L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

 

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

Un olivo e un ciliegio, piantati vicini, intrecciano i propri rami senza soffocarsi a vicenda, senza competere per la luce del sole.
Potrebbe essere l’inizio di una favola per adulti e bambini; una favola che parla di convivenza pacifica, di rispetto e diversità. In realtà si tratta di un’immagine reale, delicatamente poetica nella sua capacità di evocare un intero mondo di suggestioni.
Ci troviamo all’interno del Giardino dell’Istituto giapponese di cultura a Roma, progettato in ogni dettaglio da Ken Nakajima, un piccolo angolo di tranquillità proprio alle spalle di Villa Borghese e della Galleria Nazionale di Arte Moderna.

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

 

Un giardino giapponese “italiano”

Siamo in un luogo unico nel suo genere: il laghetto, la presenza della lanterna, la precisa disposizione di ogni elemento ci richiamano alla mente i giardini visti in tante pellicole cinematografiche o nei manga giapponesi, luoghi di serenità entrati nel nostro immaginario quasi di soppiatto, associandosi alla nostra idea tradizionale di locus amoenus, una sorta di idillico quadretto naturale. Abbiamo detto unico, però. Unico perché in realtà questo piccolo paradiso artificiale, costruito sapientemente dalla mano dell’architetto secondo i canoni della sua tradizione culturale, è realizzato con l’impiego di elementi italiani. Le piante sono prevalentemente di origine mediterranea e le pietre che decorano piacevolmente il laghetto vengono dalla Toscana.
Tutto ciò sembra richiamare quell’immagine iniziale dell’olivo e del ciliegio, due piante estremamente simboliche perché richiamano da un lato l’Italia e dall’altro il Giappone, unite qui in un dialogo e scambio perenne.

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

I ciliegi hanno, nella concezione giapponese, un significato allo stesso tempo pratico ed estremamente romantico. In antichità ovviamente segnalavano l’arrivo della buona stagione e la loro fioritura era un segno inequivocabile di come sarebbe stato il raccolto; la festa dell’Hanami, letteralmente “osservare i fiori”, consisteva nel consumare insieme il pasto sotto gli alberi in fiore. Oggi è una pratica ancora largamente diffusa, pur avendo perduto il suo significato originario ed essendosi trasformata in un momento di festa collettiva che prescinde dalla tradizione contadina. Sotto i ciliegi poi, tutto comincia e finisce. Sotto quei fiori si saluta il compagno di banco quando si conclude l’anno scolastico. Sotto quei fiori si incontrano persone nuove. L’idea della caducità e del rinnovamento contenuta nella bellezza e fragilità della fioritura, che dura soltanto un paio di settimane, è universale e per questo affascinante.

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

C’è da sottolineare che il giardino non è quello zen, di cui spesso osserviamo nei negozi etnici delle versioni in miniatura. Il giardino zen è privo di acqua, estremamente semplice nella sua composizione perché la sua finalità è la meditazione e qualsiasi ridondanza potrebbe distrarre. Lo stile è piuttosto quello dei giardini destinati alle autorità e agli aristocratici, volto a sollecitare la percezione sensoriale ed estetica con la sua bellezza e ricchezza rispecchiante, nell’idea originaria, un’ideale di ambiente perfetto in cui nulla manca e ogni cosa si colloca in un suo preciso posto.

Camminando sul sentiero, facendo attenzione a non calpestare l’erba nel pieno rispetto di un equilibrio delicato è possibile effettuare una breve visita guidata gratuita di circa mezz’ora, a conclusione della quale bisognerà cedere il posto alle frotte di curiosi che hanno prenotato la “sessione” successiva. Riuscire ad ottenere un posto sembra essere quasi impossibile, data la grandissima attrazione suscitata da questo luogo; ma quest’anno, da novembre, è stata introdotto una novità che dovrebbe agevolare i romantici, con l’apertura prevista in alcuni giorni specifici per tutto l’anno.

Per chi, tuttavia, non riuscisse a varcare l’agognata soglia del giardino può approfittare di una vista altrettanto appagante dall’alto della terrazza dell’Istituto e, magari, prestare attenzione all’Istituto stesso che offre una grande varietà di attività per la promozione della cultura giapponese. Tutte gratuite.
Mostre, conferenze, una nutrita rassegna cinematografica serale continuamente aggiornata e varia nella proposta annuale contribuisce a rendere l’istituto un fulcro importantissimo della vita culturale della città.

 

Informazioni pratiche

Le informazioni relative alle modalità di prenotazione sono disponibili sul sito ufficiale dell’istituto giapponese di cultura alla voce giardino

Per raggiungere l’isituto: scendere alla fermata metro di Flaminio e proseguire a piedi fino a via Gramsci;
in alternativa è possibile usare il tram, fermando davanti alla GNAM.

 

Dall’uovo alle mele: all’ara Pacis per scoprire come mangiavano i romani

Dall’uovo alle mele: all’ara Pacis per scoprire come mangiavano i romani

Come mangiavano i romani? Quali erano le loro abitudini alimentari e come cucinavano? E perché per dire dall’inizio, in latino, si usa l’espressione “ab ovo”?

Nell’anno dell’Expo e del motto “nutrire il pianeta”, uno straordinario allestimento nella nuova area espositiva dell’Ara Pacis ci permette di rispondere a questi curiosi interrogativi attraverso la mostra “Nutrire l’impero: storie di alimentazione da Roma e Pompei”, aperta al pubblico dal 2 luglio al 15 novembre 2015.
La mostra presenta un percorso che si articola in diverse macro-aree tematiche, permettendo di scoprire tutti i piccoli segreti dell’alimentazione romana, dai prodotti più utilizzati ed amati – come il garum, la salsa di pesce salata per la quale si spendevano migliaia di denari – agli arnesi utilizzati per cucinare, alle piccole manie che accompagnavano i banchetti dei ricchi epuloni.

Dall'uovo alle mele: all'Ara Pacis per scoprire come mangiavano i romaniIl periodo esplorato dalla mostra è quello che va dal I al IV secolo d.C, dalla costituzione dell’impero con Ottaviano Augusto fino al suo apice sotto Costantino, evidenziando quella che viene definita una prima “globalizzazione dei consumi”. La popolazione si amplia sempre di più ed è necessario sfamarla e garantirle un sostentamento adeguato, soprattutto per quegli individui – maschi, adulti e dotati di cittadinanza – che rappresentano il cuore della romanità. Le conquiste consentono, così, di dislocare la produzione dei beni di consumo primario nelle varie regioni. Il vino è cretese o della Gallia, il miele greco, il pane prodotto con il grano che proviene dall’Africa, passato alla storia come il grande “granaio” dei romani.

La prima sezione della mostra, perciò, illustra attraverso mappe interattive il percorso delle merci e il loro trasporto su vie di terra e soprattutto d’acqua. Ricostruzioni e plastici in legno rendono un’idea dei mezzi di trasporto, della loro capacità e delle difficoltà connesse al loro utilizzo. Una lunga infografica presenta anche i molteplici tipi di anfore e contenitori, delle forme e dimensioni più diverse a seconda del contenuto previsto. Il visitatore rimarrà forse meravigliato nello scoprire che, anche all’epoca, vi era l’uso di certificare la qualità del prodotto (quasi un DOP nostrano) inviando un campione di grano o vino in un’apposita anforetta sigillata di cui si può ammirare un esemplare in mostra.

Seguendo il flusso delle merci si arriva ai grandi porti marini e ai mercati e infine alla distribuzione con una particolare attenzione al grande tema che dà il nome alla mostra (Nutrire l’impero): quello della distribuzione gratuita dei prodotti alimentari, riservata ai cittadini, di cui si occupava il prefetto dell’annona.

Dall'uovo alle mele: all'Ara Pacis per scoprire come mangiavano i romani

In quest’area si potrà ammirare il cosiddetto sarcofago dell’annona datato tra 270 e 280 d.C, rinvenuto sull’antica via Latina, originariamente colorato e dorato, come si nota dalle tracce ancora visibili sul marmo bianco. Si tratta di un reperto di notevole qualità estetica oltre che di grande interesse per le rappresentazioni a rilievo sulla parte frontale. Al centro, raffigurati nell’atto di stringersi la mano nella dextrarum iunctio, il prefetto dell’annona e la sua sposa; ai lati estremi le allegorie del Porto, che reca in mano un faro, e quella dell’Africa, identificabile dalle spoglie di elefante che la decorano e dalle spighe di grano che porta con sé; accanto ad esse Ostia che sorregge una tessera annonaria e un timone e la Fortuna, con il corno dell’abbondanza.

pane ercolano

La terza sezione ci porta a conoscere i luoghi del consumo del Dall'uovo alle mele: all'Ara Pacis per scoprire come mangiavano i romanipopolo e della classe egemone. Da un lato, dunque, ci troveremo nelle botteghe fumose dei macellai, nelle osterie, nei luoghi del cibo di strada, sempre disponibile per poco denaro; dall’altro entreremo nel triclinium, la sala da pranzo della elitè, il simposio celebrato nella poesia in cui cibo e cultura si mescolavamo insieme al vino. Accompagnati dalle citazioni più note di Orazio, Giovenale e Petronio, che rappresentano le fonti fondamentali per comprendere il rapporto con il cibo nell’antica Roma, ammiriamo i resti carbonizzati di un pasto, provenienti da Ercolano: pane, ceci, fagioli, lenticchie, cipolle che la furia dell’eruzione del Vesuvio ha conservato fino a noi, sottraendoli alla consunzione del tempo.

Dall'uovo alle mele: all'Ara Pacis per scoprire come mangiavano i romaniA conclusione del percorso due approfondimenti quasi concettualmente paralleli: il primo dedicato ad un aspetto fortemente materiale come la questione dei prezzi e del valore delle merci e dei beni ; il secondo che indaga l’aspetto più intimo, privato e filosofico del rapporto con il cibo e la festa del banchetto cioè la riflessione sulla morte e la caducità del tempo. E non è un caso che una piccola larva, uno scheletro figuri come ultima immagine della mostra. A ricordare come l’ossessione per il tempo che fugge e la necessità di godere del bene presente, e quindi anche del buon cibo e della buona compagnia, sia qualcosa che l’uomo porta dentro di sé fin dall’origine della società occidentale.

 

Sito ufficiale

“Da vicino nessuno è normale” si può scoprirlo a Santa Maria della Pietà

“Da vicino nessuno è normale”

Da vicino nessuno è normaleNon è semplice raccontare la malattia, soprattutto quella mentale. Paura, diffidenza, pregiudizio, mancanza di conoscenze inducono a creare barriere, a stabilire un confine mentale e fisico tra noi e loro, “sani” e “malati”. E’ un confine che sembra invalicabile e pone al riparo dai dubbi, come una grande, assoluta e rassicurante certezza contro cui si schiantano i corpi, le vite e le identità degli altri. Esclusi, tagliati fuori e cancellati, come avveniva nei manicomi dove centinaia di vite andavano a spegnersi, private della propria umanità.

A Santa Maria della Pietà, in quello che era il manicomio di Roma, quel confine si materializza nel Museo Laboratorio della Mente e diviene una traccia da seguire per scardinare le certezze, ribaltare i ruoli e sentirsi, anche soltanto per un momento, “diversi”. Entriamo seguendo l’aforisma di Franco Basaglia “entrare fuori, uscire dentro“, diventiamo parte di un percorso di riscoperta e di liberazione del manicomio, conoscendo per prima cosa l’esclusione.

Da vicino nessuno è normale

Il secondo passo è sentirsi altro da sé: varcata la soglia comincia il nostro itinerario lungo il muro con la sezione “Modi del sentire” che permette il primo, sconcertante contatto con gli inganni e le illusioni della mente, anche di una mente che reputiamo perfettamente normale. Le istallazioni curate dallo Studio Azzurro sono interattive e immersive e consentono a chi entra nelle varie stanze di fare un’esperienza estraniante di sé: cercare di seguire una voce mentre si parla, di afferrare la propria immagine mentre si ha la sensazione di muoversi al rallentatore, sentire voci, tra cui anche la propria.

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Si tratta soltanto di un piccolo prologo per metterci in condizione di guardare più da vicino una condizione che ci sembra lontana ed estranea e che, invece, ci appartiene: “da vicino nessuno è normale” diceva Basaglia. Il percorso continua con “ritratti”, una serie di ritratti realizzati negli anni ’30 dallo psichiatra Romolo Righetti, deciso a sottolineare le peculiarità di ciascun paziente, contro lo stereotipo che vorrebbe tutti i malati identici. Negli sguardi e nei volti di ciascun individuo si legge una storia di sofferenza, ma anche un’impronta individuale, un vissuto unico e irripetibile di essere umano.

La nostra esperienza di internati prosegue, dai volti dei pazienti immortalati da Righetti passiamo ad una macchina fotografica. Stiamo entrando davvero nell’istituzione, con le sue pratiche tanto simili a quelle di una prigione, come notava con grande lucidità che può sembrare estranea ad una “folle” Alda Merini in L’altra verità: diario di una diversa: una foto con il proprio nome scritto su una lavagnetta, la sensazione di aver superato la barriera e di essere dall’altra parte che si fa concreta. Siamo nelle “dimore del corpo”, la sezione forse più coinvolgente dal punto di vista fisico, quella che ci costringe a confrontarci con quegli atteggiamenti corporei che sono indizio del disagio, con movimenti e posizioni che fanno sentire dentro di sé quella diversità tanto temuta e tenuta a distanza di sicurezza.

 Da vicino nesusno è normale

Il Museo della Mente non è pensato soltanto come un percorso di esperienza, ma anche come un contenitore di storie e voci, uno spazio che non rinnega né nasconde la realtà di sofferenza che troppo a lungo è stata taciuta. Proprio qui, grazie alle iniziative di infermieri e medici che vedevano in Franco Basaglia un vero e proprio faro, il rivoluzionario della psichiatria, questa realtà ha trovato per la prima volta un’alternativa. Un’alternativa ai farmaci, all’elettroshock e all’indifferenza. Così ripercorriamo le tappe di quegli anni turbolenti, sperimentali dai quali affiorano esempi di speranza, nuove possibilità e modi di guardare e di trattare la malattia.

Il Museo della Mente è un esempio luminoso di come la narrazione possa diventare uno strumento potente di consapevolezza. Nel suo piccolo il Museo con tutte le attività costantemente promosse – quali i concerti – prosegue sulla scia del rinnovamento del grande uomo che ha dato una svolta alla sua storia, provando a rendere l’istituzione umana. Il Museo continua, nel tempo, ad avvicinarci.

 

Informazioni pratiche

Il  Museo Laboratorio della Mente osserva il seguente orario:

da lunedì a sabato ore 9:00 – 17:00
aperto ultima domenica del mese ore 9:00- 13:00
chiuso domenica e festivi

ATTENZIONE a GIUGNO il Museo sarà chiuso il 1,  28 e 29
e aperto Domenica 14 (ore 9:00-13.00) e 21 (ore 9:00-20:00)

Per visitare individualmente il Museo non è richiesta la prenotazione .

Si effettuano visite guidate per gruppi di almeno 10 persone su prenotazione telefonica

  • turno ore 9.00-10.45
  • turno ore 11.00-12.45
  • turno ore 15.00-16.45

I visitatori che desiderano essere inseriti nelle visite guidate dovranno effettuare la prenotazione.

Ufficio Prenotazioni:  dal Lunedì al Venerdi 9.30-13.00
tel. 0668352927/2807/2858
prenotazioni@museodellamente.it

 

Biglietti

 

-euro 5,00: ingresso singolo per studenti di ogni ordine e grado

-euro 7,00: visita guidata per gruppi di studenti di ogni ordine e grado (minimo 10 persone)

-euro 7,00: ingresso singolo

-euro 10,00: visita guidata per gruppi (minimo 10 persone)
-ingresso gratuito: disabili che necessitano di accompagnatore, accompagnatore del disabile,dipendenti della ASL Roma E,1 insegnante per ogni gruppo classe, soci ICOM, giornalisti accreditati

Sito del Museo Laboratorio della Mente

L’umanità “Dopo il Diluvio” di David LaChapelle

Il Diluvio universale come metafora della decadenza

Il Diluvio universale è un mito che attraversa trasversalmente le culture, da quella ebraico-cristiana fondata sulla Bibbia a quella greca del mito di Deucalione e Pirra passando attraverso l’epopea babilonese di Gilgamesh. Un simbolo di distruzione e ricreazione, di palingenesi, reinventato e sempre produttivo che LaChapelle eredita e fa proprio nella sua personalissima interpretazione, colma di riferimenti biblici e di una prospettiva quasi visionaria.
Il fotografo americano David LaChapelle si era ritirato dalla scena nel 2006 sostenendo di aver “detto quel che volevo dire”, abbandonando la mondanità per vivere su un’isola selvaggia: dunque i lavori presenti al Palazzo delle Esposizioni rappresentano il percorso artistico successivo a questa data: un ritorno in grande stile, offerto al pubblico a margine di una rassegna di opere precedenti che permettono di seguire più da vicino l’evoluzione della ricerca artistica del fotografo. LaChapelle, infatti, si era sempre dedicato a fotografie per riviste di moda e cataloghi senza testi, rimanendo lontano dagli spazi museali.

Si tratta di un percorso che parte proprio da The Deluge (Il Diluvio) trasportato nella contemporaneità della società occidentale americana, perfettamente riconoscibile nei suoi simboli più iconici – un’insegna di Burger king, Sturbucks, Gucci – ingoiati dalle acque, relitti inerti di un sistema in dissoluzione che lascia emergere in primo piano la realtà dei corpi umani. Nudi, michelangioleschi nella perfetta rappresentazione dei volumi, gli esseri umani si impongono allo sguardo con la fragilità e la conturbante sensualità della dimensione corporea, sfacciatamente e impietosamente esposta. Il Diluvio parla il linguaggio delle contraddizioni odierne, dello sprofondare di un mondo che ha determinato la sua stessa fine lanciato nell’ottimistica ricerca dell’eterna giovinezza e del successo; ma come ogni Diluvio, l’acqua assurge a simbolo di lavacro e purificazione, fonte di nuova vita che ingloba, nella serie Awakeness, uomini e donne battezzati con i nomi di personaggi dell’Antico Testamento. David LaChapelle è stato letteralmente folgorato da una visita privata nella Cappella Sistina, da un incontro quasi intimo con il genio e la visione di Michelangelo che ha rappresentato un cambio di direzione.

The Deluge, il Diluvio David La Chapelle

Dopo il Diluvio: l’umanità disincarnata

Da questo momento in poi, dopo il Diluvio, la presenza umana svanisce. Torna soltanto sporadicamente ad affacciarsi in opere dal forte impatto critico come Rape of Africa (Stupro dell’Africa), ispirata ad un quadro di Botticelli Venere e Marte fortemente reinterpretato e attualizzato: l’ammaliante dea è l’ Africa, con le vesti stracciate e lo sguardo fiero – rappresentata da Naomi Campbell – che guarda in faccia il suo aguzzino occidentale, mollemente adagiato dopo l’amplesso su un cumulo d’oro; sullo sfondo una miniera assalita dalle escavatrici. Intorno bambini soldato che sembrano giocare con le armi che maneggiano, innocenti.

David LaChapelle The Rape of Africa

La visita continua attraverso serie fotografiche quali Earth laughes in the flowers (La terra ride nei fiori) che ripropone il tema delle vanitas, nature morte colme di riferimenti alla caducità dell’esistenza e al trascorrere inesorabile del tempo, attraverso composizioni in cui ai soliti elementi simbolici – candele, teschi, collane spezzate – si sostituiscono gli inerti prodotti della società consumistica, dal denaro agli antidepressivi, in un lussureggiante fermo immagine, seducente e disturbante nei suoi significati riposti;

 Deathless Winter, David La Chapelle

Gas Stations, serie in cui si rappresentano stazioni di servizio, sinonimo della rivoluzione dei trasporti, dell’inquinamento atmosferico, del progresso moderno e di tutte le dinamiche ad esso connesse, come grandi mostri preistorici arenati nelle foreste amazzoniche; Landscape, che propone una serie di orizzonti futuristici, grandi centrali come parchi giochi luminosi.

Una menzione particolare merita anche la serie My Personal Jesus in cui il fotografo si avvicina alle scene del racconto biblico riportandole all’esperienza di vita concreta attuale, presentando un Cristo che non è entità astratta e lontana, ma presenza reale.

I colori saturi, le composizioni ardite e studiate sin nei minimi dettagli, la volontà critica e provocatoria di David LaChapelle non possono che destare sentimenti contraddittori di fascinazione e repulsione, riportando alla mente gli esperimenti arditi di chi lanciò questo fotografo appena sedicenne: Andy Warhol. LaChapelle si impone all’attenzione senza lasciare un momento di pausa, sollecitando costantemente lo spettatore alla ricerca del senso sotto l’apparente combinazione casuale, i riferimenti disparati e una personalissima declinazione di un’arte raffinata e pop al contempo.

Informazioni pratiche

La mostra è visitabile dal 30 aprile al 15 settembre 2015.

Biglietto intero: 10 euro
Ridotto: 8 euro

Gli studenti, ricercatori e dottorandi delle università di Roma il venerdì e sabato dopo le 19 pagano l’ingresso 4 euro
Il primo mercoledì del mese sotto i 30 anni l’ingresso è gratuito dalle 14.00 fino alla chiusura.

Sito ufficiale della Mostra

Sito ufficiale di David Lachapelle

Il Roseto comunale simbolo della nascita di Roma

Il Roseo Comunale simbolo della nascita di Roma

C’è un evento tra gli altri, a Roma, che annuncia la rinascita primaverile e la lega ai natali della città:
il 21 aprile, infatti, oltre alla possibilità di ritrovarsi davanti un senatore togato romano assieme a delle vestali, sull’Aventino viene aperto il giardino dei romani, il Roseto comunale. I fiori del Roseto sembrano quasi simboleggiare, così, la nascita della città di Roma.

Una donna amante delle rose

In origine, in realtà, qui sorse per diversi secoli il cimitero ebraico di cui restano alcune tracce nella zona oggi adibita al Concorso Premio Roma per le nuove varietà di Rose e che venne spostato al Verano nel 1934: fino a quell’anno il Roseo comunale era meglio noto come “Ortaccio degli ebrei“.
L’idea di istituire un luogo di vero e proprio culto delle rose fu, però, di una donna americana, Mary Gayley, sposata con il conte Senni e follemente innamorata della botanica e del giardinaggio.

Il primo tentativo di Mary avvenne nel 1924 ma fu un vero e proprio “buco nell’acqua” a causa della miopia e della grettezza dell’allora Regio commissario il quale, ricevendo le rose donate da questa pioniera del verde romano, pensò bene di farle piantumare sul Pincio, luogo di ritrovo e di bivacco oltre che degli amorazzi clandestini dei soldati e delle servette. Marry non gradì particolarmente questo trattamento per le sue “nobili” rose e pretese che le venissero restituite o che, in alternativa, fossero bruciate.
Una donna tutta di un pezzo Mary Gayley.

Il secondo tentativo fu quello vincente, almeno per un certo periodo: la donna, infatti, riuscì a conquistarsi la collaborazione del principe Francesco Boncompagni Ludovisi, chiamato a rivestire il ruolo di governatore. Le rose di Roma ebbero la loro prima casa sul colle Oppio a partire dal 1933.
Ma la storia ovviamente non fu clemente con questo luogo ameno, distrutto nel giro di pochi anni dalla barbarie dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Ed è a questo punto che il roseto trovò la sua destinazione definitiva dove sorge oggi, sull’Aventino, grazie alla concessione della comunità ebraica che acconsentì alla trasformazione dello storico cimitero. L’unica condizione posta fu che all’ingresso di entrambe le sezioni fossero collocate delle steli rappresentati le tavole delle Leggi di Mosè e che il giardino avesse la struttura del candelabro ebraico a sette bracci, la Menorah.

roseto-comunale-di-Roma

 

Oggi il Roseto, con i suoi viali pergolati e la straordinaria collezione che raccoglie rose antiche, rose moderne e rose botaniche si offre a chiunque passi in Primavera e abbia voglia di immergersi nel regno della varietà floreale. Una passeggiata ancora più bella conoscendo le origini di questo luogo, fin dall’antichità intimamente legato alla natura, data la presenza di un tempio dedicato alla dea Flora: sarebbe dovuta arrivare un’americana nel XX secolo perchè Roma ritrovasse il suo grande giardino, consacrato alle rose.

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Informazioni utili per la visita

Il Roseto è aperto tutti i giorni dalle 8.30 alle 19.30 nel periodo primaverile, dal 21 aprile al 14 giugno. Maggio, mese delle rose per eccellenza, è il periodo migliore per andare a vedere la fioritura all’apice. Unico giorno di chiusura dell’area al pubblico è il 16 maggio, poiché sono in corso i lavori del Premio Roma: dal 17 maggio le due aree gemelle sono aperte al pubblico senza alcuna limitazione.

 

Sito Turismo Roma con aperture

Tra onirismo e intimità: le Dame di Solitudine di Daria Petrilli

Una serie di quattordici illustrazioni: questo ci offre l’Associazione culturale Trenta Formiche, nata dall’impegno e dalla passione di alcuni ragazzi per l’arte nelle sue varie forme e come strumento di aggregazione e socialità. La mano (e la tavoletta grafica) dietro a questo percorso espositivo sono quelle di Daria Petrilli, diplomata allo IED (Istituto Europeo di Design) e passata attraverso una nutrita serie di esperienze nel mondo della letteratura per l’infanzia, occupandosi della realizzazione di illustrazioni per volumi di numerose case editrici italiane e straniere di prestigio come De Agostini, Giunti, Helbling languages, Oxford Publishing.

Si tratta della sua prima esposizione di opere che, dunque, si svincolano dai dettami di un lavoro su commissione e prendono forma da un’esigenza di espressione e sperimentazione personale. L’allestimento è a cura di Giulia Perreca, direttrice della sezione artistica del Trenta Formiche e curatrice della galleria Mondo Bizzarro a San Lorenzo.

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Dal 18 marzo fino al 9 aprile, in un orario inconsueto per i frequentatori di mostre – dalle 21 a tarda notte- mentre la serata si anima di musica dal vivo possiamo fare la conoscenza delle Dame di solitudine di Daria Petrilli: figure eteree e silenti, colte in atteggiamenti semplici e intimi, ma caricati di un senso più profondo dalla presenza di creature animali esotiche, fuori contesto eppure intimamente intrecciate alle loro interlocutrici umane in un dialogo muto: amici immaginari, simboli di uno stato d’animo, unici compagni delle solitudini domestiche.
Osservando queste donne esposte sulle pareti, senza alcuna cornice né altro filtro tra l’occhio e l’immagine, l’impressione è quella di penetrare in un universo familiare e insieme distante e ambiguo, una galleria in cui realtà e onirismo si pongono a contatto tanto da rendere impossibile distinguere l’una dall’altro perché i contorni sfumano in una dimensione liminare, di confine.

Collocate in un orizzonte senza tempo, in uno spazio che si espande in modo indefinito le donne vengono in primo piano, spesso con lo sguardo abbassato, sfuggenti ed enigmatiche.
I titoli delle opere ci guidano attraverso la decodifica di un linguaggio elegante e allusivo: pensiamo a Solitudini in una stanza che raffigura in un interno una ragazza seduta a leggere sul pavimento e un fenicottero rosa, due entità apparentemente inconciliabili che suggeriscono l’idea dell’isolamento e dell’estraneità, legata forse anche al tema della lettura e dell’immersione in un universo altro in cui le pareti del reale possono incrinarsi; The Sea Under My Clothes (Il mare sotto i miei vestiti) ci propone l’immagine di una donna dalle cui vesti emerge il mare, un mare metaforico concretamente raffigurato, proiezione dell’infinità della mente e della profondità dell’animo che si nasconde sotto l’apparenza esteriore; Dual Nature (Doppia Natura) propone il tema antico e sempre perturbante del doppio, con uno sguardo che si rivolge verso lo spettatore che non può non sentirsi coinvolto e chiamato a confrontarsi con la duplicità dell’esperienza di sè, di una natura luminosa e vitale che ne nasconde sempre una oscura, rovesciata di segno; Opium con i suoi papaveri in primo piano sembra dare il suggello al mondo di sogno che percorre queste pareti, giustificando una lettura che scende nell’inconscio, sondando le pieghe dell’intimità tutta umana di queste donne.

Informazioni pratiche:

L’associazione culturale Trenta Formiche si trova in via del Mandrione 3, al Pigneto.

Il locale è aperto dalle 21 alle 02; la visita è visitabile, previo tesseramento, marted’, mercoledì, giovedì e domenica.

Link utili:
Blog del Trenta Formiche

Pinterest di Daria Petrilli

A passeggio nell’Ottocento: il Museo Napoleonico

Di fronte alla maestà del Palazzo della Corte di Cassazione, dall’altro lato del Tevere, si nasconde una piccola perla, un luogo poco frequentato, le cui stanze sono pervase da un silenzio che ci permette di addentrarci nelle pieghe intime della storia ottocentesca di Roma: il Museo Napoleonico.

Non è un luogo qualunque quello che accoglie questa interessante e varia collezione, ma un palazzo che si lega a doppio filo alla sua storia. Stiamo entrando, infatti, a casa del conte Giuseppe Primoli.

Il suo cognome ci suona sconosciuto, ma è sufficiente risalire l’albero genealogico del conte di due generazioni per trovare ben due Bonaparte, suoi nonni e tra di loro cugini, Carlo Luciano e Zenaide, figli dei fratelli di Napoleone I. Siamo dunque nella dimora che ospitò vari consanguinei dell’imperatore francese, nelle stanze in cui si consumò la vita privata e mondana di una famiglia che segnò profondamente i destini dell’Italia e dell’Europa.

Il percorso si snoda lungo dodici sale tematiche dedicate alla ricostruzione di particolari periodi o a figure di rilievo. Attraversata la porta di vetro che sembra chiudere come dentro una teca i suoi tesori, approdiamo alle prime due sale, separate tra di loro da una balaustra in marmo e idealmente collegate a creare un unico grande ambiente dedicato al Primo Impero: il periodo d’oro della potenza napoleonica trova il suo specchio ufficiale nei grandi ritratti di rappresentanza. Troviamo così un Napoleone in posa eroica in sella ad un bianco cavallo imbizzarrito, rivestito della divisa di colonnello dei Cacciatori a cavallo e con le insegne del suo valore militare ben visibili sul petto, la Legion d’onore e la Croce di Ferro. Alle sue spalle le figure incredibilmente ridotte dei soldati non fanno che accentuare l’aura di maestà di cui è circonfusa la figura del vittorioso generale, dominante il campo di battaglia di Wagram. Dal lato opposto della sala, degna controparte del marito, è rappresentata l’imperatrice Giuseppina in interno, vicino ad un gran vaso di fiori allusivo forse alla sua grande passione per la botanica.

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A queste opere celebrative si accostano due altri tipi di raffigurazioni: da un lato troviamo le miniature su smalto, una vera e propria galleria di fedelissimi ritratti tascabili che venivano donati ai propri cari quando ce se ne separava; dall’altro i minuti e dettagliatissimi ritratti in cera, specchio di una delicata intimità. I Bonaparte amavano circondarsi anche di oggetti di uso comune particolarmente curiosi e raffinati che ci rivelano qualche dettaglio della storia contemporanea: un diadema con collana in ferro, materiale vile utilizzato per i gioielli in un periodo in cui la carenza di oro costringeva le principesse a orientare diversamente i propri gusti;un braccialetto con pietre incastonate, apparentemente consueto nel proprio splendore, che nasconde il messaggio cifrato del nome della proprietaria (Lucraetia) attraverso l‘acrostico composto dalle lettere iniziali delle pietre preziose; una tabacchiera sul cui coperchio sono battuti, come ornamento prezioso, tre aurei; un orologio con colibrì meccanico che doveva allietare il passare delle ore delle fanciulle di casa.

Dalle pareti azzurre di questa sala si trascorre a quelle damascate della stanza dedicata al Secondo Impero, piccola ma suggestiva per la presenza dell’arredamento proveniente dalla residenza parigina di Matilde Bonaparte, la bellissima cugina di Napoleone III, destinata a lui in matrimonio ma poi sposata al violento conte russo Anatolio Demidoff dal quale fuggì per tornare a Parigi. Qui animò un importante salotto letterario: queste poltrone, dunque, potrebbero aver visto passare su di sé personaggi come Theophile Gautier, grande maestro di Baudelaire, il romanziere Proust e Renan. I grandi ritratti di Napoleone III e della consorte incombono dalle pareti, dominando lo spazio che ricorda un dominio autoritario breve (1852-1870), caratterizzato da un grande fermento artistico ma anche da un’estrema fragilità politica e militare che portò alla celebre sconfitta di Sedan.

Dopo la magnificenza della storia ufficiale con i suoi fasti e le sue ombre ci avviamo a conoscere da vicino un Re di Roma che non rientra nella famosa lista che impariamo a scuola: Napoleone II, figlio di Napoleone e della seconda moglie Maria Luisa d’Asburgo, destinato dall’ambizioso padre a continuare il suo sogno imperiale e insignito dell’altisonante titolo non appena aprì gli occhi alla luce del mondo, accompagnato dal suono di centoun colpi di cannone celebranti la nascita dell’erede maschio. L’entusiasmo per l’avvento del fanciullo è dimostrato dai grandi preparativi per il battesimo, avvenuto nella cattedrale di Notre Dame e celebrato con una medaglia in oro nella quale si raffigura il padre nell’atto di sollevare il bambino per presentarlo al suo popolo, rimarcando la dignità imperiale di cui era rivestito.

Napoleone II però non vide mai la città di cui avrebbe dovuto essere il re: la drammatica sconfitta del padre e il suo confino a Sant’Elena segnano l’esistenza del giovane, allontanato dalla Francia dalla madre che lo fa crescere presso la corte austriaca, in un ambiente fortemente anti-napoleonico che, tuttavia, non forgia nel ragazzo sentimenti ostili nei confronti del padre. Egli lo venerava, piuttosto, come dimostra la presenza in una delle teche della sciabola turca presa da Napoleone in Egitto e la sua abitudine di circondarsi di oggetti simbolo della memoria paterna. In questa stanza troviamo anche un cimelio che Napoleone I avrebbe voluto lasciare in eredità al figlio: una pregiata scatola contenente il jeu de l’hombre, gioco dell’uomo, il gioco di carte che permise all’imperatore decaduto di trascorrere con minor pena l’esilio di Sant’Elena e le cui regole non sono ancora state comprese dagli studiosi.

Una sala più in là, dopo quella dedicata alla Repubblica Romana, ci troviamo a tu per tu con il personaggio femminile più noto della famiglia Bonaparte: Paolina.

La bellissima modella di Canova, la cui statua si trova a Galleria Borghese, ci viene incontro rappresentata non tanto da ritratti che ce ne darebbero un’impressione superficiale ma dagli oggetti che accompagnarono la sua quotidianità. In una angolo un quadernino, con l’iniziale stampigliata sulla copertina, in cui la sorella di Napoleone annotava le spese dell’amministrazione domestica, sempre in eccesso rispetto al denaro disponibile, insieme ad un “sistema adottato dalla Pr Borghese per il suo vestiario dalla quale essa si ripromette di non dipartirsi”, un promemoria approntato per evitare spese eccessive per l’abbigliamento e dedicarle piuttosto alle grandi feste cui ella non rinunciò mai. L’adorazione quasi maniacale per il fratello è testimoniata da un pendente in oro contenente una ciocca di capelli di Napoleone, una vera e propria reliquia.

In questa piccola sala altri due oggetti colpiscono e ci riportano all’opera di Canova: un divanetto in mogano, del tutto simile a quello sul quale la donna posò per la statua che la raffigura come Venere; il calco di un seno in gesso, probabilmente una prova necessaria a prendere le giuste misure.

Il Museo Napoleonico ci permette così di conoscere, sala dopo sala, una porzione significativa dei vissuti umani oltre che ufficiali di personaggi grandi e piccoli che hanno, in bene o in male, lasciato la propria firma sulle pagine della storia di Roma.

Informazioni pratiche:

Il Museo è aperto dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18.00

L’ingresso è gratuito.

Per raggiungerlo in modo semplice scendere alla fermato Metro di Spagna, imboccare via Condotti e proseguire dritto, superando via del Corso. Si arriverà così a piazza di Ponte Umberto I.