà è una grande terrazza che si apre sul panorama circostante e che permette di far spaziare lo sguardo sulla valle e sui monti che la incorniciano. Ti fermi a guardare e pensi che, forse, ne è valsa la pena…

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Questa prima piacevole scoperta ti dispone meglio all’osservazione, ascolti i tuoi passi sulle belle stradine in pietra e ti addentri verso il centro cittadino. Qui cominci a scoprire le piccole, nascoste bellezze del paese. Bellezze silenziose, non urlate, che si impongono all’attenzione con delicatezza: la torre dell’orologio, i balconi e i muri ricoperti da vasi fioriti, le scale disposte negli angoli più impensati, che contribuiscono a conferire alla zona un certo fascino, impensabile in città.

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Al primo piano dello stabile che ospita la Pro loco e gli uffici del Comune trovi anche il Museo dello Sci, una raccolta catalogata di strumenti utilizzati, tra gli anni ’50 e gli anni ’90, dagli atleti del circondario durante le principali manifestazioni sportive, trofei e fotografie d’epoca che illustrano il percorso di questo sport nell’ultimo cinquantennio.

Continuando ad esplorare ti imbatti finalmente nel museo Camoscio Appenninico. Qui una simpatica guida è disposta a condurti nelle varie sale e soprattutto l’ultima ti colpisce:  un piccolo percorso didattico ti riporta alla curiosità di quando eri bambino e, senza vergogna, annusi, tocchi e interagisci con gli elementi peculiari del paesaggio boschivo, vegetali ed animali. Rimani affascinato dai campioni di pelo dei differenti animali, dalle corna del cervo e dagli aculei lunghi e appuntiti dell’istrice.

Si è fatto ormai tardo pomeriggio e cerchi un posto dove riposare, godendoti il clima fresco. Proprio dietro al museo trovi il Belvedere, silenzioso e quieto angolo di verde che si affaccia proprio sul Monte Amaro di Opi. Su di esso, in alto, dove vedi volare grandi uccelli rapaci, noti una recinzione e vicino ad essa un movimento.

Qualcosa si muove nella dorata luce del tramonto, qualcosa di molto rapido, che procede lungo la ripida salita e strizzi gli occhi per riuscire a distinguere meglio: è un camoscio appenninico. Segui la sua corsa sicura verso la boscaglia mentre noti che non è solo.

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In una giornata sola hai già collezionato una visione a tutto tondo di quello che può offrirti il paese che ti circonda.

Ma oltre all’occhio anche la pancia vuole la sua parte.

Hai letto su TripAdvisor, prima di partire, che ci sono diversi ristoranti in zona ma le recensioni ti fanno scegliere un solo posto: il Camping Le Foci. Come suggerisce il nome l’ambiente è decisamente anticonvenzionale: i clienti vengono equipaggiati con piatti e bicchieri di plastica e sono loro stessi a dover apparecchiare, sparecchiare scrivere l’ordinazione dal menù giornaliero. Questo pizzico di informalità si associa ad una cucina tradizionale di qualità e decisamente economica: ogni porzione è abbondante e basta per due. Sazio e felice puoi arrancare lentamente lungo la salita che ti riporta in paese, sicuro che ad incrociare la tua strada ci sarà una bella volpe.

Val Fondillo

Il mattino ti sveglia nella tua stanza ma tutto nel paese procede con calma: gli esercizi commerciali aprono tutti alle 8.30 e anche la colazione del B&B è prevista per quell’ora: cornetti caldi appena usciti dal forno I M’line, talmente buoni che non serve nessuna farcitura nonostante la vasta scelta di marmellate a disposizione e l’immancabile nutella. Meglio abbondare, ti aspetta una giornata lunga.

Tratturo, TR, Opi, Parco Nazionale Abruzzo Lazio Molise Il primo passo è raggiungere la base del paese, località la Madonnina, riconoscibile dall’omonimo bar. Qui, quasi nascosto, c’è l’accesso per il tuo primo percorso, siglato TR.

Inizialmente sei titubante, la strada sembra biforcarsi fin dall’inizio e alla tua sinistra porta contro una rete di filo spinato. Decisamente non è quella la direzione giusta.

Prendi dunque alla tua destra e cominci a inoltrarti lungo la strada che i pastori abruzzesi percorrevano fino a qualche decennio fa per raggiungere il tavoliere delle Puglie

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Nella testa ti risuona l’eco dei primi versi de “I pastori” di D’Annunzio, che hai imparato alla scuola elementare. E mentre il ricordo piano piano si consuma, ti ritrovi nel bel mezzo di un vero e proprio bosco: la strada piega vicino a quello che sembra il vecchio letto di un fiume, profondamente scavato nel terreno e pieno di detriti. L’erosione dell’acqua ha modellato una serie di creste affascinanti.

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Il tratturo ti guida tra gli alberi verso una ripida pietraia e tu desidereresti avere gli zoccoli delle vacche che ancora si inerpicano lungo questa salita per non sentire la fatica. Alla fine, però, trovi il segnale che indica l’accesso ad un altro percorso: F2, che porta direttamente alla Val Fondillo. Da qui in poi il percorso è decisamente meno faticoso: la strada ben battuta corre lungo il corso di un fiume, il cui mormorio ti accompagna lungo la passeggiata. Dopo pochi metri cominci ad intravederlo, alla tua sinistra e e sei tentato ad uscire di pista per avvicinarti allo spettacolo mobile delle acque che giocano tra i rami e le rocce.

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Lungo la strada incontri varie indicazioni per la Fonte Sfranattara, dove recuperi un po’ d’acqua, per il Monte Amaro, accessibile in questo periodo dell’anno solo con prenotazione, per la Grotta delle fate e per il Valico dell’orso, ognuna con i tempi di percorrenza. Arrivi dove puoi, ricordandoti che il percorso devi anche fartelo all’indietro e che ogni discesa diventerà una salita.

Valle Fredda

 Terzo giorno nel Parco Nazionale, cominci a sentire i muscoli indolenziti ma sai che presto ti abituerai. Oggi la tua meta è Valle Fredda e il nome non tradisce l’aspettativa: prendi il sentiero F4, che incroci ripercorrendo l’ormai familiare tratturo.

La prima parte di percorso è in salita, ma questo non ti spaventa, anche perché gran parte della camminata puoi fartela all’ombra. La vallata, invece, al centro della quale spicca lo stazzo, tipico rifugio per i viandanti in difficoltà, è inondata dal sole quando la raggiungi: è quasi mezzogiorno e la luce investe questo ampio spazio aperto mettendone in risalto i colori delle numerose specie di fiori che lo popolano, assieme agli insetti. A quest’ora una vera e propria sinfonia di cicale ti accoglie.

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Lungo la strada gli stimoli sono tanti: il vento che stormisce tra la alte fronde e sembra il padrone del bosco,i lenti movimenti dei cavalli al pascolo. Tra l’erba un incontro inaspettato: fragoline di bosco mature, tanto minute quanto dolci al gusto.

Decidi di fermarti tra gli alberi, sdraiarti in un punto asciutto e restare ad ascoltare…

Civitella Alfedena

Oggi il tuo peregrinare si sposta: ti sei alzato presto perché hai scoperto che il primo pullman utile è alle 8.20: il successivo sarà in paese soltanto alle 12.40 e non vuoi bruciarti tutta la mattina. Paghi 1.80 euro di biglietto e ti metti comodo sul sedile. Destinazione Civitella Alfedena.

Altitudine: 1123 m

Abitanti: 361

Il viaggio dura una ventina di minuti, il tempo giusto per schiacciare un altro pisolino ma la paura di perdere la fermata ti tiene ben sveglio.

Appena sceso noti che, nonostante il minor numero di abitanti, ci sono decisamente tanti caffè: bar della lince, del lupo, del camoscio… tutta la fauna tipica si raccoglie nelle insegne dei locali. Ma soprattutto ci sono delle indicazioni molto interessanti: recinto della lince e recinto del lupo.

La curiosità ti spinge a seguire questi cartelli fino a ritrovarti lungo una via che sembra il recinto dei gatti!

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Le sorprese sembrano susseguirsi: finalmente ad una svolta trovi l’indicazione per l’area faunistica del lupo. L’orario migliore per vederlo sembrerebbe essere quello serale, intorno alle 18.00, lungo le stradine battute dai vari componenti del branco.

Tu ci provi lo stesso e si vede proprio che hai una bella fortuna: l’intero branco sta trottando dietro al maschio alfa, un esemplare di lupo appenninico affascinante nella sua tipica pelliccia estiva, seguito a ruota dalla compagna e dai membri piú giovani. I cuccioli nati in maggio, riposano al riparo nella tana.

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Il gruppo si sposta compatto, il maschio in testa e la femmina dietro a chiudere la fila, secondo un’organizzazione che si riproduce sempre uguale. Quando qualche giovincello si allontana dal tracciato, la mamma si precipita a rimetterlo in riga. Ogni tanto i cuccioli si fermano a giocare tra di loro, con salti e lotte emozionanti. Resteresti ore a guardarli…

Ma le cose da fare a Civitella sono tante, devi ancora vedere la Camosciara.

 In questa zona si possono scorgere una gran quantità di piccoli roditori, dallo scoiattolo nero meridionale alle piccole, curiose donnole che ogni tanto fanno capolino vicino ai tronchi degli alberi dove fanno le tane fino all’arvicola, della stessa famiglia dei criceti. Fai attenzione a procedere silenziosamente per poter cogliere i piccoli movimenti e i rumori che segnalano la presenza degli animali, invisibili ad un occhio disattento.

In lontananza senti il suono dei campanacci delle pecore portate al pascolo, lungo la strada che conduce ad un corso d’acqua nascosto nei meandri di una vera e propria selva. Conviene controllare sempre non tanto dove si mettono i piedi, ma dove ti portano per evitare di finire fuori percorso e perderti.

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Alla fine del percorso intravedi un trenino azzurro sulla strada asfaltata che corre parallela al tuo percorso: è il servizio “navetta” per i turisti più pigri che porta direttamente alla tua prossima meta le Cascate

Cascata delle tre cannelle

Cascata delle tre cannelle

Cascata delle Ninfe

Cascata delle ninfe

Sono due, a brevissima distanza l’una dall’altra ma molto diverse tra di loro:

la cascata delle tre cannelle, un getto d’acqua verticale, tanto forte da sembrare uno zampillo di schiuma su una parete rocciosa;

 e la Cascata delle ninfe, un vero e proprio muro d’acqua…

Ti rimane un’ultima tappa, non meno bella delle altre: il Lago di Barrea

Il punto migliore in cui fermarsi col pullman è la piazzola che precede l’abitato di Civitella Barrea, vicino ad un parcheggio che conduce verso le due spiaggette libere del lago.

Sposti lo sguardo lungo le rive e rimani abbagliato dalle molteplici sfumature che l’acqua è in grado di assumere, a diversi gradi di distanza e profondità: dalla trasparenza delle piccole onde che lambiscono la spiaggia, al verde marino e al blu profondo.

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Una stradina turistica porta dalla spiaggia verso Barrea, il paese che si può scorgere in lontananza, quasi sospeso in un silenzio incantato al di sopra del lago. Lungo la strada fai qualche piccola incursione nelle zone più solitarie del lago, la cui vista è impedita dagli arbusti ma che con un po’ di pazienza riesci a conquistare, avventurandoti tra i rami.

Attento ai piedi, in alcuni punti la terra è talmente imbevuta d’acqua da trasformarsi in sabbie mobili: meglio tastare il terreno per evitare di rimanere invischiati e di dover tirare fuori le scarpe infangate con un rumore da risucchio, dopo aver poggiato il posteriore violentemente per terra.

Informazioni pratiche

Come arrivare:

Per raggiungere i comuni del Parco ci sono diverse opzioni ma tutte passano per Avezzano; è possibile prendere un pullman con partenza da Roma Tiburtina e arrivo nella cittadina dopo 1 ora e mezza circa oppure prendere il treno, sempre da Tiburtina lungo la linea Roma-Pescara e fermare ad Avezzano dopo due ore. 

Da Avezzano è necessario avvalersi degli autobus dell’ARPA (Autolinee Regionali Pubbliche Abruzzesi), con fermata nei principali paesi del circondario, da Pescasseroli a Castel di Sangro. La biglietteria è proprio di fronte alla stazione ma è possibile fare il biglietto anche a bordo e caricare i bagagli.

Orari ARPA: i pullman sono piuttosto precisi, è più probabile l’anticipo che il ritardo sulla tabella di marcia

 Sito ufficiale del borgo di Opi

Sito ufficiale del borgo di Civitella Alfedena

Sito ufficiale del Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise

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Oggi vi lascio con una piccola proposta aggiuntiva: il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ha indetto un concorso fotografico intitolato “saluti da”, mettendo in palio per il vincitore un anno di ingressi gratuiti nei siti culturali italiani; io partecipo con uno scatto del piccolo borgo di Opi. La foto può essere votata lasciando un mi piace a questo link.

Alla prossima!

Roma e le acque: Le Fontanelle Rionali

Qual è il motivo per cui ogni uomo dovrebbe amare Roma?
La storia, i monumenti, l’atmosfera epica da “Il gladiatore” mi direte voi…

Io dico le fontanelle.

Se avete provato l’esperienza di camminare per il centro storico o anche per le viette meno frequentate, sotto il sole estivo, avrete benedetto quel nasone con la sua acqua corrente sempre fresca e disponibile: un semplice tubo metallico forato per bere o la variante con la testa di lupa, che si può vedere davanti alla metro di Colosseo.

Fontanella testa di lupo a Colosseo

Abbiamo poi le grandi fontane di Piazza di Spagna, le tre di Piazza Navona, compresa quella dei Fiumi, quelle nascoste in remoti cortili di palazzi privati, che scopriamo seguendo il suono delle acque che scorrono…

Un interessante progetto è stato ideato da Edoardo Vianello e Frida Ismolli per realizzare e mettere a disposizione degli utenti della rete un vasto archivio di foto e registrazioni delle principali fontane, divise per rioni.

Oggi vi presento un gruppo particolare di fontane, ideate in serie durante l’epoca fascista: le Fontanelle Rionali.

Indice

1.Cenni storici
2.Fontana delle Arti
3.Fontana della Pigna
4.Fontana dei Libri
5.Fontana delle Anfore
6.Fontana del Timone
7.Fontana della Botte
8.Fontana delle Palle di Cannone
9.Fontana delle Tiare
10.Fontana dei Monti

Cenni storici

Filippo Cremonesi, governatore di Roma.

Filippo Cremonesi, governatore di Roma.

Facciamo un salto indietro: è il 1926 quando il primo governatore di Roma, Filippo Cremonesi, commissiona all’architetto Pietro Lombardi la realizzazione di un gruppo di fontane, ispirate ai simboli e alle caratteristiche dei vari Rioni romani: qualcosa che rispecchiasse l’identità dei singoli Rioni ma allo stesso tempo si collocasse nel contesto più ampio della città.

Da questo progetto nacquero dieci fontane, cui si aggiunge quella detta delle Anfore“, sempre ad opera del Lombardi ma di qualche anno precedente. Una di esse, collocata a S. Lorenzo, venne distrutta durante un bombardamento della Seconda Guerra Mondiale, nel 1943.

Fontana delle Arti

Fontana delle Arti in via Margutta (Rione Campo Marzio)

Fontana delle Arti in via Margutta (Rione Campo Marzio).

Il tragitto comincia in Via Margutta, nel Rione Campo Marzio, nota per essere la via degli artisti.
Proprio qui troviamo la nostra prima fontanella detta appunto delle Arti.

Elementi caratteristici che ci permettono di identificarla sono:

-i due mascheroni da cui fuoriesce l’acqua, raffiguranti un volto triste e uno sereno, simboli della tragedia e della commedia e richiamanti, dunque, la nobile arte del teatro;

-il secchiello contenente i pennelli, posto sulla sommità della fontana, a simboleggiare le arti figurative e in particolare la pittura;

– i compassi, posti proprio sopra le vaschette che raccolgono le acque, ad indicare l’architettura.

Imboccando via del Corso e proseguendo fino a Piazza Venezia incontriamo la:

Fontana della Pigna

Fontana della Pigna in Piazza S. Marco (Rione Pigna).

Fontana della Pigna in Piazza S. Marco (Rione Pigna).

Il nostro percorso ci porta nel cuore della Roma celebrativa, lì dove sorge il monumentale altare della patria, il Vittoriano. Poco distante, resa forse ancor più anonima proprio dalla vicinanza con questo gigante di marmo, sorge la piccola Fontana della Pigna, in Piazza S. Marco, proprio di fronte a Madama Lucrezia, la statua parlante di cui vi ho parlato in un precedente articolo.

Il Pignone ai musei Vaticani

Il Pignone ai musei Vaticani

Il nome del Rione e della fontana stessa deriva dal rinvenimento di una gigantesca scultura a forma di pigna, chiamata comunemente Pignone, oggi collocata nell’omonima piazza nei Musei Vaticani. Tale statua in bronzo doveva forse ornare il Tempio di Iside in Campo Marzio.

Da qui prendiamo via degli Astalli, via del Plebiscito, e continuiamo per corso Vittorio Emanuele fino a giungere a via Monterone. Di qui è sufficiente proseguire su via dei Caprettari che ci conduce a Piazza S. Eustachio.

Fontana dei Libri

In Via degli Staderari,  proprio dietro Sant’ Ivo alla Sapienza, dove si trovava l’originaria sede dell’Università di Roma, troviamo la nostra fontana, nel Rione Sant’ Eustachio.

Fontana dei Libri, via degli Staderari (Rione S. Eustachio).

Fontana dei Libri, via degli Staderari (Rione S. Eustachio).

Al centro vi è il simbolo del Rione, un cervo che si abbevera nella fontana, sormontato in orizzontale dal nome del Rione e in verticale dal numero di riferimento, errato poiché il Rione è il VI non il IV.

Intorno troviamo quattro libri, simbolo della conoscenza, da cui fuoriescono dei segnalibri di pietra.

Al di sopra della composizione vi sono le cinque palle, rimando allo stemma dei Medici: è un riferimento a papa Leone XI, che ebbe un ruolo di rilievo nella fondazione del palazzo della Sapienza.

Fontana delle Anfore

Ci dirigiamo poi, con molta pazienza, verso la Fontana delle Anfore, posta in piazza dell’Emporio, sul Lungotevere. Basta prendere il 30 da Termini.

Fontana delle Anfore in Piazza dell'Emporio.

Fontana delle Anfore in Piazza dell’Emporio.

La collocazione originaria giustifica il tema di fondo dell’opera: la fontana, infatti, si trovava in Piazza Mastro Giorgio, oggi Testaccio dal latino Testaceum cioè coccio.

La zona del porto, in epoca romana, veniva utilizzata anche per liberarsi dei frammenti delle anfore, utilizzate come contenitori, che si rompevano piuttosto frequentemente.

L’accumulo di questi detriti in una secca del fiume diede vita al Mons Testaceum, un vero e proprio monte artificiale, costituito da strati e strati di cocci, ancora oggi perfettamente conservati e visibili.

La fontana si distingue nettamente dalle altre perché non fa parte della serie, ma deve comunque essere citata poiché proprio grazie ad essa Lombardi ottenne l’incarico.

Fontana del Timone

Proprio dall’altra parte del Tevere, lungo Ripa Grande, addossata all’edificio del complesso monumentale di San Michele, troviamo la Fontana del Timone.

Fontana del Timone, Lungotevere Ripa (Rione Ripa).

Fontana del Timone, Lungotevere Ripa (Rione Ripa).

Il nome è evidentemente dovuto alla forma: essa infatti rappresenta il timone di una nave insieme alla barra e simboleggia l’attività principale della zona, legata al porto sottostante, presente finché non vennero costruiti gli argini, e al commercio.

Fontana della Botte

Addentrandoci per le viette di Trastevere, superata  Portaportese e presa via di S. Francesco a Ripa, arriviamo in via della Cisterna. Qui, proprio all’angolo con Piazza di San Calisto, c’è la Fontana della Botte.

Fontana della Botte in via della Cisterna (Rione Trastevere).

Fontana della Botte in via della Cisterna (Rione Trastevere).

La sua motivazione è ben chiara: Trastevere era, ed è tutt’oggi, il quartiere in cui sorgono i ritrovi notturni quali le osterie. E quale simbolo migliore per rappresentarle se non una botticella?

Ai due lati, adibite all’erogazione dell’acqua, due misure da un litro di vino mentre in basso troviamo un catino da mosto.

Sembra quasi alludere, ironicamente, al miracolo dell’acqua trasformata in vino durante le nozze di Caana.

Potremmo anche pensare che, dopo una lunga camminata, l’acqua è inebriante quanto un buon bicchiere di rosso.

Fontana delle Palle di Cannone

Dopo una sosta per ristorarci,ci avviamo verso via di Porta Castello. Qui troveremo una delle due fontane di Rione Borgo, quella delle Palle di Cannone.

Fontana delle Palle di Cannone in via di Porta Castello (Rione Borgo).

Fontana delle Palle di Cannone in via di Porta Castello (Rione Borgo).

Si tratta di un tributo alla vicina fortezza di Castel Sant’Angelo, che in origine era il Mausoleo destinato ad accogliere le spoglie dell’imperatore Adriano, poi riconvertito a dimora papale, cui si accede mediante il Passetto.

Sono rappresentate delle palle di cannone disposte a formare un triangolo sporgente dal muro.

Da esse emerge un mascherone che getta acqua nel condotto sottostante mentre altre due bocchette laterali la versano dentro delle vaschette.

Fontana delle Tiare

Se ci dirigiamo poi verso Piazza S. Pietro e superiamo via della Conciliazione per arrivare presso Porta Angelica  troveremo una fontanella assediata dai turisti che attingono dalle sue acque.

Fontana delle Tiare a Porta Angelica (Rione Borgo)

Fontana delle Tiare a Porta Angelica (Rione Borgo)

Questa è la Fontana delle Tiare, realizzata dall’architetto componendo artisticamente quelli che sono i simboli del potere papale:

tre tiare, copricapo tipico del pontefice, sono sormontate da un’altra tiara e sostenute tutte da una serie di grosse chiavi, simbolo di San Pietro, primo vescovo di Roma e ideale predecessore del papa.

Fontana dei Monti

Fontana dei Monti in via di S. Vito (Rione Monti).

Fontana dei Monti in via di S. Vito (Rione Monti).

Il nostro giro si conclude a Rione Monti in via di S. Vito, dove troviamo la piccola, e ormai molto rovinata, fontana dei Monti. Come si può intuire dal nome quelli rappresentati sono i tre colli che erano compresi entro i confini del Rione: Celio, Esquilino e Palatino.

Se ti è piaciuto il nostro giro tra le fontanelle rionali, commenta o segui la pagina Facebook per essere sempre aggiornato.

 

Arte fuori dagli schemi: Roma underground

Siete mai passati per la galleria della metro di Spagna? Pareti di cemento, magari qualche macchia di umidità, un tragitto infinito per raggiungere i treni… Uno scenario che tutti conosciamo.
Ma da un mese non è più così.
Lungo le pareti ora si intrecciano linee colorate, volti, immagini astratte. Il tunnel è diventato un’immensa galleria d’arte del tutto gratuita, un esempio di cultura underground di alto livello.

Popay, Stazione Metro  Spagna, street art a Roma

Popay, Stazione Metro Spagna

Atac con il patrocinio di Roma Capitale e in collaborazione con l’associazione Le Jours de France  ha concesso questi spazi, attraversati ogni giorno da migliaia di turisti, lavoratori, cittadini romani, ad un gruppo di artisti di varie nazionalità tra cui gli italiani Lucamaleonte, Andreco e Tellas e l’argentino Jaz.

L’idea è stata quella di fondere stili e tecniche diverse, come diverse sono le provenienze di tutti coloro che hanno collaborato alla sua realizzazione, come diverso è ogni individuo e la sua interpretazione di arte.

Il risultato è visibile in quella che è diventata una piacevole passeggiata nel regno della street art, riportata nel suo contesto di provenienza principale: la realtà underground, del sottosuolo urbano. Grande è poi l’impatto se si considera il luogo in cui tutto questo avviene, una delle piazze simbolo della città di Roma in cui, così, vanno ad affiancarsi, esaltandosi a vicenda, tradizione e innovazione, canoni classici e provocazione.

Gatto, C215, Stazione Metro Piazza di Spagna street art Roma

Gatto, C215, Stazione metro Piazza di Spagna, street art Roma

Ma le sorprese non finisco qui: Atac ha anche messo in vendita 50 mila carnet da 10 biglietti al prezzo scontato di 14 euro, all’interno dei quali è possibile trovare, con molta fortuna, uno dei bit da collezione raffiguranti il gatto di C215, alias Christian Guemy, esponente di spicco del panorama artistico francese e internazionale, nonché dottore di ricerca in Storia dell’arte.

Il nome dell’iniziativa, BIT GENERATION, si basa su un gioco di parole tra
BIT, Biglietto Integrato a Tempo, e BEAT, dal verbo to beat =battere, indicante un movimento artistico e musicale sviluppatosi negli anni ’60. Un’idea della cultura beat nel suo complesso, in Italia, possiamo trovarla in Giotto Beat di Caparezza:

In aggiunta, a partire dal 7 giugno e fino al 10 agosto, al MACRO, Museo d’Arte Contemporanea di Roma è aperta ad accesso completamente gratuito la mostra Urban Legend, che vede coinvolti 12 artisti, 6 italiani e 6 francesi. Sul sito è possibile scaricare in formato .zip il kit press con le foto delle opere realizzate alla metro di Spagna e sul trenino della Roma-Lido, oltre che alcuni scatti che ritraggono i writers all’opera.

Ma l’operato di questi artisti non si rinchiude tra quattro mura e torna nelle strade, anzi da esse parte, grazie alla lungimiranza di chi comprende le potenzialità del fenomeno della street art, in tutte le sue sfaccettature e contraddizioni. Passiamo così dalla metro al quartiere che è divenuto sinonimo di riqualificazione  e lotta contro il degrado, coinvolgendo i cittadini in un diverso modo di vivere il proprio spazio urbano: Ostiense.

Indice
Via Galvani: Il lupo di Roa
Via delle Conce: Rising Love di Sten e Lex e Murales di Herbert Baglione
Via Pellegrino Matteucci: Fronte del porto di Blu
Via Ostiense: Opera collettiva e Murales di Blu
Via del Gazometro: Murales di Momo
Via del Commercio: Paint over the craks di Kid Acne
Via del Porto Fluviale: Il Nuotatore di Agostino Iacurci
Via dei Magazzini Generali: Wall of Fame di JB Rock e Black and White Power di Sten e Lex

 Il Lupo di Roa

Lupo, Roa,Testaccio, Roma

Lupo, Roa, Testaccio, Roma

Roa è un artista belga, noto nel mondo della street art soprattutto per la particolare predilezione per gli animali, soggetti privilegiati delle sue opere, tutte visibili sul suo Flikcr.

Sul muro di uno dei palazzi in via Galvani, in prossimità del monte dei cocci che dà il nome a Testaccio, giganteggia un enorme lupo di 30 metri, chiamato jumping wolf, lupo che salta. Il murales è stato definito un “inno all’istinto” come troviamo scritto sul sito ufficiale dell’associazione culturale che si è occupata di promuovere questa e le altre opere, la 999contemporany.

Nonostante il benestare dei condomini dello stabile che hanno concesso la possibilità di decorare la parete, i problemi non hanno tardato a presentarsi. La particolare forma del lupo, simbolo per antonomasia di Roma e del quartiere capitolino, non ha mancato di suscitare numerose polemiche: c’è, infatti, chi vi ha visto una certa somiglianza con un ratto a causa dell’apparente sproporzione del collo dell’animale e della sua posizione.

L’assessore del I Municipio, Andrea Valeri, non ha tardato a rispondere alle critiche sottolineando come la lupa dipinta in quella maniera sia ” la rappresentazione dell’artista della città di Roma in tempi di crisi e di decadenza”. (fonte: Leggo)

Rising Love di Sten e Lex

Rising Love, Sten&Lex, Roma street art

Rising Love, Sten&Lex, Roma street art

Svoltato su via Nicola Zabaglia e proseguendo fino alla rotonda, arriviamo a Via delle Conce, dove si trova il Rising Love, famoso locale della zona di Testaccio, teatro di esposizioni, dj set, musica dal vivo e performance artistiche di alto livello. Non è un caso, dunque, che la sua facciata ospiti un mega stencil realizzato dal duo italiano di Sten & Lex. La particolarità che contraddistingue questa coppia, dapprima dedicatasi alla rappresentazione di icone pop, è l’unicità delle loro opere: la matrice utilizzata viene ogni volta distrutta.

Come l’altra opera presente a Ostiense, Black and White Powerquella del Rising Love raffigura un volto anonimo ottenuto attraverso una tecnica ormai collaudata che consiste nell’affiancare una miriade di puntini che, in prospettiva, compongono la figura, solitamente in bianco e nero. Su Urban Contest troviamo uninteressante intervista ai due artisti che raccontano le origini della loro esperienza comune.

 

Murales di Herbert Baglione

Ma le meraviglie di via delle Conce non si fermano qui. Sul muro di fronte, quello della storica falegnameria Blasi, campeggia il murales, di 40x3m, del brasiliano Herbert Baglione, originario di San Paolo. Possiamo conoscerlo meglio attraverso il suo blog.

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L’effetto suscitato è un misto di attrazione e repulsione per queste figure tanto simili quanto ambigue e distorte, uomini e donne dai lineamenti familiari eppure tanto estranei. Di certo non abbiamo di fronte un esempio di arte conciliante quanto, piuttosto, l’immagine di una contemporaneità alienata da sé, distratta e confusa: una critica corrosiva contro la deriva della società umana. Questo murale ha, inoltre, ispirato un cortometraggio realizzato per il concorso “Mamma Roma e i suoi quartieri 2012” dell’Isola del Cinema.

Fronte del porto di Blu

Su via del Porto Fluviale il cupo grigiore di cui siamo stati testimoni si trasforma in una girandola di colori sulle due facciate dell’ex caserma dell’aeronautica militare, nota dopo la sua occupazione nel 2003 come Fronte del Porto, luogo di incontro e prolifico scambio culturale.

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Quest’opera, che abbraccia l’edificio trasformandone le finestre negli occhi di tanti colorati mostriciattoli, è frutto del genio e del lavoro anonimo di Blu, originario di Senigallia. Una delle sue creazioni è stata indicata dal The Observer nella lista delle 10 più grandi street art work al mondo. E osservando i dettagli e l’opera nel suo complesso si capisce il perché.

Opera collettiva

Su via Ostiense troviamo una delle opere più fotografate; ma dovremmo parlare di opera collettiva giacché il sottopasso rappresenta un concentrato di stili e tendenze diversificate amalgamate tra loro tanto che, seppur indipendenti, le singole opere sembrano parte di un progetto comune.

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La mano più presente è quella di Ozmo che si firma accanto al ritratto di Gramsci, ospite insieme a Shelley e a Keats del Cimitero Acattolico presso la piramide Cestia. I tre sono rappresentati secondo modalità diverse: il volto di Gramsci, perfettamente riconoscibile, è privo di qualsiasi riferimento al nome; Shelley invece è accompagnato dalla sua identificazione; l’ultimo volto, che compare sulla parete in diversi punti, ma mai perfettamente chiaro e identificabile, ci si palesa soltanto attraverso una citazione inequivocabile. Here lies one whose name was writ in water, “qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua” non è altro che l’epigrafe presente sulla tomba del poeta nel cimitero.

Murales di Blu

Proseguendo su Via Ostiense, poco lontano dalla Centrale Montemartini, centrale dismessa trasformata in sugestivo museo e altro punto di riferimento della zona, troviamo l’Alexis. Si tratta di uno stabile dell’ACEA occupato da studenti e precari, trasformato in uno spazio di socialità e dedicato al giovane studente di 15 anni, Alexis Grigoropolous, morto negli scontri di Atene del dicembre 2008.

Proprio ad Alexis è dedicato il murales realizzato da Blu, costituito da una lunga serie di macchine gialle incastrate tra di loro come le maglie di una catena, chiuse da un lucchetto e da un cammeo, raffigurante il ragazzo e recante nome e data della tragedia di cui fu vittima: la consacrazione artistica di un’operazione sociale di rivendicazione di spazi, necessari ai giovani per esprimersi, liberi da vincoli e aperti alle realtà emergenti, che non possono essere messe a tacere.

Murales di Momo

Essenziale e minimale l’opera di Momo in Via del Gazometro decora con il suo gioco di forme e colori la facciata di un vecchio edificio dell’Italgas.

Gazometro, via del Commercio, Momo, 2012

L’essenza dell’operazione sta proprio nella scelta degli edifici su cui intervenire: quello dell’Italgas così come l’ex caserma dell’aeronautica o l’Alexis sono realtà urbane sottoposte al degrado, casermoni grigi che sembrano appesantire l’aria intorno, renderla plumbea e irrespirabile.

Sono fossili di un passato recente che non può essere sradicato dal quartiere ma che, recuperati alla società civile, affollati da giovani pieni di energie, animatori di iniziative, si vedono investiti da nuova linfa vitale divenendo il centro delle attività culturali.

Paint over the craks di Kid Acne

Paint over the cracks, Roma

Sito in Via del Commercio su un lungo muro dietro il quale si stagliano le strutture del Gazometro, Paint Over the Cracks non lascia dubbi sulla sua paternità: inconfondibile è, infatti, lo stile di Kid Acne, artista, illustratore e musicista hip-hop originario del Malawi (blog)

La frase è un vero e proprio mantra per il writer, “Dipingi sopra le crepe“: un chiaro invito a non ignorare il degrado, a non lasciare la città nell’abbandono e nell’indifferenza ponendovi mano in prima persona. Sembra quasi richiamare l’usanza giapponese di riparare le crepe nei vasi con l’oro, come a dire “invece di criticare e commiserare quello che hai intorno, prendi un pennello e riscopri la bellezza”.

Il Nuotatore di Agostino Iacurci

Il nuotatore, Iacurci, Via del Porto Fluviale

Il nuotatore, Agostino Iacurci, Via del Porto Fluviale

Realizzato in occasione dell’Outdoor Festival nell’ottobre 2011, il Nuotatore di Agostino Iacurci si trova, significativamente, in Via del Porto Fluviale, proprio sopra una pescheria.

Piuttosto stilizzato, definito “metafora di pacifica convivenza” il nostro gigante si muove in un gigantesco acquario urbano, circondato da pesci colorati: un messaggio positivo, un invito a creare un ambiente nuovo in cui convivere e agire.

Wall of Fame di JB Rock

Il lungo murales di JB Rock in Via dei Magazzini Generali colpisce per la straordinaria capacità di riporta sul muro una vera e propria galleria di miti, da quelli collettivi e simbolici come Malcom X e papa Wojtyla, alle icone cinematografiche di Uma Thurman, Quentin Tarantino e Zorro, fino agli affetti più intimi e significativi per la vita privata, dal padre ai fratelli. I volti sono disposti in ordine alfabetico dalla A di Alighieri Dante alla Z di Zorro, con ovvio riferimento al claim del personaggio del cinema, a rappresentare la potenza comunicativa che parte dalla semplice combinazione dei segni scritti per trasformarli in volti iconici. Evocativo è anche il nome dell’opera: Wall of Fame rimanda inevitabilmente alla Walk of Fame di Los Angeles, la passeggiata decorata da circa 2500 stelle in bronzo che celebrano i grandi nomi dello star system.

Black and White Power di Sten e Lex

Sulla parete opposta rispetto al murales di JB Rock, troviamo un’altra opera di Sten e Lex, Black and White Power. I volti raffigurati non rappresentano altro che anonime figure, spettatori conosciuti della celebrità, cittadini comuni che fanno da contraltare a quanto rappresentato sulla parete di fronte.

Piaciuta la nostra passeggiata?

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Sulla pagina potrai trovare anche foto non incluse nell’articolo.

Il Congresso degli Arguti: polemisti di pietra a Roma

All’epoca in cui Roma era dominata da famiglie aristocratiche dispotiche e in continua lotta tra di loro e da papi divisi tra il mecenatismo artistico e la corruzione della vita mondana, il dissenso e l’ironia nei confronti dei potenti avevano dei portavoce d’eccezione: le statue parlanti. 

Chiamate anche, nel complesso, Congresso degli Arguti,  proprio a causa della pungente satira di cui erano depositari, le statue parlanti sono sei statue, collocate in diverse aree di Roma e utilizzate in epoca rinascimentale per affiggere versi in latino e spesso anche in romano volti contro i rappresentati del potere costituito.

Oggi la tradizione, caduta dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia con la Breccia di Porta Pia, viene rivitalizzata dall’iniziativa dell’Associazione Cittadini Centro Storico di Roma attraverso un sito, su cui è possibile leggere, oltre ad alcuni cenni storici riguardo le statue, anche i dettagli del restauro, condotto recentemente su alcune delle statue.

Andiamo a fare la loro conoscenza…

Indice

 1.Pasquino
 2.Marforio
 3.Il babuino
 4.Abate Luigi
 5.Il facchino
 6.Madama Lucrezia

Pasquino

Pasquino, Statue parlanti,Congresso degli Arguti di Roma

Paquino sito nell’omonima piazza, vicino Piazza Navona.

Rinvenuto durante i lavori di scavo per la pavimentazione di Palazzo Orsini (oggi Braschi) nel 1501, venne collocato, per volere del cardinale Oliviero Carafa, proprio lì dove era sorto dal terreno, vicino Piazza Navona.

Pasquino non è che parte di un gruppo scultoreo, probabilmente la copia marmorea di un originale di epoca ellenistica (III sec.), raffigurante Menelao che sorregge il corpo privo di vita di Patroclo, ucciso da Ettore, proveniente dallo stadio di Diocleziano. Questa identificazione si deve alla somiglianza tra quel che resta della statua e un gruppo presente nella Loggia dei Lanzi a Firenze, raffigurante proprio quella scena.

Patroclo e Menelao, Loggia de' Lanzi a Firenze

Gruppo di Menelao e Patroclo, Loggia de’ Lanzi (Firenze).

Il nome della statua, secondo la tradizione più diffusa, trarrebbe origine da quello di un barbiere o di un oste della zona, particolarmente noto per la sua vena polemica che questi sfogava in versi simili a quelli che ignoti autori appendevano al collo della statua. Vi sono anche altre fonti discordi che attribuiscono l’origine del nome ad un maestro di grammatica i cui studenti avrebbero notato una certa somiglianza con la statua e che sarebbe stato, per questo, la prima vittima delle salaci invettive.

Pasquino divenne ben presto quasi un’istituzione tanto che da lui presero nome i componimenti satirici noti come pasquinate. Una delle più celebri è quella dedicata a papa Urbano VIII, reo di aver fatto fondere nel 1625 le travature bronzee del Pantheon per ricavarne materiale per il Baldacchino
di San Pietro
e i cannoni di Castel S. Angelo.

quod non fecerunt barbari
fecerunt Barberini

cioè  ciò che non è stato fatto dai barbari, noti per le razzie e per lo scarso rispetto nei confronti dell’arte e della civiltà, è stato fatto dai Barberini, famiglia di provenienza del pontefice.

Tale era il dispetto suscitato nei potenti dalle beffe loro rivolte che papa Adriano VI tentò addirittura di far gettare la statua nel Tevere e che numerosi suoi successori imposero una vigilanza costante, giorno e notte, per evitare che venissero affisse frasi ingiuriose nei loro confronti, ma ciò non bastò a mettere il bavaglio agli anonimi autori che rendevano viva questa statua.

Come scrisse Trilussa:

nun te se vede che la bocca sola
con una smorfia quasi strafottente –
Pasquino borbotta: segno evidente
che nun ho detto l’urtima parola

Marforio

Considerato il “braccio destro” di Pasquino giacché spesso le due statue sembravano intavolare discussioni su argomenti di politica e attualità, in un continuo botta e risposta, Marforio è il rappresentante meglio conservato del nostro Congresso degli Arguti.

Marforio, Congresso degli Arguti, Roma

Marforio.

Ha le fattezze di un uomo possente e barbuto ed è forse rappresentazione del dio Oceano o allegoria del fiume Tevere. Si trova, attualmente, nella corte di Palazzo Nuovo, in una delle ali dei Musei Capitolini. La sua collocazione originaria era il Foro Romano e probabilmente da qui deriva lo strano nome: si riteneva, infatti, che il tempio di Vespasiano, ove la statua venne trovata, fosse in realtà il tempio di Marte. Dalla storpiatura di “Marte in foro” sarebbe perciò derivato il nome Marforio. Ipotesi alternativa lo vorrebbe, invece, derivato dall’espressione “mare in foro” che si riferirebbe al soggetto rappresentato dalla statua.

Quando Roma venne occupata dai francesi tra 1808 e 1814 e Napoleone si dette alla razzia delle opere d’arte della città le due statue più note non poterono non commentare così le vicende contemporanee:

Marforio: “E’ vero che i Francesi sono tutti ladri?”

Pasquino: “Tutti no, Bona Parte!

Il babuino

Il Babuino, Congresso degli Arguti, Roma

Il Babuino.

Collocato nell’omonima via, che proprio da lui prende il nome (chiamata precedentemente Via Paolina), il babuino o babbuino – alla romana – in verità non ha niente a che fare con una scimmia. Il volto è piuttosto quello di un sileno, una creatura mitologica, abitatrice dei boschi, affine al satiro: il nome che le è stato attribuito è dovuto alle fattezze grottesche del viso, deturpato dalle intemperie e dall’usura del tempo.

Disteso su un fianco, adorna una semplice fontana usata, nel Rinascimento, per abbeverare i cavalli.
Tanto singolare era il suo aspetto e tanto frequenti e incisivi gli attacchi di cui si faceva portatore che egli divenne presto un vero e proprio rivale di Pasquino, tanto che le sue più che pasquinate erano chiamate babuinate.

Abate Luigi

Abate Luigi in Piazza Vidoni, Congresso degli Arguti, Roma

Abate Luigi in Piazza Vidoni.

Pur rappresentando, dato l’abbigliamento caratterizzato dalla toga praetexta, un ignoto magistrato o un oratore romano, la fantasia popolare romana non poteva certo lasciare nell’anonimato un così noto rappresentante della vita pubblica: il nome di Abate Luigi gli deriverebbe dalla somiglianza con il sagrestano della vicina chiesa del Sudario.

La statua si trova addossata al muro della basilica di S. Andrea della Valle. L’aspetto più interessante della sua storia sono le vicende legate alle testa…

Sostituita per la prima volta nel 1888 con una di simile fattura e provenienza, questa venne trafugata prima nel 1966 poi di nuovo nel 1970 e l’ultima volta proprio un anno
fa, nel 2013 tanto che ancora oggi chi passa a fargli una visita nota questa evidente mancanza.

Proprio in occasione del furto del 1966 la statua parlò per l’ultima volta:

O tu che m’arubbasti la capoccia
vedi d’ariportalla immantinente
sinnò, voi vede? come fusse gnente
me manneno ar Governo. E ciò me scoccia

che tradotto per chi mastica poco il romano significherebbe: o tu che mi hai rubato la testa, vedi di riportarmela subito, altrimenti, come fosse niente, mi mandano al Governo, e non lo gradisco affatto… con evidente tono satirico nei confronti non solo del ladruncolo, ma soprattutto dei “potenti” contemporanei, in ossequio alla tradizionale irriverenza del nostro.

Il facchino

Il Facchino in Via Lata, Congresso degli Arguti, Roma

Il Facchino in Via Lata.

Situato in Via Lata, piccola traversa di Via del Corso, vicino Piazza Venezia, il facchino non è tanto una statua quanto il mascherone di una delle tante fontanelle di Roma. In realtà quello che ci troviamo di fronte non è un facchino ma un acquarolo, armato della sua fida botticella.

Quello dell’acquarolo era un mestiere umile quanto indispensabile nella Roma di fine Cinquecento, soprattutto in periodi di forte carenza idrica: egli andava ad attingere l’acqua dalle fontane pubbliche per poi rivenderla ad un prezzo molto basso, porta a porta.

Questo è il più giovane dei membri del nostro Congresso, essendo databile al ‘500, anche se dubbia ne è la paternità: alcuni hanno avanzato addirittura l’ipotesi che potesse essere opera di Michelangelo, ma i più l’attribuiscono a Jacopino del Conte.

Madama Lucrezia

Arriviamo infine all’unica donna del gruppo,sesta di cotanto sennovolendo parafrasare Dante: Madama Lucrezia. Si tratta di un enorme busto di marmo, alto circa 3 metri, posto all’angolo di Palazzetto Venezia, a pochi metri dalla fontanella rionale della Pigna in Piazza S. Marco. L’acconciatura e il panneggio, con il caratteristico nodo della veste sul petto, lascerebbero pensare ad una rappresentazione della dea Iside o di una sua adepta, forse Faustina, moglie dell’imperatore Marco Aurelio.

Madama Lucrezia, Congresso degli Arguti, Roma

Madama Lucrezia.

Il singolare nome le deriverebbe da un’amante del re di Napoli Alfonso V, Lucrezia d’Alagno, nota per essersi recata a Roma dal papa per chiedere un divorzio mai ottenuto. Quando nel 1457 Alfonso morì, la donna dovette allontanarsi dalla città d’origine e trasferirsi a Roma per sfuggire alla persecuzione del successore al trono napoletano, il legittimo erede Ferrante. Ella andò a vivere proprio nei pressi della zona in cui si trova la statua, che così prese il suo nome.

Pie' di marmo.

Pie’ di marmo.

A Madama Lucrezia si lega un altro famosissimo monumento di Roma: il Pie’ di Marmo, sito nell’omonima via, vicino al Pantheon. Questo enorme piede, infatti, sembrerebbe appartenere proprio alla Lucrezia: dimensioni e qualità del marmo corrispondono e, inoltre, il sandalo indossato dal piede, appena visibile a causa dell’usura, sembra essere quello indossato dalle sacerdotesse di Iside. Un altro elemento a favore della teoria sta nel fatto che non lontano dal luogo in cui esso si trova sorgeva il tempio dedicato da Domiziano alla dea.

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Il Bosco dei Mostri di Bomarzo

CHI CON CIGLIA INARCATE/ ET LABBRA STRETTE/ NON VA PER QUESTO LOCO/MANCO AMMIRA/LE FAMOSE DEL MONDO/ MOLI SETTE

Queste le parole vergate sul piedistallo di una delle due sfingi che accolgono il visitatore, appena varcato l’ingresso del Bosco Sacro di Bomarzo, noto ai più come Bosco dei Mostri. Parole che spiegano l’intento del suo ideatore, il principe Pierfrancesco II Orsini, detto Vicino: suscitare meraviglia e un senso di timore quasi reverenziale in colui che si imbatte nelle colossali statue che ornano il giardino, paragonabili alle sette meraviglie del mondo.

Vicino Orsini, signore di Bomarzo

Vicino Orsini, signore di Bomarzo

Datato presumibilmente tra il 1560 e il 1565, attribuito per ragioni stilistiche all’architetto Pirro Ligorio – celebre soprattutto per il giardino di Villa d’Este (Tivoli) – il Bosco Sacro fu fatto costruire dal principe Orsini in memoria della defunta moglie Giulia Farnese, cui è dedicato in particolare l’ultimo dei monumenti osservabili: un tempietto. Secondo la leggenda, di sapore decisamente romantico, il fantasma del principe si aggirerebbe ancora per il Parco.

Indice

1.Il Bosco nell’arte
2.L’Ingresso
3.Le Sfingi
4.Proteo-Glauco
5.Il Mausoleo
6.I Giganti
7.La Tartaruga
8.L’Orca
9.Pegaso
10.Le Grazie
11.Il Ninfeo
12.Fontana dei Delfini
13.Teatro
14.Casa pendente
15.Panca etrusca
16.Vaso
17.L’Orco
18.Il Drago
19.L’elefante
20.Cerere
21.Piazzale dei vasi
22.Nettuno-Plutone
23.Delfino-Mostro marino
24.Donna dormiente
25.Tempio del Vignola
Informazioni pratiche
Sitografia di riferimento

Il Bosco nell’arte

Il Bosco è stato oggetto di una lunga dimenticanza, protrattasi sino al secondo dopoguerra, anche a causa della fitta vegetazione che avvolgeva i suoi “eccentrici inquilini”, per essere poi riscoperto e apprezzato dai maggiori artisti del Novecento: Salvador Dalì rimase affascinato dalla suggestiva commistione tra natura e artificio, resa ancor più rilevante dal fatto che le statue erano state ricavate da rocce di peperino, un materiale tufaceo naturalmente presente sul territorio. La sua immaginazione rimase tanto colpita dall’esperienza della visita nel parco che da lì trasse ispirazione per uno dei suoi dipinti più celebri: le tentazioni di Sant’Antonio.

Le tentazioni di Sant'Antonio, Salvador Dalì

Le tentazioni di Sant’Antonio

Numerosi elementi sembrano richiamare alcune delle opere del parco, primo fra tutti l’elefante da guerra, moltiplicato nel quadro e rappresentato su lunghissime e fragili zampe, immagine presente in un altro quadro di Dalì, Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio; altro elemento è costituito dalla dea Fama che suona la tromba, portata sulle spalle dal quarto elefante, richiamante la medesima figura collocata sul carapace de La tartaruga.

Furono le foto che ritraevano l’eccentrico pittore nel Parco, pubblicate su una rivista nel 1956, a consentire a Manuel Mujika Lainez di venire a conoscenza del luogo che fu alla base del romanzo Bomarzo del 1961, destinato ad essere adattato in forma di libretto per l’opera omonima, musicata dal compositore Alberto Ginastera. Allo stesso modo anche il regista Michelangelo Antonioni volle realizzare un mini-documentario dedicato al parco. Ulteriore esempio della molteplicità delle suggestioni suscitate dal Bosco e dell’atmosfera evocativa che lo circonda sono i lavori dell’artista olandese Carel Willink che ritraggono alcune delle statue del parco, estrapolate dal proprio contesto e ricollocate in un ambiente immaginario.

Carel Willink,  Onnodige getuigen, Bomarzo 1965

Carel Willink, Onnodige getuigen, Bomarzo 1965

L’Ingresso

L’ingresso sembra essere l’unico elemento del Parco consueto per l’uomo cinquecentesco che vi si inoltrava: è costituito da una semplice porta merlata, su arco a tutto sesto, che si apre in un muro di pietre non smussate. L’intento del suo ideatore è evidente: egli intendeva giocare su una sorta di “effetto sorpresa” sull’ignaro visitatore che da un accesso tanto “normale” non poteva intuire le stranezze che lo avrebbero accolto.

Possiamo considerarlo un varco che fa da diaframma tra la banalità del quotidiano e un’ambiente surreale. È il luogo di un itinerario iniziatico che si snoda attraverso una serie di tappe scandite dalle varie figurazioni presenti e che sembra ricalcare le immagini proposte nell’ Hypnerotomachia Poliphili, romanzo allegorico di Giovanni Colonna, ruotante intorno al tema della ricerca della donna amata, metafora di una ricerca interiore che trova sbocco nel raggiungimento dell’ideale platonico di Amore.

Le Sfingi

Sfinge greca, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Sfinge greca

Non appena varcata la soglia le Sfingi ci accolgono come due silenziose guardiane. La sfinge è una creatura dal corpo leonino e dalla testa di donna, desunta dalla mitologia greca. Essa si lega al destino della città di Tebe e di Edipo, unico in grado di sciogliere il famoso enigma qual è quell’animale che al mattino cammina con quattro zampe, il pomeriggio con due e la sera con tre?: un indovinello apparentemente di grande semplicità ma che nasconde un profondo senso filosofico giacché è un invito alla riflessione sulla condizione e sulla realtà dell’essere umano. Partendo da questo presupposto possiamo immaginare che la loro presenza all’inizio del nostro percorso stia proprio ad indicare la necessità di una diversa disposizione dell’animo di fronte al cammino che si sta intraprendendo.

Proteo-Glauco

Accanto alle Sfingi è presente una testa, quella di Giano: è la divinità degli opposti, data la sua natura bifronte. Le porte del tempio di Giano a Roma venivano aperte in tempo di guerra e richiuse quando vi era un periodo di pace. Proseguendo verso sinistra, al di là di un recinto si erge l’imponente mole di Proteo-Glauco.

Proteo-Glauco, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Proteo-Glauco

Proteo è un genio marino, figlio di Oceano e di Teti: la sua caratteristica fondamentale è la capacità di mutare forma a proprio piacimento. Egli conosce tutto del presente, del passato e del futuro e perciò la sua consultazione è molto ambita. L’unico modo per ottenere da lui le informazioni di cui si ha bisogno è quello di coglierlo di sorpresa, mentre riposa nelle calde ore del meriggio, avvinghiandolo con pesanti corde che siano in grado di inibire le sue continue trasformazioni. Poco distante dalla statua, sulla sinistra è possibile scorgere una piccola cascata, le cui acque fluiscono in un canale che attraversa metà Bosco e il cui vivace scorrere accompagna la passeggiata del visitatore, rendendola ancor più piacevole.

Il Mausoleo

Tornati indietro verso le sfingi, è necessario proseguire a destra. Su un piano rialzato rispetto alla strada di arrivo si scorge un quello che a prima vista sembra un masso divelto, incastrato nel terreno. In realtà questo è il Mausoleo, nome derivato dal mitico re Mausolo, cui venne dedicata una grandiosa tomba. Sul fianco si possono riconoscere, un po’ a fatica, delle figure scolpite nella pietra: una sirena che stringe tra due code due giovinetti e una ninfa che tiene in mano una melagrana, simbolo di fertilità e fortuna.

I Giganti

Scendendo le scale a destra, si incontra una delle “attrazioni” che è stata oggetto di interpretazioni varie: il gruppo dei cosiddetti giganti. Per lungo tempo si è creduto che la statua, alta più di due metri, rappresentasse la lotta tra Ercole e Caco, reo di aver trafugato alcune vacche dalla mandria custodita dall’eroe greco. Secondo la tradizione il ladro per occultare le tracce del proprio furto, trascinò le vacche per la coda costringendole a camminare all’indietro in modo che le impronte risultassero confuse.

Ercole  e Caco, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Ercole e Caco

L’iscrizione accanto alla statua, ormai poco leggibile ci offre, però, un indizio per la corretta interpretazione del gruppo scultoreo. Una parola in particolare risulta fondamentale: Aglante. Egli era infatti il padre di Orlando, paladino di Carlo Magno. Possiamo quindi affermare che quelli che troviamo di fronte a noi sono Orlando folle per l’amore tradito di Angelica e un pastorello, vittima innocente secondo i versi che si leggono in Orlando Furioso,canto 29, ottava 65:

Ma quel nei piedi(che non vuol che viva)
lo piglia, mentre di salir s’adopra:
e quanto più sbarrar puote le braccia,
le sbarra sì, ch’in duo pezzi lo straccia“.

[L. Ariosto, Orlando Furioso, a cura di L. Caretti,Torino, Einaudi,1992, vol. 2, p. 888]

Un invito forse a non perdere il lume della ragione lungo l’itinerario dell’Amore?

La Tartaruga

Il corso del fiume, il Fosso della Concia, ci guida verso la prossima tappa: la Tartaruga: un gigantesco animale di pietra, che reca sul dorso un’esile figura, quella della dea Fama. L’iconografia non è quella tradizionale: essa infatti suona non una, ma due trombe quelle del buono e del cattivo augurio e, inoltre, la posizione estremamente precaria, con un piede in bilico su una sfera la rende associabile all’immagine della Fortuna.

N.B. Alla data del 29 marzo 2014 la statua si trovava in ristrutturazione, ma era comunque visibile attraverso l’impalcatura.

La tartaruga, sinonimo di longevità e saggezza, associata alla figura della Fama, può forse stare a rappresentare la vita del saggio, variamente in contatto con la buona e la cattiva sorte. Essa punta lo sguardo, quasi come ad indicarlo verso un piccolo dirupo in cui si raccoglie l’acqua del fiume; qui troviamo l’Orca.

L’Orca

L'Orca, Bosco dei Mostri di Bomarzo

L’Orca.

Forse una delle creature più suggestive dell’intero Bosco Sacro, l’Orca fa capolino tra le rocce e il muschio che riproducono l’ambiente acquatico a lei più idoneo. La bocca spalancata e l’occhio aperto la rendono particolarmente espressiva, un mostro pronto ad inghiottire lo sventurato che si sporca troppo sull’abisso. Permettetemi una suggestione letteraria decisamente anacronistica: “ E se tu guarderai troppo a lungo in un abisso, l’abisso finirà per voler vedere dentro a te.(Nietzsche, Al di là del bene e del male).

Pegaso

Nella zona opposta rispetto a quella in cui si trova l’Orca, sorge la fontana di Pegaso. Il riferimento al mito è evidente: da un colpo di zoccolo del cavallo alato sgorgò il cosiddetto fons caballinus, l’Ippocrene, la fonte delle Muse.

Le Grazie, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Le Grazie

Le Grazie

Lungo la strada, oltre a mostri e figure bestiali incappiamo nella soavità della bellezza femminile, rappresentata nelle forme sbozzate delle tre grazie: Eufrosune, Talia e Aglae. Sono tre fanciulle, completamente nude, che si cingono in un abbraccio affettuoso e sensuale al contempo.

Il Ninfeo

Poco oltre troviamo il Ninfeo, piuttosto usurato dal tempo e le cui epigrafi risultano soltanto parzialmente leggibili.

Fontana dei Delfini

Parte del Bosco in ristrutturazione alla data del 29 marzo 2014.

Teatro

Proseguendo si giunge su un ampio spiazzo libero, occupato da un semplice teatro greco, con una bassa gradinata e alcune frasi poco intellegibili:

Per simili vanità mi son ac…to”
“On…parmi…cor…

Il Teatro, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Il Teatro.

che lasciano intuire un riferimento alla vanità del mondo, forse legato all’immagine della vita come teatro di apparenze, un’idea profondamente radicata all’interno della cultura occidentale.

Casa pendente

Casa pendente, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Casa pendente

Questo è l’unico monumento del Bosco Sacro ad essere precedente alla sua costruzione, frutto del capriccio della moglie di Vicino, Giulia Farnese. La casetta è stata costruita appositamente su una pietra in modo da conferirle un’inclinazione inaudita, divenendo la realizzazione concreta di un’architettura impossibile. La casa non è, ovviamente, abitabile ma presenta un ingresso che consente di visitarla. L’effetto immediato è un capogiro e una sensazione di forte squilibrio dovuta all’inconsueta disposizione delle pareti.

Panca etrusca

Elemento quasi estraneo al contesto in cui è inserito, la panca presenta una delle iscrizioni che meglio rappresentano l’essenza del luogo:

Voi che pel mondo gite, vaghi
di vedere meraviglie alte e stupende
venite qua, dove sono faccie horrende
elefanti, leoni, orsi, orchi e draghi

Vaso

L’enorme vaso, sorretto da alcuni sostegni di metallo per evitarne il cedimento, sembra essere la riproduzione di due vasi che si trovavano a Roma, in piazza di Santa Maria Maggiore e in piazza dei Santi Apostoli. Alla base si scorge l’effigie di Medusa, la gorgone il cui sguardo era in grado di pietrificare chiunque lo incrociasse. La sua testa venne recisa dal giovane Perseo, che ne fece dono ad Atena in cambio dello specchio che egli aveva utilizzato per deviare l’influsso nefasto di Medusa. La dea pose quella testa al centro della propria Egida e da quel momento essa divenne un’immagine decorativa comune su corazze e scudi.

L’Orco

Orco, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Orco

Tanto suggestivo da essere diventato il vero simbolo del Bosco, l’Orco è un enorme mascherone con la bocca aperta al cui interno è ricavata una stanza con un tavolo centrale e una panca che corre lungo le pareti. All’esterno è presente una scritta “ogni pensier vo(la)“, incisione che si rivela una ricostruzione successiva, differente dalla frase originale che conteneva un chiaro riferimento all’Inferno di Dante “lasciate ogni pensier voi ch’entrate“.

Il Drago

Questa figura, circondata dalla vegetazione, è attorniata da tre avversari: un cane, un leone e un lupo, simboli, secondo l’architetto Ligorio, delle stagioni:  primavera, estate e inverno. Va però notato che due di questi animali corrispondono alle fiere incontrate da Dante nel I Canto dell’Inferno (oltre alla lonza). Il leone e il lupo potrebbero quindi indicare anche la superbia e l’avarizia.

Drago, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Drago.

L’elefante

Elefante, Bosco dei Mostri di Bomarzo

L’elefante.

Spostato dalla sua collocazione originaria, l’elefante sembra essere ispirato dall’impresa di Annibale contro i romani. Il pachiderma di pietra, infatti, stringe nella proboscide un malcapitato individuo che sembra avere le fattezze di un legionario romano, sproporzionato rispetto all’animale.

Cerere

Cerere, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Cerere

La dea Cerere si erge tra innumerevoli vasi. Ella è, tradizionalmente, colei che insegnò l’arte dell’agricoltura al genere umano, benefattrice e benevola protettrice delle messi e della fertilità. Ella è la madre di Proserpina, la divina sposa di Plutone, da questi rapita mentre si trovava sull’Etna e ricercata disperatamente dalla madre.

All’estremità del vasto Piazzale dei vasi, tutti recanti diverse iscrizioni che esaltano la meraviglia del Bosco troviamo: Nettuno-Plutone

Poseidone e il Mostro marino, Bosco dei Mostri di Bomarzo

Nettuno e il Mostro marino

L’interpretazione di questa figura è incerta, la più probabile è quella che la associa al dio del mare Nettuno/Poseidone, di cui possiede gli attributi come la lunga barba e un piccolo delfino posto sotto la mano. Siamo orientati in questa direzione anche dalla presenza, sul fianco sinistro di un Delfino-Mostro marino con le fauci spalancate.

Donna dormiente

Questa mastodontica statua ha dato luogo a più di una interpretazione. Quella più semplicistica la identificherebbe come una ninfa addormentata. Gli studiosi, consci dei riferimenti relativi ai poemi cavallereschi presenti nel Bosco, hanno associato questa figura alla bellissima maga e ammaliatrice Armida della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso.

Donna Addormentata

Donna Addormentata

Ella, dopo aver sedotto il campione del campo cristiano Rinaldo, se ne innamora perdutamente e, vergognosa di questa sua passione, lo porta con sé addormentato nel suo castello sulle Isole Fortunate. Quando questi, fatto rinsavire dai propri compagni Carlo e Ubaldo, è costretto ad abbandonarla ella giura vendetta. Durante l’ultimo incontro tra i due, in un momento di forte commozione, la fanciulla sviene.

Tempio del Vignola

Dopo aver superato numerose altre statue, legate insieme dalla comune attinenza col mondo infero: Persefone, moglie di Plutone, Cerbero, il cane a tre teste guardiano dell’Ade, la Furia… giungiamo di fronte all’ultimo grande “regalo” di Vicino alla moglie Giulia, il tempietto. L’interno non è visibile, mentre all’esterno sono presenti i simboli dei segni zodiacali, disposti non secondo l’ordine consueto dello zodiaco, ma secondo quello del sistema solare.

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Informazioni pratiche

Ingresso: 10 euro

Come arrivare:

1. MACCHINA
Da Viterbo:

Si trova a circa 20 Km dal capoluogo della Tuscia e vi si giunge percorrendo la superstrada Viterbo-Orte uscita Bomarzo.
Autostrada A1: Uscita Attigliano, poi direzione Bomarzo

2. TRENO

Esiste la stazione di Stigliano-Bomarzo, ma è sita a 7 km dal paese e non ci sono collegamenti diretti quindi si sconsiglia questo percorso.
Si può invece scendere a:
– Orte Scalo poi prendere Autobus direzione Bomarzo
– Viterbo poi prendere Autobus direzione Bomarzo

Verificare in anticipo le coincidenze: ORARI AUTOBUS 

La fermata più adatta per accedere al parco è quella in p.zza Cavour, di fronte alla farmacia. Per il ritorno è sufficiente prendere l’autobus in direzione Orte/Viterbo dalla medesima fermata. I biglietti dell’autobus sono acquistabili alla stazione: si consiglia di prendere anche quelli per il ritorno. Dalla fermata, percorrere la via principale, via Roma, fino a piazza della Repubblica. A sinistra rispetto alla fontana della piazza c’è una scalinata sormontata da un arco: è una comoda scorciatoia per arrivare sulla strada che porta al Parco, evitando di dover percorrere la Provinciale. Proseguire a sinistra lungo la discesa.

Per una più piena comprensione consultare lo stradario inserendo come punto di partenza piazza Cavour e di arrivo Via Madonna della Valle.

Sitografia di riferimento

1. Luigi Pellini blog

2. Sguardi notturni

3. Sito Ufficiale del Parco

 

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