L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

 

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

Un olivo e un ciliegio, piantati vicini, intrecciano i propri rami senza soffocarsi a vicenda, senza competere per la luce del sole.
Potrebbe essere l’inizio di una favola per adulti e bambini; una favola che parla di convivenza pacifica, di rispetto e diversità. In realtà si tratta di un’immagine reale, delicatamente poetica nella sua capacità di evocare un intero mondo di suggestioni.
Ci troviamo all’interno del Giardino dell’Istituto giapponese di cultura a Roma, progettato in ogni dettaglio da Ken Nakajima, un piccolo angolo di tranquillità proprio alle spalle di Villa Borghese e della Galleria Nazionale di Arte Moderna.

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

 

Un giardino giapponese “italiano”

Siamo in un luogo unico nel suo genere: il laghetto, la presenza della lanterna, la precisa disposizione di ogni elemento ci richiamano alla mente i giardini visti in tante pellicole cinematografiche o nei manga giapponesi, luoghi di serenità entrati nel nostro immaginario quasi di soppiatto, associandosi alla nostra idea tradizionale di locus amoenus, una sorta di idillico quadretto naturale. Abbiamo detto unico, però. Unico perché in realtà questo piccolo paradiso artificiale, costruito sapientemente dalla mano dell’architetto secondo i canoni della sua tradizione culturale, è realizzato con l’impiego di elementi italiani. Le piante sono prevalentemente di origine mediterranea e le pietre che decorano piacevolmente il laghetto vengono dalla Toscana.
Tutto ciò sembra richiamare quell’immagine iniziale dell’olivo e del ciliegio, due piante estremamente simboliche perché richiamano da un lato l’Italia e dall’altro il Giappone, unite qui in un dialogo e scambio perenne.

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

I ciliegi hanno, nella concezione giapponese, un significato allo stesso tempo pratico ed estremamente romantico. In antichità ovviamente segnalavano l’arrivo della buona stagione e la loro fioritura era un segno inequivocabile di come sarebbe stato il raccolto; la festa dell’Hanami, letteralmente “osservare i fiori”, consisteva nel consumare insieme il pasto sotto gli alberi in fiore. Oggi è una pratica ancora largamente diffusa, pur avendo perduto il suo significato originario ed essendosi trasformata in un momento di festa collettiva che prescinde dalla tradizione contadina. Sotto i ciliegi poi, tutto comincia e finisce. Sotto quei fiori si saluta il compagno di banco quando si conclude l’anno scolastico. Sotto quei fiori si incontrano persone nuove. L’idea della caducità e del rinnovamento contenuta nella bellezza e fragilità della fioritura, che dura soltanto un paio di settimane, è universale e per questo affascinante.

L’esperienza unica del giardino giapponese a Roma

C’è da sottolineare che il giardino non è quello zen, di cui spesso osserviamo nei negozi etnici delle versioni in miniatura. Il giardino zen è privo di acqua, estremamente semplice nella sua composizione perché la sua finalità è la meditazione e qualsiasi ridondanza potrebbe distrarre. Lo stile è piuttosto quello dei giardini destinati alle autorità e agli aristocratici, volto a sollecitare la percezione sensoriale ed estetica con la sua bellezza e ricchezza rispecchiante, nell’idea originaria, un’ideale di ambiente perfetto in cui nulla manca e ogni cosa si colloca in un suo preciso posto.

Camminando sul sentiero, facendo attenzione a non calpestare l’erba nel pieno rispetto di un equilibrio delicato è possibile effettuare una breve visita guidata gratuita di circa mezz’ora, a conclusione della quale bisognerà cedere il posto alle frotte di curiosi che hanno prenotato la “sessione” successiva. Riuscire ad ottenere un posto sembra essere quasi impossibile, data la grandissima attrazione suscitata da questo luogo; ma quest’anno, da novembre, è stata introdotto una novità che dovrebbe agevolare i romantici, con l’apertura prevista in alcuni giorni specifici per tutto l’anno.

Per chi, tuttavia, non riuscisse a varcare l’agognata soglia del giardino può approfittare di una vista altrettanto appagante dall’alto della terrazza dell’Istituto e, magari, prestare attenzione all’Istituto stesso che offre una grande varietà di attività per la promozione della cultura giapponese. Tutte gratuite.
Mostre, conferenze, una nutrita rassegna cinematografica serale continuamente aggiornata e varia nella proposta annuale contribuisce a rendere l’istituto un fulcro importantissimo della vita culturale della città.

 

Informazioni pratiche

Le informazioni relative alle modalità di prenotazione sono disponibili sul sito ufficiale dell’istituto giapponese di cultura alla voce giardino

Per raggiungere l’isituto: scendere alla fermata metro di Flaminio e proseguire a piedi fino a via Gramsci;
in alternativa è possibile usare il tram, fermando davanti alla GNAM.

 

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Itinerari spettrali: la Roma dei fantasmi

Chiunque visiti Roma non può evitare una passeggiata notturna in centro, soprattutto durante il periodo invernale quando le luminarie natalizie sembrano tracciare un itinerario quasi obbligato. Ma ci sono luoghi che, calate le ombre, rievocano storie oscure di una Roma passata, che si riaffaccia al presente attraverso i suoi fantasmi.

Ogni epoca ha il suo tanto che possiamo addentrarci nella geografia notturna della città usandoli come guida.

Piazzale Flaminio
Piazza di Spagna
Pantheon
Piazza Navona e ponte Sisto
Portico d’Ottavia
Colle Oppio
Ponte S. Angelo
San Pietro

Piazzale Flaminio

Muro TortoPrima tappa del nostro percorso è viale del Muro Torto, una strada nota per la sua pericolosità in auto. In quest’area, fuori da Porta del Popolo, sorgeva anticamente un cimitero destinato ad accogliere le spoglie di coloro che non potevano essere sepolti in terra consacrata: prostitute, non battezzati, ladri assassini ed è per questo che venne chiamato il “cimitero dei disperati”.

Spesso i corpi non venivano neanche seppelliti o li si gettava in fosse comuni, prive di lapide, destinandoli quindi all’anonimato anche in morte.

 Naturalmente la fantasia popolare non poteva lasciarsi scappare un luogo così inquietante: si prestava troppo bene alle sue invenzioni, alle superstizioni e alle paure e vedendo la strada, con il muro che pende in verticale quasi come se stesse per crollare sopra chi passa, non possiamo che lasciarci suggestionare anche noi.

Bertarnd de Born, canto XXVIII Gustave DorèSi dice, infatti, che di notte qui compaiano diversi fantasmi. I più “recenti” sono quelli di due carbonai, Targhini e Montanari, decapitati in piazza del Popolo nel 1825. Si aggirano lungo le mura con la propria testa in mano, un po’ come Bertand de Born nel XXVIII canto dell’Inferno o, più prosaicamente, il cavaliere senza testa. Ovviamente come tutti i morti che si rispettino danno i numeri (per il Lotto), ma soltanto se chi li incontra riesce a sostenere il loro sguardo.

Se si alza lo sguardo, arrivati all’altezza del Pincio, si nota una rete metallica che ricorda quella del ponte di Ariccia, tristemente noto per i suicidi. Pare che gli spiriti irrequieti che qui dimorano abbiano la cattiva abitudine di cercare nuovi compagni, spingendo coloro che si avventurano qui a gettarsi di sotto.

Il principale responsabile sarebbe addirittura Nerone, la cui tomba si trovava dove oggi sorge la Chiesa di Santa Maria del Popolo. La chiesa venne costruita nel 1099, dopo un esorcismo, proprio per allontanare l’anima del terribile imperatore: un enorme talismano consacrato contro quello che veniva considerato quasi l’Anticristo.

 

Piazza di Spagna

Percorrendo via del Corso arriviamo a Piazza di Spagna, dove incontriamo un fantasma londinese, forse l’unico non italiano che si aggiri di notte per Roma, Jhon Keats. Non ci troviamo nei paraggi di un cimitero maledetto in questo caso, ma presso l’appartamento in cui il poeta passò gli ultimi mesi di vita nel 1821.

Keats and Shelley Memorial House, Piazza di SpagnaKeats, giunto a Roma dopo un viaggio estenuante durante il quale la sua nave fu bloccata nel porto di Napoli per una quarantena, non vide mai la città. Morì giovanissimo di tubercolosi, malattia che aveva decimato la sua famiglia e che egli stesso si era diagnosticato, avendo compiuto studi di medicina. L’aria di Roma, consigliatagli per lenire le sue sofferenze, purtroppo non servì. E il suo spirito aleggia ancora nelle stanze che lo hanno accolto negli ultimi istanti, stanze che ospitano oggi il Keats and Shelley Memorial House, il museo dedicato ai poeti romantici a Roma.

Pantheon

Passando per via di Pietra dal Corso arriviamo al Pantheon, la casa di tutti gli dei. Non è una divinità quella che ci si fa incontro attraverso le pieghe della storia, ma il fantasma di un morto illustre: il re Umberto I, assassinato a Monza all’alba del XX secolo, nel luglio del 1900 dall’anarchico Gaetano Bresci con tre colpi di rivoltella.

Il corpo del re riposa insieme a quello di altri reali d’Italia nel Pantheon ma il suo fantasma pare avere l’abitudine di aggirarsi sotto il colonnato. Addirittura una volta si sarebbe avvicinato ad una guardia per consegnargli un messaggio, di cui nessuno seppe mai il contenuto. La prova che fosse un fantasma? Una bruciatura sulla manica del malcapitato testimone di questa singolare visione.

Piazza Navona e ponte Sisto

Piazza Navona è il regno di due donne, due destini estremamente diversi. La prima si manifesta in un’apparizione apparentemente inspiegabile: quando la luna colpisce i vetri di palazzo de Cupis si vede riflessa una forma con cinque dita, una mano spettrale. Il palazzo  si riconosce facilmente per un piccolo dettaglio, che non ha nulla a che vedere con questa storia, ma conferisce un tocco ancor più inquietante: dal muro sporge una piccola testa di marmo.

mano di marmoLa mano che alcuni dicono di aver visto, invece, apparterrebbe a Costanza de’ Cupis, nobildonna romana del XVII secolo, le cui mani erano tanto ammirate che un famoso artista, Bastiano, volle realizzare un calco in gesso di una delle mani per poter esporre una simile opera nel proprio studio. Tra i tanti che videro questa opera inconsueta vi fu un frate domenicano, predicatore in San Pietro in Vincoli. Costui pronunciò parole che risuonarono alle orecchie della donna quasi come una maledizione: disse infatti che quella mano era così bella che se fosse appartenuta ad una persona reale, questa avrebbe rischiato di vedersela tagliare per invidia. Costanza, temendo di aver peccato di vanità o forse per timore del veder realizzato un simile pronostico, si chiuse in casa.

Le precauzioni furono del tutto inutili e, come in ogni storia in cui troviamo una predizione, fu Costanza stessa a causare la propria sciagura: intenta a ricamare, si punse un dito e la ferita si infettò tanto che i medici dovettero procedere ad amputare la mano, ormai gonfia. La donna morì poco dopo, probabilmente per setticemia o, come vuole la tradizione popolare, in seguito al dolore della perdita. Perdita alla quale lei sembra non rassegnarsi se, come dicono le fonti, il suo fantasma si aggira intorno alle mura del palazzo cercando di ricongiungersi con il pezzo mancante.

Proprio di fronte al palazzo di Costanza, sorge quello dei Pamphili dal quale parte, in direzione di ponte Sisto, una carrozza a gran velocità. Porta via Olimpia Pamphili, colei che fu soprannominata per un gioco di parole dovuto ad una pasquinata – “Olim-pia, nunc impia” (una volta pura e ora corrotta) – la Pimpaccia. Olimpia era di umili origini, ma molto bella e di grande intelligenza tanto che riuscì, morto il primo marito, a farsi sposare dal ricco e nobile Panphilo Pamphili, divenendo cognata dell’allora papa Innocenzo X.

Tali erano le sue capacità che divenne estremamente influente presso la corte papale, la più preziosa confidente di Innocenzo X tanto da far circolare voci riguardo una presunta relazione tra i due che andasse ben oltre la parentela. Potente e ricchissima fu odiata dal popolo romano che non sopportava di essere dominato da una donna di estrazione popolare ella stessa che venne definita “un maschio vestito da donna per la città di Roma e una donna vestita da maschio per la Chiesa Romana”.Ponte Sisto

Di notte si ripete l’ultimo atto che la vide protagonista a Roma: poche ore prima della morte del papa, sapendo che priva della sua protezione non avrebbe più potuto spadroneggiare, caricò la carrozza con scrigni pieni di ricchezze e fuggì via dalla città, passando proprio per ponte Sisto.


Portico d’Ottavia

Lasciamo la carrozza della Pimpaccia proseguire per la sua strada, forse verso una voragine aperta dal diavolo, come vuole la tradizione popolare a lei decisamente avversa. Procedendo sul Lungotevere dei Vallati arriviamo al Ghetto Ebraico; dietro il Tempio Maggiore di Roma troviamo le rovine del Portico d’Ottavia, massicce nella loro nudità di pietra.

Questa zona racconta molte storie, anche recenti, legate ad un odio antico. Ma il fantasma che si aggira per il Portico, benchè ebreo, non haPortico d'Ottavia, Ghetto Ebraico da rimproverare ai vivi la persecuzione, quanto la fine di un amore. E’ Berenice, la sorella incestuosa di Erode Agrippa e amante appassionata di Tito, l’imperatore che conquistò e distrusse Gerusalemme nell’81 d.C. La storia racconta che ella venne inviata in Oriente per soddisfare le richieste del senato di Roma che riteneva scandalosa la relazione dell’imperatore con una donna ebrea.

Al Ghetto, però, su Berenice circola una versione diversa, che la trasforma da donna lussuriosa e crudele in eroina del proprio popolo. Si racconta infatti che un giorno, mentre ella si trovava ai bagni, venne a sapere che un bambino era morto, avvelenato da una maga ebrea e che Tito aveva dato ordine di compiere un atto di giustizia sommaria, recandosi al Portico e scegliendo una donna ebrea qualsiasi da giustiziare. Berenice rimase sconvolta dall’arbitrarietà di una simile decisione e chiese allora a Tito di concederle la grazia di poter scegliere lei la vittima da designare.

Quando Tito tolse il velo alla donna che gli era stata indicata trovò Berenice, decisa a sacrificarsi per dimostrargli l’insensatezza del suo gesto. Bisognerebbe incontrare Berenice per chiederle quale sia la versione dei fatti: noi ci accontentiamo di ammirare la cupa maestà della piazza vuota per avviarci poi verso la prossima meta.

Colle Oppio

Ninfeo di Colle Oppio

Se siete uomini in cerca di un’avventura galante all’ombra del Colosseo vi si offre la possibilità di incontrare una donna antica più che all’antica, continuamente a caccia di amanti pur essendo ormai soltanto un fantasma, Messalina.

Era moglie dell’imperatore Claudio, una donna bellissima, ma dagli appetiti insaziabili tanto da tradirlo ripetutamente con più uomini e sposare in segreto l’ultimo dei suoi amanti, Gaio Silio mentre il marito si trovava fuori Roma.

Claudio naturalmente scoprì le relazioni illecite della moglie e ne decretò la morte che avvenne per mano di un tribuno militare negli Horti Luculliani, sul Pincio. L’ultima frase che ella udì, per bocca del suo assassino, lascia poco alla fantasia per comprendere la sua condotta: “Se la tua morte sarà pianta da tutti i tuoi amanti, piangerà mezza Roma!”. Come ogni fantasma che si rispetti continua a cercare quel che cercava in vita: attenti a non lasciarvi sedurre…

Ponte S. Angelo

 Tornando indietro verso Castel Sant’Angelo, passeremo per Lungotevere de’ Cenci, uno dei tanti tratti del Tevere che prende il nome da una famiglia romana, una delle tante se non fosse stata protagonista di un sanguinoso fatto di cronaca.

Il capo famiglia Francesco Cenci era un uomo violento e dispotico: oberato dai debiti, condannato più volte per colpe gravissime pur di non dover pagare la dote della figlia Beatrice la costrinse a non sposarsi e la inviò, insieme alla matrigna, in un suo castello a Petrella Salto nel 1595. Probabilmente dietro la negazione della possibilità delle nozze per la figlia c’era un motivo più scabroso, un amore morboso del padre che abusò più volte della povera ragazza tanto da innescare una spirale di odio e violenza che si concluse nel 1598: dopo due tentativi andati a vuoto, Francesco venne brutalmente ucciso con la complicità del castellano Olimpio e quella del maniscalco Marzio, amante di Beatrice. Francesco venne prima drogato con una dose d’oppio, poi gli spezzarono le gambe e lo finirono con un chiodo che gli trapassò cranio e gola. Vi fu anche un tentativo di dissimulare il delitto fingendo un incidente, ma i segni sul cadavere rendevano evidente lo svolgimento dei fatti.

Beatrice venne giustiziata con il taglio della testa l’11 settembre 1599 nel luogo deputato per le esecuzioni capitali: Castel Sant’Angelo. Quel giorno sulla piazza affollata vi erano tra gli altri Caravaggio e Orazio Gentileschi con la figlioletta, la futura pittrice anch’essa destinata a subire violenza sessuale, Artemisia. Tale era la calca che quel giorno non morirono soltanto i condannati ma anche alcuni spettatori, schiacciati dalla folla o caduti nel Tevere. Però la presenza che infesta il ponte degli Angeli nella notte tra il 10 e l’11 settembre è quella di Beatrice, che come i due carbonari di Muro Torto porta in mano la propria testa recisa.

Durante le altre notti dell’anno è più probabile incontrare un uomo avvolto da un mantello scarlatto, Giovanni Battista Bugatti meglio noto come Mastro Titta, il boia di Roma, che passeggia su quel ponte divenuto parte di un detto popolare romano “quando Mastro Titta passa ponte”: egli abitava dall’altra parte del Tevere e quando attraversava era segno che qualcuno stava per morire. La versione “boia non passa ponte” sta a significare, invece, “ciascuno stia al suo posto” infatti il boia non aveva buona fama e si asteneva dal circolare in città se non per fare il suo dovere.

San Pietro

L’ultima tappa del nostro itinerario non poteva che essere uno dei cuori di Roma, Piazza San Pietro, per incontrare il fantasma più antico e nobile di Roma: Giulio Cesare. Perchè proprio nel luogo simbolo della cristianità? Il motivo va cercato in alto, sull’obelisco che domina la piazza, sulla cui punta c’è una piccola sfera di bronzo che si diceva contenesse le ceneri di Cesare. Quando l’obelisco, che si trovava nel circo privato voluto da Caligola e precedentemente ad Eliopoli (oggi il Cairo), venne fatto spostare nel 1585 per volontà di papa Sisto V la sfera venne forata per verificare le dicerie: non era cava e non poteva contenere i resti, ma si diffuse l’idea che all’interno di essa fosse imprigionato lo spirito di Cesare.

Adesso circola liberamente e chissà se ogni tanto visita la sua tomba, ai Fori imperiali, dove alcuni romani ancora oggi lasciano fiori…

 

 

M.U.Ro: la street art che feconda il Quadraro

Abbiamo già parlato in due diversi articoli della scena romana della street art, per quel che riguarda Ostiense e l’esperienza della mostra Urban Legends.
Oggi incontriamo un vero e proprio progetto, nato nel 2010 dalla passione e dal desiderio di fare qualcosa per il Quadraro di David Vecchiato, in arte Diavù: è M.U.Ro, Museo di Urban Art di Roma.

Indice

Piazza dei Tribuni: Senza titolo-Nicola Alessandrini
Via Decio Mure: Il RisucchiAttore- Mr. Thoms
Via dei Lentuli: Senza titolo – Giò Pistone;
Senza titolo –Dilka Bear e Paolo Petrangeli;
Duality – Malo Farfan;
Sans Title- Zelda Bomba;
Quadraro People – Diavù;
Art Pollinates Quadraro – Diavù
Largo dei Quintili: Scacco al Re – Camilla Falsini
The Bukhingam Warrior – Gary Baseman
Via del Monte del Grano: Nido di Vespe – Lucamaleonte
Vai dei Quintili: Senza Titolo -Veks Van Hillik
Via dei Pisoni: Senza Titolo – Ron English
Street Art -Jim Avignon
Quadraro ner Core – Beau Stanton
Via Filippo Re, Giardino dei Ciliegi: Senza Titolo – Alberto Corradi, Ale Giorgini, Diavù, Irene Rinaldi, Marco About Bevivino e Massimo Giacon
Via Antinori: It’s a New Day – Alice Pasquini
Link utili

Senza Titolo – Nicola Alessandrini (blog)

Fermata dell’autobus in Piazza dei Tribuni, capolinea.

Un mezzo in sosta lungo il marciapiede si sposta pigramente per riprendere il suo viaggio e così lo vedi: un lungo serpente dalle scaglie brillanti, sorretto da buffi ometti il cui viso ti ricorda, a primo impatto, Chewbecca di Star Wars in una versione tenera e addolcita.

È un movimento sinuoso e ipnotico quello che si snoda davanti ai tuoi occhi, sembra trasportarti inesorabilmente verso la bocca spalancata del serpente, pronta ad afferrare un grosso topo dall’espressione rintontita.

Sembra quasi un rito sacrificale, con l’omino che offre il pasto a questo terribile signore.

L’attesa dell’autobus diventa decisamente meno pesante di fronte a un’opera così magnetica e piena di dettagli da osservare.
E magari, distratto, l’autobus lo perdi pure. Ma non fa niente, la tua passeggiata può proseguire a piedi verso Via Decio Mure alla ricerca di altre opere del M.U.Ro.

Il RisucchiAttore – Mr. Thoms (sito web)

Un bambino percorre la strada in bicicletta, piccolo e spavaldo sulle due ruote. Il padre lo precede nella pancia del mostro:
è la galleria di Via Decio Mure, trasformata dall’artista Mr Thoms nel RisucchiAttore.

È un varco che conduce in un nuovo mondo, un vortice che risucchia tutto ciò che ha intorno come noti osservando le braccia di questo gigante, circondate da ogni oggetto che può trovarsi di solito su una strada di città: da un segnale stradale di divieto ad un cono dei lavori in corso fino ad un preservativo.

Tutto viene trasportato nella dimensione della urban art, soprattutto tutto quello che degrada la città.
Ti sembra quasi che quello che hai di fronte sia un gigantesco spazzino che ripulisce le vie, dando una nuova immagine al quartiere. trasmettendo il senso forte di questa forma d’arte.

Ti lasci guidare da questo strano essere, a metà tra Caronte e un netturbino e penetri nelle viscere del Quadraro vecchio.

Senza Titolo – Giò Pistone (sito web)

Dall’altra parte del magico tunnel ti ritrovi circondato da degli spiritelli evanescenti, piccoli guardiani della porta.

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Se il RisucchiAttore per la sua espressione quasi sofferente poteva incutere un po’ di timore, questi mostriciattoli sono qui per garantire a tutti il passaggio attraverso questa grande porta, di cui puoi vedere la serratura e la chiave, tenuta in mano da uno dei personaggi a destra.

La scritta proprio sopra l’arco della galleria recita:

 Ai pensieri liberi, alle paure, agli amori volanti nel passaggio tra due tempi

Una dedica ai sentimenti più umani e quasi una formula di protezione e di buon augurio per chi si incammina, portando dentro di sè speranze e paure, un piccolo manifesto della libertà che per il Quadraro ha sempre rappresentato un valore da custodire.

Ed è con questo pensiero che ti volti alla tua destra per prendere via dei Lentuli.

Senza Titolo -Dilka Bear e Paolo Petrangeli (tumblr di Dilka Bear  e sito web di Paolo Petrangeli)

Via dei Lentuli ti appare come la strada più colorata che hai visto fino a questo momento; si susseguono ben quattro opere di artisti diversi che reinterpretano a modo loro questo punto particolare del quartiere. Ma perché proprio questo muro?

Perché il 17 aprile 1944 lungo questo muro vennero messi in fila uomini e ragazzi rastrellati dalle truppe tedesche nel quartiere. E quando dei soldati ti mettono contro un muro quello che pensi subito è che sarai fucilato. L’operazione fu però volta a spaventare gli abitanti di quel nido di vespe, uomini e donne battaglieri che non avevano alcuna intenzione di farsi intimidire. La fucilazione non ci fu, ma vennero tutti portati via.

Per questo ogni street artist coinvolto in questa operazione ha dato il proprio contributo ad un muro rovinato e vandalizzato, un pezzo di memoria che riemerge.

La prima immagine che ti viene incontro è quella di una bambina.

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La testa sproporzionata e l’espressione del viso le danno un aspetto serio e tenero allo stesso tempo.

Sembra tenere tra le mani una manovella, di quelle che di solito servono a caricare le scatole a molla da cui esce fuori un pupazzo.

Ma il pupazzo è lei stessa e così vedi prendere forma sul muro quella che ti appare la rappresentazione del cervello destro e di quello sinistro:
da una parte bulloni, viti e molle schizzano fuori dall’orecchio in un turbine grigiastro;
dall’altra gli stessi elementi meccanici, messi insieme dalla fantasia, costruiscono robot dalle forme animali, disegnati con tenui colori pastello e  sfumature incredibili.

Ti soffermi sul viso della bambina, curioso come quel topolino che spunta da un vero buco nel muro, adattato a piccola casa. Un esempio di come la street art interagisce con l’ambiente e lo riadatta.

Duality – Malo Farfan

Percorrendo il M.U.Ro le sorprese sono tante e i contrasti molto forti…e da un momento all’altro ti ritrovi davanti ad un’opera vagamente inquietante: Duality di Malo Farfan

Due animali cornuti, due caprioli vestiti come i sacerdoti di qualche culto misterico di cui tu sei l’attonito spettatore,  forse la vittima: basta che ti posizioni proprio di fronte a loro per osservarli meglio.

Alla tua destra un volto scheletrico, la chira personificazione della morte, e alla tua sinistra la vita nel suo pieno vigore. Questo il senso del titolo Duality, gli opposti, gli esremi che si toccano e si completano in un cerchio senza fine.

Sans Title – Zelda Bomba

Dalla monocromia ad un’esplosione di volti di donne su fondo rosso, Zelda Bomba, via dei Lentuli, Quadrarocolore e passionalità c’è soltanto un passo:

due volti di donna dalle labbra carnose ti guardano dritto in faccia;

uno sguardo fiero e deciso; sembra una sfida diretta e incrollabile, l’icona di un antifascismo militante su una bandiera rosso acceso.

Quadraro People – Diavù (sito web ufficiale)

Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso, Quadraro, via dei LentuliPer un momento distogli lo sguardo dai murales che hai intorno e ti ritrovi ad osservare qualcosa che ti trasmette emozioni simili:

Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso

Un messaggio semplice che racchiude in sè l’impegno di chi abita il quartiere a dargli un volto nuovo, a renderlo vivo come ha cercato di fare Diavù.

Sono gli abitanti del Quadraro, i Quadraro people che l’artista ha voluto immortalare fantasiosamente su questo muro, facendoli protagonisti della rinascita oltre che della memoria.

Art Pollinates Quadraro – Diavù

E ora in un centro ideale del Quadraro, di fronte a largo dei Quintili trovi un murales che è un manifesto, il motore di questo grande museo all’aria aperta dove si intrecciano storia, memoria collettiva, arte di strada e desiderio di gettare dei semi nuovi

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Art Pollinates Quadraro

L’Arte feconda il Quadraro: tanti piccoli e grandi spermatozoi colorati si dirigono verso un grande ovulo nero che aspetta soltanto di essere toccato da quell’onda di colore e di sbocciare come un fiore chiuso da troppo tempo…

Scacco al Re – Camilla Falsini (sito web)

Scacco al Re, Camilla Falsini, largo dei Quintili

Su una cabina dell’ACEA, ormai parzialmente coperta da un graffito, spiccano ancora i colori vividi e provocatori di Scacco al Re di Camilla Falsini.

Un titolo che richiama il gioco degli scacchi, come se questa struttura verticale fosse divenuta un enorme pezzo da spostare sulla scacchiera.

Se il re è l’autorità, potremmo dire che lo scenario immaginario o reale di fronte cui ti trovi è quello di un’autorità che non sa più come muoversi, la rappresentazione della nostra contemporaneità…

The Bukhingam Warrior – Gary Baseman(sito web)

Proprio sotto la targa che battezza largo dei Quintili tinte cupe e uno scenario apocalittico ti lasciano col fiato sospeso e col desiderio di indagare più a fondo quello che stai guardando.

Un soldato a tre teste armato di una lama, circondato da creature maligne con corna e denti aguzzi, dei demoni che hanno aggredito tre figure indifese che identifichi leggendo sul loro petto: Fides, la cui testa è rotolata per terra, Veritas, Libertas.

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Lealtà, Verità e Libertà sono in pericolo, ostaggi di un regime dispostico e assassino. Per questo interviene il Buckingam Warrior, che in una mano tiene la testa di un suo simile a cui rivolge uno sguardo, come se quel resto di umanità fosse un monito a continuare a combattere.

Così Gary Baseman rappresenta la storia del Quadraro, come ci indica quella Q 44 marchiata col fuoco e col sangue sul torso del guerriero. Un guerriero che è stato ispirato da suo padre, un sopravvissuto alla Shoah, qualcuno che ha combattutto perchè la memoria non andasse perduta per sempre nella negazione.

Nido di Vespe – Lucamaleonte

In via del Monte del Grano il progetto M.U.Ro coinvolge un artista che hai già visto al lavoro nel sottopasso di Ostiense, Lucamaleonte.

Sulla parete con gesto attento si compone un enorme nido di vespe, con le celle semplici e geometricamente perfette abitate da uno sciame che ti colpisce per la precisione anatomica

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La scritta NOW YOU ARE ENTERING FREE QUADRARO, omaggio ad un anonimo writer che l’aveva lasciata su questo muro, quasi un barriera ideale contro l’esterno, spiega la metafora contenuta nell’opera:

Il Quadraro è quel nido ronzante, quel nucelo dissidente che tanto filo da torcere dava ai nazisti tanto da costringerli ad un’operazione che decimasse lo sciame, terrorizzasse quei pochi che rimanevano e lasciasse vuoto e freddo il nido.

Il giallo e il nero così vivi sui corpi di questi animali sono una risposta a distanza di settant’anni, un “noi siamo ancora qui“.

Senza Titolo -Veks Van Hillik

Prendi via dei Quintili, una bella passeggiata lungo la quale, sui pali della luce, puoi trovare latte di vernice riutilizzate come vasi da fiori.

Quando meno te lo aspetti, alla tua sinistra, sulla facciata di un palazzo tinteggiato di bordeaux trovi due grosse rane

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Gemelle in tutto, tranne che nel colore, hanno l’addome aperto a mostrare il contenuto: le proprie uova, che ti sembrano assomiliare vagamente alle sfere del drago di Dragon Ball.

Senza Titolo – Ron English

In via dei Pisoni incontri un piccolo supereroe, un mini Hulk tanto realistico che sembra uscire dalla parete.

Particolare che attrae la tua attenzione sono i disegnini che si vedono alle sue spalle, in un tenue colore pastello: pterodattili, animaletti e batman e robin con gli occhi ingigantiti, quasi schiacciati dal peso del baby mostro verde.

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Sembrano opera della mano di un bambino che ha dato libero sfogo alla sua creatività ed ora viene rimproverato dalla mamma.

Un inno alla libertà espressiva, un invito ai giovani ad avvicinarsi all’arte; un’opera non solo da guardare da lontano, come in un museo, con la paura che scatti l’allarme se ti avvicini troppo, ma persino da toccare.

Ti sembra quasi che Hulk esca dal muro e che tu possa entrarci dentro.

Street Art -Jim Avignon

Street ArtPoco più in là, cambio di scena.

Il corpo nudo di una donna è disteso su questa parete e strade sinuose percorrono i suoi fianchi.

Il corpo stesso della donna diviene la città, da attraversare, da amare, da dipingere.

Ed ecco che la street art rappresenta sè stessa.

Quadraro ner Core – Beau Stanton

Senza titolo, Beau Stanton

Un muro arancio screpolato, un grosso cuore bianco tracciato dalla mano di qualche ragazzo: Quadraro ner core, un luogo che è radice della propria identità, amato ed odiato, scritto sui muri.

Così un cranio viene attraversato da un albero, i cui rami sembrano mimare le sinapsi del cervello. Morte e vita si intrecciano come in ogni storia, si stringono la mano per creare qualcosa di nuovo.

Senza Titolo – Alberto Corradi, Ale Giorgini, Diavù, Irene Rinaldi, Marco About Bevivino e Massimo Giacon

Il tuo viaggio è quasi giunto al termine. Ti avvi verso via Filippo Re: il Giardino dei Ciliegi, il parco pubblico della zona è il luogo perfetto per fare una sosta.

Seduto sulla panchina puoi guardare il murales di 60 metri che copre l’intero muro perimetrale, sulla cui sommità corre del filo spinato. Un contrasto che non passa inosservato.

È un parco dove le madri portano i figli a giocare e quindi le figure che si inseguono in questo spazio sono immagini rassicuranti, semplici e familiari, a misura di bambino.

It’s a New Day – Alice Pasquini

In via Antinori sull’unico muro libero si apre uno scenario dalle tinte tenui, uno squarcio di quotidianità regalato al Quadraro da Alice Pasquini

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Delicato come il risveglio di una domenica mattina di pioggia, luminoso come il sorriso di uno dei personaggi raffigurati.

Il nuovo giorno cancella il grigio del vecchio e apre le porte per far entrare l’aria.

Questo è il bello di M.U.Ro, che si espande in ogni direzione, germina, fruttifica con combinazioni sempre diverse e suggestioni sempre nuove eppure radicate profondamente nel cuore del quartiere.

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Sito Ufficiale del progetto M.U.Ro con le immagini dei work in progress di tutte le opere
Il Manifesto del M.u.Ro scritto da David Daviù Vecchiato

Passeggiate insolite: il Cimitero Acattolico di Roma

Dopo esserci perduti tra le bellezze naturali del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, torniamo in città, in un’isola di quiete a Roma: il Cimitero Acattolico.

Indice

1.Ingresso

2.L’uomo il cui nome fu scritto sull’acqua

3.L’angelo del Dolore

4.La fanciulla addormentata

5.Psiche

6.Le ceneri di Gramsci

7. Informazioni pratiche

Ingresso

Ingresso del Cimitero Acattolico, Via Caio Cestio

Ingresso del Cimitero Acattolico, Via Caio Cestio.

Arrivi quasi come un pellegrino che percorre a passi lenti un giardino ideale, sospeso nel tempo, risparmiato dai secoli.

Non c’è una fonte d’acqua a cui avvicinare le labbra riarse per la calura del sole estivo e un silenzio immobile circonda questo luogo, come se le mura pallide e scrostate potessero preservarlo dal traffico congestionato di Via Ostiense.

Non ti sembra nemmeno più di essere in città: è strano pensare che ti trovi proprio nel cuore di Roma, a poche centinaia di metri dalla metropolitana sferragliante e all’ombra del candido profilo della Piramide Cestia. Eppure quello che ti avvolge non è un silenzio di morte, ma di rispetto e contemplazione.

Alla tua destra, appena varcata la soglia, si snoda un labirinto di tombe delle più svariate fogge, lapidi, torri, statue, piccoli mausolei, un tripudio di arte e inventiva.

Ti volgi alla tua sinistra, dove vedi un’apertura nel muro: è la parte più antica e la zona meno affollata del Cimitero. Poche tombe spuntano dall’erba, verde in ogni stagione che sembra rappresentare più che l’immortalità dell’anima la forza della memoria che trova qui i suoi monumenti più significativi.

L’uomo il cui nome fu scritto sull’acqua

Qui, nella parte più estrema, ti siedi su una panchina e apri il tuo libro preferito: non c’è luogo migliore per concedersi una pagina in più. Ma lo sguardo ti cade sulle due lapidi che hai di fronte, vicine e isolate rispetto alle altre.

Non sono marito e moglie né due amanti legati in morte, ma il pittore Joseph Severn, come si intuisce dalla tavolozza che orna la lapide e un suo apparentemente anonimo amico.

Tombe di Joseph Severn e di Jhon Keats, Cimitero Acattolico di Roma.

Tombe di Joseph Severn e di John Keats, Cimitero Acattolico di Roma.

Non ci sono date di nascita e morte né il nome ma un insolito epitaffio:

Here lies one whose name was writ in water

qui giace colui il cui nome fu scritto sull’acqua. Un uomo come tutti, dunque: mortale, fragile, destinato a sparire per sempre.

Sotto questa dicitura tanto umile e discreta giacciono le spoglie di uno dei più grandi poeti dell’Inghilterra Romantica, John Keats, che sul letto di morte espresse la volontà di venire seppellito con queste poche, semplici parole.

La grandezza traspare ancor di più nell’essenzialità e nella sensibilità di un uomo che diceva:

La bellezza è verità, la verità bellezza: questo è tutto ciò che voi sapete in terra e tutto ciò che vi occorre sapere.

Il resto dell’epitaffio fu un’aggiunta dei suoi amici, tra cui Severn, animati dall’amarezza di vedere un giovane tanto promettente disprezzato e oltraggiato dalla critica contemporanea. Sulla lapide vedi scolpita una lira greca, con quattro delle sue otto corde spezzate, simbolo forse della creatività e del genio spentisi troppo presto.

Alla tua sinistra, sul muro vedi il profilo di un uomo scolpito nella pietra, un delicato volto di giovane accompagnato da un acrostico:

K-eats! if thy cherished name be “writ in water”
E-ach drop has fallen from some mourner’s cheek;
A-sacred tribute; such as heroes seek,
T-hough oft in vain – for dazzling deeds of slaughter
S-leep on! Not honoured less for Epitaph so meek!

 

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Keats, se il tuo prezioso nome è scritto sull’acqua
Ogni sua goccia è caduta dal volto di chi ti piange
Un tributo sacro, come può anelare un eroe,
Sebbene sovente in vano, per i suoi strabilianti atti di carnefice
Riposa ! Non meno in onore per sì mite epitaffio!

Il nome di Keats si ripete per due volte, in orizzontale e verticale, come un grido di dolore, un’invocazione che non si spegne e la cui eco arriva a te, muto di fronte a queste pietre che ti parlano di una vita breve, di un’amicizia intensa.

L’angelo del Dolore

Alzi gli occhi ad ammirare la Piramide, imponente e immobile guardiana poi piano piano esci da questo recinto incantato e ti dirigi verso la prossima tappa: l’Angelo del Dolore.

Angel of grief

Si trova nella zona nuova e nonostante la gran quantità di tombe la sua forma è inconfondibile.

Ti avvicini alla statua che, per la bellezza e la storia che racchiude in sé, è divenuta quasi il simbolo del Cimitero, molto più della tomba di Keats o quella di Shelley poco più in là, perché esprime l’essenza del luogo.

L'angelo del dolore, William Wetmore Story, 1894.

L’angelo del dolore, William Wetmore Story, 1894.

The Angel of Grief, l’Angelo del Dolore compare anche sulla copertina degli album di ben due band americane: i Nightwish e gli Evanescence.

La sua immagine ti evoca un sentore di dolcezza e malinconico abbandono di fronte ad un profondo dolore. Il dettaglio delle dita spezzate non fa che conferirle un’aura di fragilità estrema.

L’angelo, dalle fattezze femminili, riverso sulla tomba tanto che sembra di vederlo piangere, in un gesto protettivo e avvolgente, è l’ultima opera di William Wetmore Story, che volle scolpire nel marmo il più intimo sentimento, quello della perdita della persona amata: Emelyn Story.

Ultima opera e ultimo atto d’amore: un angelo che abbraccia l’intera famiglia Story: marito, moglie e il figlio Jospeh.

La fanciulla addormentata

Poco più in là, superata la lapide spoglia che copre i resti di Percy B. Shelley, noti tra le mani di una fanciulla dormiente un fiore, seccatosi da poco tempo.

Elisbeth Passarge

Forse il dono della delicatezza di un visitatore, l’ultimo dolce amante di questa sfortunata ragazza;

o forse di una donna, una madre che ha saputo cogliere, nelle poche parole poste alla base della tomba, il dramma di una giovane vita spezzata sulla soglia del sogno d’amore.

Psiche

Proseguendo lungo il muro di cinta, tra nomi noti e sconosciuti, ti si para davanti un  piccolo capolavoro che non puoi ignorare.

Da lontano ti sembra un altro angelo, ritto su un basamento. Ti avvicini e riconosci le ali di farfalla di una delle fanciulle più enigmatiche della mitologia classica: Psiche.

Psiche.

Psiche

Il suo nome, in greco, indica l’anima che viene raffigurata come un essere effimero, la farfalla, la creatura dalle ali variopinte che paga la sua bellezza con una vita estremamente breve.

Psiche è, quindi, l’anima che viene a contatto con l’Amore, Eros, e diviene perciò un essere divino.

Ti avvicini al basamento per vedere sulla tomba di chi ti trovi e scopri con sorpresa che quella che hai di fronte non è una tomba ma un monumento alla memoria di una donna, Sarah D. Greenough i cui resti si trovano in Austria, ma la cui vita fu legata indissolubilmente a Roma in quanto membra dell‘Accademia d’Arcadia e di quella di Santa Cecilia.

Psiche rappresenta, dunque, una parte dell’anima di Sarah rimasta nel suo luogo più caro.

Le Ceneri di Gramsci

L’ultima tappa del tuo percorso ti porta al capo opposto del cimitero, di fronte ad una lapide spoglia su cui sono incise tre parole: CINERA ANTONII GRAMSCII

Ceneri di Gramsci

Ceneri di Gramsci

Non è di maggio questa impura aria
che il buio giardino straniero
fa ancora più buio, o l’abbaglia

con cieche schiarite… questo cielo
di bave sopra gli attici giallini
che in semicerchi immensi fanno velo

alle curve del Tevere, ai turchini
monti del Lazio… Spande una mortal
pace, disamorata come i nostri destini[…]

Le Ceneri di Gramsci, Pier Paolo Pasolini

Intorno alla tomba, fiori ancora freschi.

 

Per ulteriori immagini, visita la Gallery su Parole in Viaggio

Informazioni pratiche

Come arrivare:

Il Cimitero Acattolico di Roma si trova in Via Caio Cestio, dietro la Piramide Cestia dunque è sufficiente prendere la metro B, scendere alla stazione di Piramide e attraversare Via Ostiense. Costeggiare il muro che circonda la piramide per raggiungere l’ingresso.

Prezzo:

L’ingresso al Cimitero è gratuito, ma si richiede al visitatore una donazione libera di almeno 3 euro, da depositare in un’urna accanto all’ingresso.

Orario:

Il Cimitero Acattolico è aperto dal lunedì al sabato dalle 9.00 alle 17.00, ultimo ingresso alle 16.30
domenica e festivi dalle 9.00 alle 13.00, ultimo ingresso alle 12.30

Sito ufficiale del Cimitero Acattolico

 Mappa del Cimitero Acattolico

Il Congresso degli Arguti: polemisti di pietra a Roma

All’epoca in cui Roma era dominata da famiglie aristocratiche dispotiche e in continua lotta tra di loro e da papi divisi tra il mecenatismo artistico e la corruzione della vita mondana, il dissenso e l’ironia nei confronti dei potenti avevano dei portavoce d’eccezione: le statue parlanti. 

Chiamate anche, nel complesso, Congresso degli Arguti,  proprio a causa della pungente satira di cui erano depositari, le statue parlanti sono sei statue, collocate in diverse aree di Roma e utilizzate in epoca rinascimentale per affiggere versi in latino e spesso anche in romano volti contro i rappresentati del potere costituito.

Oggi la tradizione, caduta dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia con la Breccia di Porta Pia, viene rivitalizzata dall’iniziativa dell’Associazione Cittadini Centro Storico di Roma attraverso un sito, su cui è possibile leggere, oltre ad alcuni cenni storici riguardo le statue, anche i dettagli del restauro, condotto recentemente su alcune delle statue.

Andiamo a fare la loro conoscenza…

Indice

 1.Pasquino
 2.Marforio
 3.Il babuino
 4.Abate Luigi
 5.Il facchino
 6.Madama Lucrezia

Pasquino

Pasquino, Statue parlanti,Congresso degli Arguti di Roma

Paquino sito nell’omonima piazza, vicino Piazza Navona.

Rinvenuto durante i lavori di scavo per la pavimentazione di Palazzo Orsini (oggi Braschi) nel 1501, venne collocato, per volere del cardinale Oliviero Carafa, proprio lì dove era sorto dal terreno, vicino Piazza Navona.

Pasquino non è che parte di un gruppo scultoreo, probabilmente la copia marmorea di un originale di epoca ellenistica (III sec.), raffigurante Menelao che sorregge il corpo privo di vita di Patroclo, ucciso da Ettore, proveniente dallo stadio di Diocleziano. Questa identificazione si deve alla somiglianza tra quel che resta della statua e un gruppo presente nella Loggia dei Lanzi a Firenze, raffigurante proprio quella scena.

Patroclo e Menelao, Loggia de' Lanzi a Firenze

Gruppo di Menelao e Patroclo, Loggia de’ Lanzi (Firenze).

Il nome della statua, secondo la tradizione più diffusa, trarrebbe origine da quello di un barbiere o di un oste della zona, particolarmente noto per la sua vena polemica che questi sfogava in versi simili a quelli che ignoti autori appendevano al collo della statua. Vi sono anche altre fonti discordi che attribuiscono l’origine del nome ad un maestro di grammatica i cui studenti avrebbero notato una certa somiglianza con la statua e che sarebbe stato, per questo, la prima vittima delle salaci invettive.

Pasquino divenne ben presto quasi un’istituzione tanto che da lui presero nome i componimenti satirici noti come pasquinate. Una delle più celebri è quella dedicata a papa Urbano VIII, reo di aver fatto fondere nel 1625 le travature bronzee del Pantheon per ricavarne materiale per il Baldacchino
di San Pietro
e i cannoni di Castel S. Angelo.

quod non fecerunt barbari
fecerunt Barberini

cioè  ciò che non è stato fatto dai barbari, noti per le razzie e per lo scarso rispetto nei confronti dell’arte e della civiltà, è stato fatto dai Barberini, famiglia di provenienza del pontefice.

Tale era il dispetto suscitato nei potenti dalle beffe loro rivolte che papa Adriano VI tentò addirittura di far gettare la statua nel Tevere e che numerosi suoi successori imposero una vigilanza costante, giorno e notte, per evitare che venissero affisse frasi ingiuriose nei loro confronti, ma ciò non bastò a mettere il bavaglio agli anonimi autori che rendevano viva questa statua.

Come scrisse Trilussa:

nun te se vede che la bocca sola
con una smorfia quasi strafottente –
Pasquino borbotta: segno evidente
che nun ho detto l’urtima parola

Marforio

Considerato il “braccio destro” di Pasquino giacché spesso le due statue sembravano intavolare discussioni su argomenti di politica e attualità, in un continuo botta e risposta, Marforio è il rappresentante meglio conservato del nostro Congresso degli Arguti.

Marforio, Congresso degli Arguti, Roma

Marforio.

Ha le fattezze di un uomo possente e barbuto ed è forse rappresentazione del dio Oceano o allegoria del fiume Tevere. Si trova, attualmente, nella corte di Palazzo Nuovo, in una delle ali dei Musei Capitolini. La sua collocazione originaria era il Foro Romano e probabilmente da qui deriva lo strano nome: si riteneva, infatti, che il tempio di Vespasiano, ove la statua venne trovata, fosse in realtà il tempio di Marte. Dalla storpiatura di “Marte in foro” sarebbe perciò derivato il nome Marforio. Ipotesi alternativa lo vorrebbe, invece, derivato dall’espressione “mare in foro” che si riferirebbe al soggetto rappresentato dalla statua.

Quando Roma venne occupata dai francesi tra 1808 e 1814 e Napoleone si dette alla razzia delle opere d’arte della città le due statue più note non poterono non commentare così le vicende contemporanee:

Marforio: “E’ vero che i Francesi sono tutti ladri?”

Pasquino: “Tutti no, Bona Parte!

Il babuino

Il Babuino, Congresso degli Arguti, Roma

Il Babuino.

Collocato nell’omonima via, che proprio da lui prende il nome (chiamata precedentemente Via Paolina), il babuino o babbuino – alla romana – in verità non ha niente a che fare con una scimmia. Il volto è piuttosto quello di un sileno, una creatura mitologica, abitatrice dei boschi, affine al satiro: il nome che le è stato attribuito è dovuto alle fattezze grottesche del viso, deturpato dalle intemperie e dall’usura del tempo.

Disteso su un fianco, adorna una semplice fontana usata, nel Rinascimento, per abbeverare i cavalli.
Tanto singolare era il suo aspetto e tanto frequenti e incisivi gli attacchi di cui si faceva portatore che egli divenne presto un vero e proprio rivale di Pasquino, tanto che le sue più che pasquinate erano chiamate babuinate.

Abate Luigi

Abate Luigi in Piazza Vidoni, Congresso degli Arguti, Roma

Abate Luigi in Piazza Vidoni.

Pur rappresentando, dato l’abbigliamento caratterizzato dalla toga praetexta, un ignoto magistrato o un oratore romano, la fantasia popolare romana non poteva certo lasciare nell’anonimato un così noto rappresentante della vita pubblica: il nome di Abate Luigi gli deriverebbe dalla somiglianza con il sagrestano della vicina chiesa del Sudario.

La statua si trova addossata al muro della basilica di S. Andrea della Valle. L’aspetto più interessante della sua storia sono le vicende legate alle testa…

Sostituita per la prima volta nel 1888 con una di simile fattura e provenienza, questa venne trafugata prima nel 1966 poi di nuovo nel 1970 e l’ultima volta proprio un anno
fa, nel 2013 tanto che ancora oggi chi passa a fargli una visita nota questa evidente mancanza.

Proprio in occasione del furto del 1966 la statua parlò per l’ultima volta:

O tu che m’arubbasti la capoccia
vedi d’ariportalla immantinente
sinnò, voi vede? come fusse gnente
me manneno ar Governo. E ciò me scoccia

che tradotto per chi mastica poco il romano significherebbe: o tu che mi hai rubato la testa, vedi di riportarmela subito, altrimenti, come fosse niente, mi mandano al Governo, e non lo gradisco affatto… con evidente tono satirico nei confronti non solo del ladruncolo, ma soprattutto dei “potenti” contemporanei, in ossequio alla tradizionale irriverenza del nostro.

Il facchino

Il Facchino in Via Lata, Congresso degli Arguti, Roma

Il Facchino in Via Lata.

Situato in Via Lata, piccola traversa di Via del Corso, vicino Piazza Venezia, il facchino non è tanto una statua quanto il mascherone di una delle tante fontanelle di Roma. In realtà quello che ci troviamo di fronte non è un facchino ma un acquarolo, armato della sua fida botticella.

Quello dell’acquarolo era un mestiere umile quanto indispensabile nella Roma di fine Cinquecento, soprattutto in periodi di forte carenza idrica: egli andava ad attingere l’acqua dalle fontane pubbliche per poi rivenderla ad un prezzo molto basso, porta a porta.

Questo è il più giovane dei membri del nostro Congresso, essendo databile al ‘500, anche se dubbia ne è la paternità: alcuni hanno avanzato addirittura l’ipotesi che potesse essere opera di Michelangelo, ma i più l’attribuiscono a Jacopino del Conte.

Madama Lucrezia

Arriviamo infine all’unica donna del gruppo,sesta di cotanto sennovolendo parafrasare Dante: Madama Lucrezia. Si tratta di un enorme busto di marmo, alto circa 3 metri, posto all’angolo di Palazzetto Venezia, a pochi metri dalla fontanella rionale della Pigna in Piazza S. Marco. L’acconciatura e il panneggio, con il caratteristico nodo della veste sul petto, lascerebbero pensare ad una rappresentazione della dea Iside o di una sua adepta, forse Faustina, moglie dell’imperatore Marco Aurelio.

Madama Lucrezia, Congresso degli Arguti, Roma

Madama Lucrezia.

Il singolare nome le deriverebbe da un’amante del re di Napoli Alfonso V, Lucrezia d’Alagno, nota per essersi recata a Roma dal papa per chiedere un divorzio mai ottenuto. Quando nel 1457 Alfonso morì, la donna dovette allontanarsi dalla città d’origine e trasferirsi a Roma per sfuggire alla persecuzione del successore al trono napoletano, il legittimo erede Ferrante. Ella andò a vivere proprio nei pressi della zona in cui si trova la statua, che così prese il suo nome.

Pie' di marmo.

Pie’ di marmo.

A Madama Lucrezia si lega un altro famosissimo monumento di Roma: il Pie’ di Marmo, sito nell’omonima via, vicino al Pantheon. Questo enorme piede, infatti, sembrerebbe appartenere proprio alla Lucrezia: dimensioni e qualità del marmo corrispondono e, inoltre, il sandalo indossato dal piede, appena visibile a causa dell’usura, sembra essere quello indossato dalle sacerdotesse di Iside. Un altro elemento a favore della teoria sta nel fatto che non lontano dal luogo in cui esso si trova sorgeva il tempio dedicato da Domiziano alla dea.

Se ti è piaciuto il nostro piccolo tour virtuale tra le statue del Congresso degli Arguti, fammelo sapere! Lascia un commento

 

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Pasolini e Roma: la città reinterpretata dall’artista.

A Palazzo delle Esposizioni a Roma è aperta ancora fino al 20 luglio la mostra dedicata a Pasolini e al suo tormentato e contraddittorio rapporto con la città che è stata la grande ispiratrice dei due suoi più noti romanzi, Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959), di alcuni film e  meta ultima di un’esistenza tormentata.

Pasolini immortalato sul set del film Teorema, 1968 foto di Angelo Novi

Pasolini immortalato sul set del film Teorema, 1968
foto di Angelo Novi

La Mostra

L’allestimento risulta di grande impatto sul visitatore ed è piuttosto esaustivo: il percorso della mostra, infatti, si snoda attraverso sei sezioni che rappresentano, cronologicamente, altrettanti momenti della vita dell’artista ma soprattutto dell’uomo, illustrati attraverso foto, proiezioni e documenti originali, spesso inediti.

Ciascuna sala è introdotta da una cartina d’epoca della città di Roma, su cui sono segnalati i luoghi di rilievo per il periodo preso in considerazione, e da una proiezione del luogo simbolo della sala, in epoca contemporanea, su cui scorrono informazioni che riassumono le vicende significative legate ad esso: l’effetto che si viene a creare è quello di un vero e proprio straniamento, soprattutto per il romano abituato a percorrere quelle strade, nel vedere accostati elementi di un passato prossimo tanto diverso dal presente così tangibile nella sua caoticità.

Spunti dalle sale

La prima immagine che ci accoglie in questo viaggio, immaginario e reale, è la stazione Termini, dove Pasolini giunse nel 1950 insieme alla madre, “disonorato e senza lavoro”, costretto a lasciare Casarsa nell’amato Friuli, in seguito all’accusa di atti osceni e corruzione di minori. Articoli di giornale, lettere e la tessera del PCI sono esposti a rappresentare visivamente quello che può essere considerato l’evento scatenante che portò Pasolini verso la città Eterna.

Tessera di Pasolini

Tessera di Pasolini, Gabinetto scientifico-letterario Viesseux, Archivio contemporaneo Alessandro Bonsanti, Fondo Pasolini, Firenze

Estremamente interessante che i curatori della mostra abbiano voluto riservare uno spazio per ricostruire, in parte, il vissuto pregresso dell’autore, permettendoci di gettare uno sguardo su aspetti poco noti:

1) Ci troviamo, ad esempio, di fronte alla figura del fratello Guido, morto nel 1945 a soli vent’anni, dopo essersi impegnato come partigiano nella divisione Osoppo. Nella risposta ad un interlocutore che gli domandava della dipartita del fratello, nominato in alcuni manifesti di stampo fascista e vittima dei nazionalisti di Tito, Pasolini ricorda, con una nota di profondo affetto e grande dignità, come egli fosse partito con la rivoltella nascosta in un libro di poesia.

2) Elementi che contribuiscono a comprendere l’ecletticità del genio pasoliniano sono i numerosi disegni e dipinti, realizzati con tecniche disparate, dai pastelli alla penna, passando per la china. Su due quadri, riconosciuti dall’autore stesso come i “migliori”, si concentra l’attenzione dello spettatore: Autoritratto con la vecchia sciarpa e Autoritratto con fiore in bocca.

In un’altra sala viene passata al vaglio, processo dopo processo, l’intera vicenda giudiziaria di Pasolini a partire dalla sua testimonianza per i fatti di Pozrus, in cui morì Guido, passando per le varie accuse di oscenità e profanazione che ricaddero sulle sue opere, da Ragazzi di vita, pubblicata dopo numerose censure e modifiche da Garzanti, alla Ricotta, cui è dedicata un’intera parete sulla quale è riportata la difesa elaborata da Pasolini stesso. Ci si presenta il quadro di un’Italia borghese e ottusa, chiusa in un moralismo che taglia fuori tutto ciò che va oltre gli schemi e il coraggio di un “diverso e simile” come lo definisce Moravia, in un discorso commemorativo in occasione del funerale.

Un cospicuo numero di foto di sopralluoghi sui futuri set, insieme a parti di sceneggiature originali, scritte a mano o a macchina (l’olivetti lettera 22, esposta in una delle sale) illustrano l’attività creativa per il cinema altrui -scrisse anche alcune scene per La dolce vita di Federico Fellini- e proprio: da Accattone a Salò, passando per la Ricotta arrivando ad un film – inchiesta sul l’eros e il concetto di normalità, Comizi d’amore.

Epigrafe

Epigrafe presente nel parco, citazione da Il pianto della scavatrice.

Il nostro itinerario si ferma di fronte alla spiaggia di Ostia, dove all’alba del 2 novembre 1975, nella zona dell’Idroscalo, fu ritrovato il corpo senza vita di Pasolini: è un’immagine notturna, in cui si intravedono solo le onde che si infrangono lievi sulla battigia, che trasmette un senso di sospensione più che di lutto e ci ricorda la fragilità dell’esistenza.

Qui oggi sorge il Parco Pier Paolo Pasolini, ma questa è un’altra storia…

Informazioni pratiche

Prezzo:

intero 12 euro                         ridotto 9.50 euro

N.B

Grazie al gioco del lotto il primo mercoledì del mese i giovani sotto ai 30 anni entrano gratis dalle 14.00 alle 19.00, mentre venerdì e sabato studenti, ricercatori  e dipendenti degli atenei romani possono godere del biglietto ridotto a 4 euro.

Location:

Palazzo delle Esposizioni, via Nazionale 194 (Metro Repubblica)

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