Assisi in un giorno: l’armonia di anima e corpo

Assisi in un giorno: l’armonia di anima e corpo

Assisi, terra di San Francesco, cuore spirituale dell’Umbria: arrivando in treno alla stazione di Santa Maria degli Angeli ti accoglie guardandoti dall’alto, come volesse ispirarti ad un’ascesa lenta e contemplativa. È abbastanza piccola da poter esser visitata in un giorno, ma non così tanto da concederci troppi tempi morti.

La prima tappa, scendendo dal bus che collega la stazione a piazzale dell’Unità (con partenza a tutte le ore a 15 e 45), non può che essere la Basilica di san Francesco, la cui costruzione venne avviata appena due anni dopo la morte del santo sulla collina che, secondo la tradizione, egli stesso aveva indicato per la sua sepoltura: il collis inferni, la collina dell’inferno, ove venivano seppellite le spoglie di chi aveva trasgredito la legge.  Una scelta che collima certamente con l’umiltà del poverello di Assisi.

Non si può certo dire, però, che la basilica sia povera e dimessa come l’uomo in nome del quale venne innalzata: la chiesa inferiore, ma soprattutto quella superiore, con gli affreschi di Giotto a illustrazione della vita di San Francesco, sono uno spettacolo per il quale occorre concedersi ben più di una visita frettolosa. Sulle pareti, una scena alla volta, l’arte medievale – dedicata a raccontare agli incolti e analfabeti vicende edificanti con un linguaggio accessibile – si offre agli occhi di noi moderni in tutta la sua chiarezza, con una storia che attraversa il tempo.

Appena fuori dalla Basilica di san Francesco, sul piazzale che si inerpica verso la parte alta della città, c’è una porticina laterale che non dovrebbe sfuggire a chi voglia concedersi un’esperienza difficilmente replicabile in un altro luogo di Assisi, sempre piena di turisti e pellegrini. Nella terra del santo che ammansiva i lupi e predicava agli uccelli ci inoltriamo nel Bosco di san Francesco, bene protetto dal FAI, in una passeggiata silenziosa tra opere d’arte umane, a partire dalla campana tibetana circondata dai simboli delle maggiori religioni mondiali in una prospettiva di pace e conciliazione, e meraviglie naturali: il sottobosco di felci, le pareti rocciose del monte Subasio dell’inconfondibile colore rossiccio a strapiombo sul sentiero, il letto del fiume le cui acque hanno scavato e levigato la pietra.

A circa metà percorso incontriamo il punto informazioni del FAI, attraverso il quale accediamo ad un’antica cappella del XIII secolo, la Chiesa di Santa Croce, destinata nelle sue ridotte dimensioni a piccole comunità della campagna circostante. Di qui, attraverso una porticina, possiamo proseguire lungo il corso del torrente Tescio per arrivare alla radura del Terzo Paradiso: un enorme simbolo dell’infinito con un terzo cerchio al suo centro, costruito con innumerevoli piante di ulivo. Un’opera d’arte all’interno della quale si può camminare, realizzata nel 2010 da Michelangelo Pistoletto che, attraverso questo segno, spiega la propria visione di una “terza via”, un modo per superare lo scollamento tra uomo e natura, restaurando l’armonia originaria in un nuovo equilibrio: non più il Primo Paradiso, quello naturale, concepito come l’Eden, né il Secondo Paradiso, quello artificiale, della tecnologia che invade il nostro habitat e lo annichilisce, ma il Terzo appunto in cui le due componenti si integrano. Saliamo allora sulla torre Annamaria, quel che resta di una torretta medievale che serviva a sorvegliare un opificio, per dare uno sguardo sulla radura e concederci una pausa. Il percorso per tornare indietro, infatti, sarà un po’ più impervio, dovendoci inerpicare lungo quel dolce colle che abbiamo appena disceso.

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Usciamo alla luce del sole, più brillante dopo aver affrontato la penombra del sottobosco, e possiamo inoltrarci verso il centro della nostra cittadina, di cui abbiamo finora lambito soltanto la punta più estrema. Raggiungiamo con calma Piazza del Comune, il cuore della vita della città, verso cui confluiscono con grande sapienza urbanistica le principali arterie che si diramano dalle porte ubicate lungo le antiche mura. Qui, con una certa sorpresa, ci troveremo di fronte a realtà storicamente molto diverse: chi potrebbe immaginare, infatti, che proprio sulla piazza principale di uno dei borghi più medievali d’Italia si lasci ammirare la monumentale facciata di un tempio romano, il tempio di Minerva, con le colonne del prostilo in perfetta continuità con un campanile cinquecentesco?

Si tratta di uno dei templi romani meglio conservati, nonostante le vicissitudini di cui è stato protagonista: prima trasformato in chiesa, poi degradato a luogo di botteghe e case, passato poi ad essere sede del Comune che lo destinò in parte a carcere, infine dedicato alla Vergine. Sul lato opposto della piazza vediamo, invece, l’attuale sede del Comune, l’antico Palazzetto dei Priori che offre alla vista un piccolo tesoro: un vicoletto sormontato da una splendida volta a botte affrescata, la cosiddetta volta pinta, realizzata intorno al ‘500 dal pennello di uno sconosciuto autore.

All’ora di pranzo avremo solo l’imbarazzo della scelta: l’Umbria è una terra ricca di sapori e Assisi pullula di ristoranti rinomati per chi voglia sedersi al caldo, magari in una giornata invernale particolarmente ridiga, o di norcinerie e punti ristoro dedicati spesso ad una specialità tipica: la torta al testo, un’alternativa al panino, il cui nome deriva dal particolare piatto di ghisa su cui viene cotta (testo, appunto), che può essere farcita in mille modi diversi. Se, invece, si vuole optare per un sostanzioso piatto di pasta, potremo assaggiare gli umbricelli o gli strangozzi alla norcina, pasta fresca condita con crema di latte e salsicce locali; gli amanti della carne troveranno la loro terra promessa, tra arrosti misti, tagliate e dosi abbondanti di tartufo e funghi.

Sazi e lievemente appesantiti facciamo quindi tappa in uno dei luoghi più suggestivi dell’intera città, il punto più panoramico da cui si può godere di un colpo d’occhio d’eccezione: direzione Rocca Maggiore, il fortilizio che da circa 800 anni domina Assisi come un gigante silenzioso.  Raggiungiamo il vicolo di San Lorenzo e saliamo la scalinata, con alle spalle la facciata della Chiesa di S. Rufino, fino ad arrivare alla strada che conduce direttamente ad affacciarci sulla vallata: abbracciamo con lo sguardo l’intera città, da un estremo all’altro, riconoscendo e salutando dall’alto i tetti e le facciate che ci facevano sentire tanto piccoli a guardarli di sotto in su.

 

La discesa ci porta verso la conclusione del nostro itinerario, che dovrà prevedere però un’ulteriore sosta: non si può visitare Assisi in un giorno senza avere il tempo di assaggiarne i dolci in una delle pasticcerie del corso principale, le cui vetrine sono un chiaro invito ai peccati di gola. Rocciata di assisi, cannolini croccanti, tozzetti…c’è da fare scorta!vetrina-di-pasticceria-assisi-in-un-giorno

Il periodo migliore per visitare Assisi è sicuramente l’inverno: la città si riempie di luminarie, la piazza sotto la basilica ospita un immenso albero di Natale ed è possibile visitare il tradizionale mercatino “La magia del Natale ad Assisi”, attivo dal 2011 con tanto di villaggio natalizio, trenino di Babbo Natale e animazione per i bambini. Non è neanche troppo difficile capitare in una giornata abbastanza fredda da vedere spuntare qualche timido fiocco di neve a ingentilire il paesaggio. Infine d’inverno, considerando l’orario piuttosto precoce del tramonto, potrete godere dello spettacolo della Basilica illuminata.

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L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

 

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

Un olivo e un ciliegio, piantati vicini, intrecciano i propri rami senza soffocarsi a vicenda, senza competere per la luce del sole.
Potrebbe essere l’inizio di una favola per adulti e bambini; una favola che parla di convivenza pacifica, di rispetto e diversità. In realtà si tratta di un’immagine reale, delicatamente poetica nella sua capacità di evocare un intero mondo di suggestioni.
Ci troviamo all’interno del Giardino dell’Istituto giapponese di cultura a Roma, progettato in ogni dettaglio da Ken Nakajima, un piccolo angolo di tranquillità proprio alle spalle di Villa Borghese e della Galleria Nazionale di Arte Moderna.

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

 

Un giardino giapponese “italiano”

Siamo in un luogo unico nel suo genere: il laghetto, la presenza della lanterna, la precisa disposizione di ogni elemento ci richiamano alla mente i giardini visti in tante pellicole cinematografiche o nei manga giapponesi, luoghi di serenità entrati nel nostro immaginario quasi di soppiatto, associandosi alla nostra idea tradizionale di locus amoenus, una sorta di idillico quadretto naturale. Abbiamo detto unico, però. Unico perché in realtà questo piccolo paradiso artificiale, costruito sapientemente dalla mano dell’architetto secondo i canoni della sua tradizione culturale, è realizzato con l’impiego di elementi italiani. Le piante sono prevalentemente di origine mediterranea e le pietre che decorano piacevolmente il laghetto vengono dalla Toscana.
Tutto ciò sembra richiamare quell’immagine iniziale dell’olivo e del ciliegio, due piante estremamente simboliche perché richiamano da un lato l’Italia e dall’altro il Giappone, unite qui in un dialogo e scambio perenne.

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

I ciliegi hanno, nella concezione giapponese, un significato allo stesso tempo pratico ed estremamente romantico. In antichità ovviamente segnalavano l’arrivo della buona stagione e la loro fioritura era un segno inequivocabile di come sarebbe stato il raccolto; la festa dell’Hanami, letteralmente “osservare i fiori”, consisteva nel consumare insieme il pasto sotto gli alberi in fiore. Oggi è una pratica ancora largamente diffusa, pur avendo perduto il suo significato originario ed essendosi trasformata in un momento di festa collettiva che prescinde dalla tradizione contadina. Sotto i ciliegi poi, tutto comincia e finisce. Sotto quei fiori si saluta il compagno di banco quando si conclude l’anno scolastico. Sotto quei fiori si incontrano persone nuove. L’idea della caducità e del rinnovamento contenuta nella bellezza e fragilità della fioritura, che dura soltanto un paio di settimane, è universale e per questo affascinante.

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

C’è da sottolineare che il giardino non è quello zen, di cui spesso osserviamo nei negozi etnici delle versioni in miniatura. Il giardino zen è privo di acqua, estremamente semplice nella sua composizione perché la sua finalità è la meditazione e qualsiasi ridondanza potrebbe distrarre. Lo stile è piuttosto quello dei giardini destinati alle autorità e agli aristocratici, volto a sollecitare la percezione sensoriale ed estetica con la sua bellezza e ricchezza rispecchiante, nell’idea originaria, un’ideale di ambiente perfetto in cui nulla manca e ogni cosa si colloca in un suo preciso posto.

Camminando sul sentiero, facendo attenzione a non calpestare l’erba nel pieno rispetto di un equilibrio delicato è possibile effettuare una breve visita guidata gratuita di circa mezz’ora, a conclusione della quale bisognerà cedere il posto alle frotte di curiosi che hanno prenotato la “sessione” successiva. Riuscire ad ottenere un posto sembra essere quasi impossibile, data la grandissima attrazione suscitata da questo luogo; ma quest’anno, da novembre, è stata introdotto una novità che dovrebbe agevolare i romantici, con l’apertura prevista in alcuni giorni specifici per tutto l’anno.

Per chi, tuttavia, non riuscisse a varcare l’agognata soglia del giardino può approfittare di una vista altrettanto appagante dall’alto della terrazza dell’Istituto e, magari, prestare attenzione all’Istituto stesso che offre una grande varietà di attività per la promozione della cultura giapponese. Tutte gratuite.
Mostre, conferenze, una nutrita rassegna cinematografica serale continuamente aggiornata e varia nella proposta annuale contribuisce a rendere l’istituto un fulcro importantissimo della vita culturale della città.

 

Informazioni pratiche

Le informazioni relative alle modalità di prenotazione sono disponibili sul sito ufficiale dell’istituto giapponese di cultura alla voce giardino

Per raggiungere l’isituto: scendere alla fermata metro di Flaminio e proseguire a piedi fino a via Gramsci;
in alternativa è possibile usare il tram, fermando davanti alla GNAM.

 

Storie di rinascita: Ostia da discarica a centro faunistico

Storie di rinascita: Ostia da discarica a centro faunistico

Idroscalo di Ostia, foce del Tevere, là dove il fiume si confonde nell’abbraccio marino, lo stesso luogo in cui fu ritrovato il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini all’alba del 2 novembre 1975.
Fino al 1994 qui sorgeva una discarica a cielo aperto: un cumulo di detriti era l’unico monumento a presidiare la memoria di uno dei più controversi rappresentanti della cultura italiana. Un’area abbandonata a sé stessa, tra abusivismo e animali al pascolo, quasi un affresco simbolico del degrado morale e politico che le pagine pasoliniane avevano denunciato con forza e lucidità.
La terra di nessuno è un boccone troppo ghiotto e perciò fu presentato un progetto per recuperare l’area: la costruzione di un oceanario. Una colata di cemento avrebbe soffocato un pezzo di litorale ed enormi vasche avrebbero contenuto, prigionieri a pochi passi dal libero mare, delfini e squali allevati in cattività per essere esposti alla curiosità del pubblico pagante.

Martin Pescatore, foto di Roberto Fiume

Martin Pescatore, foto di Roberto Fiume

Oggi all’Idroscalo quell’oceanario non c’è. Furono i volontari della LIPU (Lega italiana protezione uccelli) ad opporsi fermamente a quell’ “americanata” – come lo chiama Alessandro Polinori, responsabile del Centro Habitat Mediterraneo – che avrebbe compromesso il delicato equilibrio ambientale e portato alla deliberata detenzione di animali, nati per nuotare poche decine di metri più in là, nel loro habitat naturale.
Scesero in strada contro l’oceanario. “Era l’epoca di Free Willy” racconta Alessandro, il film sull’Orca liberata da un ragazzino e l’immagine, impressa nella mente di molti ad anni di distanza, di Willy che salta la scogliera probabilmente contribuì a scuotere le coscienze e a trasformare tanti cittadini italiani in potenziali Jesse (il ragazzino responsabile della fuga dell’orca).
Settemila firme impedirono la costruzione dell’oceanario e furono l’origine di un altro progetto.
Oggi all’Idroscalo, infatti, c’è il Centro Habitat Mediterraneo LIPU Ostia, una riserva naturalistica di 20 ettari, il risultato di uno straordinario lavoro di bonifica e recupero ambientale di un’area che a fine ‘800 ospitava una palude malarica. Centinaia di alberi della macchia mediterranea e di specie acquatiche intorno a 11 ettari di stagno: un concentrato di biodiversità immerso in una vegetazione lussureggiante. Quella che avrebbe potuto diventare un’attrazione turistica senza coscienza, un delirio di cemento, oggi è la casa di decine di uccelli e animali acquatici. Affacciandosi dalle finestrelle dei capanni in legno ci ritroviamo così ad osservare la placida ed elegante traversata di una famiglia di cigni reali mentre gli aironi dalle lunghe zampe sembrano passeggiare sul pelo dell’acqua.

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I cigni sono arrivati più di dieci anni fa, scappati da un cantiere navale sul Tevere, destando la sorpresa e anche l’allarme dei villeggianti di Ostia che nell’agosto del 2002 si sono ritrovati a fare il bagno in mezzo a tre cigni. I tre uccelli rimasero in libertà a lungo, protetti dal rispetto dei frequentatori del lido, tanto abituati alla loro presenza come mascotte da circondare e linciare quasi un uomo che aveva cercato di catturarne uno per portarlo a casa per mostrarlo ai propri figli. Poi, il 24 settembre del 2002, ci fu un terribile incidente. C’era stata una bufera e i cigni si erano spostati di qualche chilometro verso Anzio, per poter navigare in acque più tranquille. Ed è qui che uno di loro venne ucciso da un bracconiere. La mobilitazione per il recupero degli altri due esemplari fu immediata e fu proprio Alessandro, con la sua Lancia Y, a portare al Centro i due superstiti. Caso volle che fossero una coppia, e che grazie alla loro unione il Centro si riempisse di una nidiata di pulcini, oggi splendidi adulti.

Storie di rinascita: Becco di Rame

E’ una storia di rinascita quella di Ostia, grazie all’impegno e alla passione dei volontari che ogni giorni si prendono cura dell’area, soccorrono gli animali feriti e li riabilitano – compreso un piccolo airone che, scherza Alessandro, ha preso una botta in testa e crede di essere un uomo e perciò segue chiunque senza alcun timore. E’ una storia di rinascita ambientale ma anche culturale, perché all’interno del Centro sorge il Parco Letterario Pier Paolo Pasolini, un piccolo luogo di raccoglimento e di quiete, in cui sono le parole del grande intellettuale a mescolarsi al suono del vento e al grido degli uccelli. Seduti sulle panchine che affiancano il vialetto possiamo contemplare il monumento di Mario Rosati che si staglia, di un bianco abbacinante, contro il cielo, fiero.
E’ una storia di rinascita perché il Centro è un punto di aggregazione, con attività, letture, visite guidate, osservazioni notturne. Un contenitore di storie, e forse è proprio questo che rende il Centro un luogo vivo. E una storia, vera, ancora un’altra rinascita è l’ultimo regalo di questa visita.

Storie di rinascita Ostia da discarica a centro faunistico, Becco di Rame

La storia di Becco di Rame, raccontata ai bambini durante le attività didattiche del Centro ma affascinante anche per gli adulti. Becco di Rame è un piccolo eroe, un’oca di razza Tolosa dagli occhi vispi che vive nella fattoria di Alfredo e Gisella in Toscana, trattato come un animale domestico, una parte della famiglia. E’ il 2014 quando una notte una volpe assale il pollaio e Ottorino, il vero nome della nostra oca, lo difende coraggiosamente, sacrificando anche il suo becco. Un’oca senza becco non può sopravvivere a lungo, incapace di mangiare anche se i padroni cercano di imboccarla in ogni modo. Per fortuna, però, a Figline Valdarno c’è Alberto Briganti, un veterinario che è quasi una leggenda per le sue grandi capacità e la passione che mette nel suo lavoro. Alberto sa di non poter intervenire chirurgicamente su Ottorino e allora sceglie una strada alternativa: prende una lamina di rame e la modella in modo da poter costruire una protesi per l’oca.

Nasce così Becco di Rame, che oggi è anche un libro e soprattutto una fondazione che si occupa di disabilità nel mondo dello sport e che cerca, con la delicatezza della favola vera dell’oca dal becco di rame, di avvicinare grandi e piccoli e sensibilizzarli su un tema difficile ma necessario.
A Ostia non c’è solo il mare.

 

Informazioni pratiche

Il Centro Habitat Mediterraneo si trova in via dell’Idroscalo, dietro il porto turistico di Ostia lido.

Le visite sono consentite tutti i sabati dalle 9 alle 13. Il sito è aperto Lunedì, Mercoledì e Venerdi per visite guidate su prenotazione. Per contatti: Tel/fax: 0656188264           mail: chm.ostia@lipu.it

Passeggiate nel verde: l’Orto Botanico di Roma

Per chi viene da fuori Roma è una realtà macroscopica, affascinante e disorientante e per chi ci vive, invece, è la città del traffico e del caos. Ma esistono anche molte oasi di pace, più o meno note, spesso proprio al centro di un labirinto di strade, zone in cui si può passeggiare quasi senza incontrare anima viva e ci si può godere il silenzio della natura.

Uno di questi luoghi è l’Orto Botanico, a Trastevere, proprio sotto il Gianicolo.

Indice

Come in un deserto: le palme

Una selva di bambu

Un angolo di Giappone

Mille rose in fiore

Veleni, droghe, erbe curative e un giardino sensoriale

Come in un deserto: le palme

Orto botanico palmaL’Orto è tanto grande che appare quasi impossibile, una volta entrati, ritrovarsi in mezzo al caos di gruppi turistici o di visite guidate ed è forse questo l’aspetto che lo rende più attraente: la sensazione di essere soli dentro un’enorme foresta, lontano dalla confusione e dallo stress del traffico cittadino, a contatto con il potere rigenerante del verde.
Il percorso si articola per aree dedicate alle varie specie arboree: procedendo in senso orario il primo incontro, quasi disorientante, è con le palme. Sottili o dal tronco spesso, si innalzano mastodontiche verso il cielo fino ad altezze da capogiro, accentuate dalla tipica assenza di rami nelle zone più basse. Particolarmente rappresentate sono le Washingotniane, palme originarie della California meridionale, il cui nome rappresenta un omaggio a George Washington.

Una selva di bambu

Procedendo oltre finiamo dall’estremo Occidente – l’America delle palme da spiaggia- all’estremo Oriente, la Cina dei Bambu orto botanicoflessuosi e forti bambù. Qui non è l’altezza delle piante a dominare la scena, ma l’effetto prodotto da piccoli e folti “boschetti” che costituiscono anche delle gallerie naturali, da percorrere in religioso silenzio, ascoltando il suono del vento che si insinua dolcemente tra le canne e ammirando le lame di luce che tagliano la fresca ombra del percorso. Tra le varietà che non possono sfuggire all’occhio del curioso visitatore che entra per la prima volta c’è la Phyllostachys nigra alias il bambù nero, così chiamato proprio per la particolarissima colorazione del fusto.

Mille rose in fiore

La salita ci porta direttamente verso la parte più “classica” dell’Orto che dà il meglio di sé nel periodo primaverile, offrendoci un’esperienza olfattiva e visiva decisamente gradevole: il roseto, una versione ridotta di quello che si può ammirare sull’Aventino, presso il Roseto Comunale. L’aspetto affascinante di questo roseto in miniatura forse è proprio l’alta concentrazione di piante in uno spazio relativamente ristretto, distribuite in modo digradante lungo un dolce pendio: una cascata di rose i cui colori contrastano e si amalgamano come su una grande tavolozza.

Roseto orto botanico Roma

Un angolo di Giappone

Il Giappone è subito dietro l’angolo e non si può fare a meno di sostare sulle panchine della piccola pagoda che completa lo scenario: un vivo fiume costellato di ninfee e calle, rocce che affiorano e si prestano a scenografici giochi d’acqua, piccole cascate e ponticelli in perfetto stile giapponese. Al verde dominante nelle sue sfumature più particolari si contrappone qui il rosso intenso delle minute foglie dell’acero giapponese, attraverso le quali la luce filtra creando effetti di movimento davvero suggestivi. La tentazione sarebbe quella di rimanere seduti ad ammirare l’effetto prodotto dal variare delle condizioni di illuminazione durante il corso della giornata, per scoprire l’emozione che può suscitare una semplice vibrazione del colore. Ma il giro è ancora lungo e le sorprese riservate alla nostra passeggiata sono ancora tante.

Anzitutto le serre: la Serra Tropicale rappresenta una piccola avventura in perfetto stile jungla, caldo tropicale incluso. La serra non è molto grande ma la struttura ha un suo fascino con stretti ponteggi sopraelevati che consentono di raggiungere le cime delle piante e sentirsi un po’ Tarzan. Ma senza saltare da una liana all’altra.
E poi la serra Corsini, con la sua collezione di succulente ovvero di piante grasse dalle forme decisamente bizzarre ma che, in condizioni particolari, permettono di osservare esplosioni di fiori solitamente difficili da ottenere in ambiente domestico.

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Veleni, droghe, erbe curative e un giardino sensoriale

Infine due piccole perle che non devono essere dimenticate perché offrono forse l’esperienza più coinvolgente dal punto di vista sensoriale: da un lato il Giardino dei semplici che ospita le piante officinali e le cosiddette droghe, ricostruendo il tipico giardino dei frati medievali con tanto di legenda dedicata ad esplicitare le funzioni e gli effetti positivi o negativi delle varie specie, dalla digitale purpurea (che i più conosceranno da una famosa poesia di Pascoli) al papavero da oppio; dall’altro il giardino degli aromi in cui il senso della vista viene messo da parte per imparare a privilegiare l’olfatto e il tatto, sollecitati dagli aromi e dalla forma e consistenza delle foglie delle varie piante: un modo per riscoprire il contatto diretto e genuino con un aspetto che nella nostra cultura, fondata sostanzialmente sull’immagine, viene continuamente obliterato.

In poche parole l’Orto Botanico, visitato con il passo lento della contemplazione, diventa un’esperienza da fare e rifare, in stagioni e momenti diversi, in solitudine o in compagnia, per riscoprire il ritmo sempre conciliante della natura e ritrovare il piacere di tutti i sensi.

Il Roseto comunale simbolo della nascita di Roma

Il Roseo Comunale simbolo della nascita di Roma

C’è un evento tra gli altri, a Roma, che annuncia la rinascita primaverile e la lega ai natali della città:
il 21 aprile, infatti, oltre alla possibilità di ritrovarsi davanti un senatore togato romano assieme a delle vestali, sull’Aventino viene aperto il giardino dei romani, il Roseto comunale. I fiori del Roseto sembrano quasi simboleggiare, così, la nascita della città di Roma.

Una donna amante delle rose

In origine, in realtà, qui sorse per diversi secoli il cimitero ebraico di cui restano alcune tracce nella zona oggi adibita al Concorso Premio Roma per le nuove varietà di Rose e che venne spostato al Verano nel 1934: fino a quell’anno il Roseo comunale era meglio noto come “Ortaccio degli ebrei“.
L’idea di istituire un luogo di vero e proprio culto delle rose fu, però, di una donna americana, Mary Gayley, sposata con il conte Senni e follemente innamorata della botanica e del giardinaggio.

Il primo tentativo di Mary avvenne nel 1924 ma fu un vero e proprio “buco nell’acqua” a causa della miopia e della grettezza dell’allora Regio commissario il quale, ricevendo le rose donate da questa pioniera del verde romano, pensò bene di farle piantumare sul Pincio, luogo di ritrovo e di bivacco oltre che degli amorazzi clandestini dei soldati e delle servette. Marry non gradì particolarmente questo trattamento per le sue “nobili” rose e pretese che le venissero restituite o che, in alternativa, fossero bruciate.
Una donna tutta di un pezzo Mary Gayley.

Il secondo tentativo fu quello vincente, almeno per un certo periodo: la donna, infatti, riuscì a conquistarsi la collaborazione del principe Francesco Boncompagni Ludovisi, chiamato a rivestire il ruolo di governatore. Le rose di Roma ebbero la loro prima casa sul colle Oppio a partire dal 1933.
Ma la storia ovviamente non fu clemente con questo luogo ameno, distrutto nel giro di pochi anni dalla barbarie dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Ed è a questo punto che il roseto trovò la sua destinazione definitiva dove sorge oggi, sull’Aventino, grazie alla concessione della comunità ebraica che acconsentì alla trasformazione dello storico cimitero. L’unica condizione posta fu che all’ingresso di entrambe le sezioni fossero collocate delle steli rappresentati le tavole delle Leggi di Mosè e che il giardino avesse la struttura del candelabro ebraico a sette bracci, la Menorah.

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Oggi il Roseto, con i suoi viali pergolati e la straordinaria collezione che raccoglie rose antiche, rose moderne e rose botaniche si offre a chiunque passi in Primavera e abbia voglia di immergersi nel regno della varietà floreale. Una passeggiata ancora più bella conoscendo le origini di questo luogo, fin dall’antichità intimamente legato alla natura, data la presenza di un tempio dedicato alla dea Flora: sarebbe dovuta arrivare un’americana nel XX secolo perchè Roma ritrovasse il suo grande giardino, consacrato alle rose.

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Informazioni utili per la visita

Il Roseto è aperto tutti i giorni dalle 8.30 alle 19.30 nel periodo primaverile, dal 21 aprile al 14 giugno. Maggio, mese delle rose per eccellenza, è il periodo migliore per andare a vedere la fioritura all’apice. Unico giorno di chiusura dell’area al pubblico è il 16 maggio, poiché sono in corso i lavori del Premio Roma: dal 17 maggio le due aree gemelle sono aperte al pubblico senza alcuna limitazione.

 

Sito Turismo Roma con aperture

Street art per Tor Marancia: Big City Life

Street art che torna ad inondare le strade della capitale.
Viale di Tor Marancia 63, un qualsiasi quartiere romano fatto di palazzine squadrate, intonaco che cede e panni stesi alla finestra: case popolari, palazzine dell’ATER che grazie ad un progetto varato dall’associazione 999 contemporany e dal comune di Roma divengono grandi tele verticali. La parola d’ordine è riqualificazione attraverso il linguaggio universale e condiviso dell’arte declinata in street art e il dialogo costante con il territorio e soprattutto con i suoi abitanti, coinvolti in prima persona nella scelta dei temi.

 Welcome to Shangai 35, street art TorMarancia big city life

Già sulla strada cominciamo a fare la conoscenza con queste vere opere d’arte: a darci letteralmente il benvenuto c’è Welcome to Shangai 35 della giovane artista cinese Caratoes, una fanciulla dai tratti orientali, lo sguardo languido, le labbra prominenti e un origami tra le dita. Il riferimento alla città di Shangai non ha a che fare con l’artista, originaria di Hon Kong, ma con il quartiere stesso. Tor Marancia fino al 1948 era stata ribattezzata in questo modo. Un nome ironico di quelli che i romani sanno trovare un po’ per esorcizzare le paure e un po’ per evidenziare i problemi cronici che la rendevano un luogo “altro”, simile ai sobborghi della città cinese nel suo periodo più buio: allagamenti continui e fatti di sangue.

 

Poco più in là ammiriamo due opere che sembrano pensate in modo speculare.

Da un lato Il peso della storia dell’argentino Jaz, rappresentato da una scena di wrestling tra due lottatori identici nell’abito e nelle maschere indossate che ne celano l’identità, un italiano e un argentino. Uno dei due porta sulla schiena l’altro, vince ma è schiacciato dal suo peso, costretto ad inginocchiarsi come se stesse per cadere. Dall’altro Il bambino redentore del francese Seth, un ragazzino visto di spalle che si arrampica sul muro del palazzo grazie ad una scala disegnata con le matite, un omaggio alla forza della fantasia e dell’innocenza dei bambini ispirato a Seth dalla storia di uno degli abitanti del quartiere, Luca, nato e morto qui. La salita di un bambino a confronto con la lotta degli adulti e il gravame della storia.

Queste opere sono soltanto un assaggio di quello che ci aspetta all’interno: un foglio, attaccato dai residenti, ci ricorda che questo grande museo all’aperto è pur sempre un luogo in cui si vive. Entriamo dunque, rispettando la loro quiete e l’intimità delle loro vite, per avviare una passeggiata tra i viali del comprensorio. All’interno non c’è alcun percorso prestabilito e possiamo lasciarsi guidare dalle suggestioni e dal colpo d’occhio.

Appena entrati, sulla sinistra, troveremo Nostra signora di Shangai uscito dalla mano di Mr Klevra (IT), una madonna con bambino dai tratti trecenteschi, un’icona sacra alla cui base si può leggere chiaramente quella che sembra una preghiera o una richiesta di aiuto: “sotto la tua protezione cerchiamo rifugio”. Una grande madre spirituale a tutela di tutto il quartiere.

Dall’altro lato Philippe Baudelocque dedica la facciata del palazzo alla rappresentazione cosmica della mano di Elisabetta, una residente, che così diventa paradigma dell’infinità contenuta nel palmo di una mano con Costellazione dell’umanità: storie, vissuti, destini che diventano stelle e nebulose all’interno di un orizzonte in continua espansione.

 C’è Alme Sol Invictus, nome latino attribuito alla divinità solare, un grande sole stilizzato nello stile inconfondibile di Domenico Romeo in cui le lettere si intrecciano in un alfabeto disegnato che produce forme sempre nuove, essenziali e allo stesso tempo enigmatiche.

Veni Vidi Vinci, street art Tor Marancia big city life

C’è Veni Vidi Vinci del duo internazionel Lek & Sowat: non un grossolano errore ma il geniale connubio tra lo storico motto di Cesare e una storia di altrettanto peso nel microcosmo di Tor Marancia, quella di Andrea Vinci, ragazzo costretto sulla sedia a rotelle per cui è stato avviato un crowdfounding, una raccolta di fondi dal basso, per costruire un ascensore.

Hic sunt adamantes, Tor Marancia street art big city life

Hic sunt adamantes dell’italiano Diamond che gioca sulla classica scritta utilizzata sulle cartine geografiche dell’antichità “hic sunt leones” ad indicare luoghi inesplorati e impervi per celebrare, con netta inversione del significato, gli abitanti di Tor Marancia. Lo stile sembra affine a quello di un grande artista del liberty Alphonse Mucha, i cui poster hanno rappresentato il perfetto connubio tra arte e pubblicità tra ‘800 e ‘900: troviamo una delicata fanciulla, circondata da un possente dragone forse allusivo ancora una volta a Tor Marancia-Shangai e un diamante, firma dell’artista.

Pantonio ci regala Il Ponentino, una lieve brezza marina trasformata in grandi animali acquatici che si svolgono in grandi spirali avvolgenti dall’effetto quasi ipnotico e dai colori incantevoli. Jerico, giovanissimo italiano cresciuto nelle Filippine, lavora su un frammento ormai divenuto iconico nell’immaginario collettivo, le mani di Dio e di Adamo nella creazione della Cappella Sistina, adattandole ad un tema nuovo, quello del rapporto tra uomo e natura con Distanza uomo natura.

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I cortili di Tor Marancia ci permettono così un viaggio tra stili e linguaggi della street art, raccontandoci storie che forse sarebbero rimaste sconosciute e aprendoci gli occhi sul rapporto che lega l’arte al cuore pulsante, alle volte stanco ma sempre vivo, di questa grande città: Big city life, vita metropolitana, caos urbano che diventa colore, vite che si lasciano raccontare e reinterpretare.

Basta soltanto trovare un paio d’ore di libertà per godersi un tour della street art sotto il cielo di Roma.

 Informazioni pratiche:

Per raggiungere Tor Marancia con i mezzi prendere il 714 verso Palazzo dello sport, fermata Colombo-Rufino. Viale di Tor Marancia si trova dall’altro lato della strada.
Esiste anche un sito dedicato al progetto Big City Life

I colori della primavera al laghetto dell’Eur

I colori della primavera al laghetto dell’Eur

Ogni anno a primavera c’è un evento che coinvolge sotto il segno di un’esplosione di colori romani e giapponesi: la fioritura dei sakura (ciliegi) al laghetto dell’Eur.

In lingua giapponese la pratica di sedersi a godere delle bellezze che madre natura ci riserva al risorgere della bella stagione ha un nome specifico: hanami, letteralmente “ammirare i fiori”. Estremamente suggestivo pensare che  in Giappone una cosa così semplice abbia un riconoscimento vero e proprio e una tradizione millenaria che si rinnova ogni anno attraverso una migrazione in massa verso i luoghi che permettono di assistere alle fioriture più spettacolari, sempre accompagnati da un sostanzioso pic nic.

A Roma non possiamo vantare più di 50 anni di fiori: nel 1959 venne inaugurata la strada pedonale e ciclabile che attraversa il Parco Laghetto dell’Eur denominata proprio “Passeggiata dal Giappone” e in quell’occasione il primo ministro giapponese Nobusuke Kishi volle far dono alla città di alcuni alberi di ciliegio giapponesi, inaugurando anche da noi questa pratica.

Scendendo dalle scale che ci conducono all’ingresso del parco veniamo subito accolti dalle chiome degli alberi che come piccoli fuochi d’artificio esplodono verso il cielo, mosse soltanto da una lieve brezza primaverile. Il viale alberato segue il contorno dello specchio d’acqua come abbracciandolo e regalando scorci paesaggistici quasi impensabili per un quartiere tanto trafficato, una piccola oasi in cui ritrovare il contatto con la natura nel pieno del suo rigoglio.

Bisogna soltanto ricordare che la fioritura dei sakura è estremamente breve; giunti all’apice del proprio splendore, i delicati fiori bianchi tendono ad appassire presto, lasciando un tappetto variopinto sul terreno. I giorni migliori quest’anno sono i primi di aprile, lievemente in ritardo rispetto alle tempistiche abituali a causa delle temperature piuttosto basse: armiamoci di una sciarpa leggera, lo spettacolo ne vale davvero la pena!

Il laghetto dell’Eur è aperto al pubblico tutti i giorni, senza limitazioni di orario nè biglietto di ingresso. Sul laghetto è anche possibile affittare dei pedalò per osservare il paesaggio da una prospettiva diversa e lasciarsi cullare dal lieve movimento dell’acqua.

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